Corte di Cassazione Ordinanza n. 6837/2022 – Cartelle esattoriali - Impugnabilità dell’estratto ruolo esattoriale – 02.03.2022 .

La Corte di Cassazione, con l’Ordinanza in esame, nonostante la recente normativa introdotta, che prevede la non impugnabilità dell’estratto ruolo esattoriale, in attesa della decisione della Corte Costituzionale, ha ritenuto l’estratto ruolo esattoriale impugnabile, in particolare, ha ribadito: “L'estratto di ruolo è atto interno all'Amministrazione da impugnare unitamente all'atto impositivo, notificato di regola con la cartella di pagamento, perché solo da quel momento sorge l'interesse ad instaurare la lite ex art. 100 c.p.c., salvo il caso in cui il ruolo e la cartella non siano stati notificati: ipotesi in cui, non potendo essere compresso o ritardato l'esercizio del diritto alla…

Corte di Cassazione Ordinanza n. 24632/2020 – ritardo o cancellazione volo aereo – richiesta pagamento compensazione pecuniaria e risarcimento del danno -competenza del giudice adito – 05.11.2020 –

Importante Ordinanza della Corte di Cassazione, relativa alla competenza e alla giurisdizione del giudice adito, in materia di compensazione pecuniaria e risarcimento danni subiti a causa del ritardo e/o della cancellazione dei voli aerei. In particolare, la Suprema Corte, richiamando una importante sentenza della Corte di Giustizia Europea, ha precisato che le due domande sono soggette ciascuna alla competenza di un giudice diverso. La domanda di pagamento dell'indennizzo previsto dal Regolamento 261/04 è soggetta alle regole di giurisdizione e di competenza "ordinarie", stabilite dal Regolamento 1215/12. Mentre la domanda di risarcimento del danno da inadempimento contrattuale è soggetta,…

Corte di Cassazione Ordinanza n. 40627/2021 – verbale di contestazione -tutor -in caso di contestazione la prova dell’omologazione spetta all’amministrazione -17.12.2021 -

Con l’Ordinanza in esame la Corte di Cassazione ha accolto il ricorso di un automobilista, ribadendo il principio enunciato dalla Corte costituzionale: “con il principio di diritto più volte enunciato da questa Corte, la quale ha chiarito che in presenza di contestazione da parte del soggetto sanzionato spetta all'Amministrazione la prova positiva dell'iniziale omologazione e della periodica taratura dello strumento”. CORTE DI CASSAZIONE II SEZIONE CIVILE ORDINANZA N. 40627 Anno 2021 Presidente: ORILIA LORENZO Relatore: GRASSO GIUSEPPE Data pubblicazione: 17/12/2021 la seguente ORDINANZA sul ricorso 31922-2018 proposto da: B. M., rappresentato e difeso dall'avvocato D. S., giusta delega in…

Corte di Cassazione Sezioni Unite Civili Sentenza n. 10012/2021 – validità notifica in caso di irreperibilità temporanea – non basta la prova della spedizione - è necessaria la prova dell’avviso di…

La Corte di Cassazione a Sezioni Unite, con la sentenza in esame ha, finalmente, risolto il contrasto interpretativo esistente sulla questione all’interno della giurisprudenza di legittimità, che vedeva contrapposte due diversi indirizzi sulla procedura notificatoria degli atti impositivi, in particolare sull’applicazione dell art. 8, legge 890/1982. Il massimo Collegio di legittimità ha “ cestinato” l’orientamento che afferma che ai fini della prova del perfezionamento della notifica postale diretta in caso di assenza temporanea del destinatario, è sufficiente che l’Ente impositore notificante produca in giudizio l’avviso di ricevimento della raccomandata contenente l’atto notificando, con…

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Corte Costituzionale Sentenza n° 6 - attribuzione alle Commissioni Tributarie della giurisdizione esclusiva sulle controversie in materia di fermo amministrativo di beni immobili registrati 14.01.2010

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Images: corte costituzionale.jpgGiudizio di legittimita' costituzionale in via incidentale. Imposte e tasse - Attribuzione alle commissioni tributarie della giurisdizione esclusiva sulle controversie in materia di fermo amministrativo di beni immobili registrati - Asserita violazione del divieto di istituire giudici straordinari o speciali - Inadeguata sperimentazione del tentativo di interpretazione conforme a Costituzione - Manifesta inammissibilita' della questione. - D.lgs. 31 dicembre 1992, n. 546, art. 19, comma 1, lett. e-ter), aggiunta dall'art. 35, comma 26-quinquies, decreto-legge 4 luglio 2006, n. 223, convertito, con modificazioni, in legge 4 agosto 2006, n. 248. - Costituzione, art. 102, secondo comma. (GU n. 3 del 20-1-2010   



                                                        LA CORTE COSTITUZIONALE
  


composta dai signori:
Presidente: Francesco AMIRANTE; Giudici: Ugo DE SIERVO, Paolo MADDALENA,  Alfio  FINOCCHIARO,  Franco  GALLO, Luigi MAZZELLA, Gaetano  SILVESTRI,  Sabino  CASSESE,  Maria  Rita SAULLE, Giuseppe TESAURO,  Paolo  Maria  NAPOLITANO,  Giuseppe  FRIGO, Alessandro CRISCUOLO, Paolo GROSSI;
ha pronunciato la seguente Ordinanza nel giudizio di legittimita' costituzionale dell'art. 19, comma 1, lettera e-ter), del decreto legislativo 31 dicembre 1992, n. 546 (Disposizioni sul processo tributario in attuazione della delega al Governo contenuta nell'art. 30 della legge 30 dicembre 1991, n. 413), lettera introdotta dall'art. 35, comma 26-quinquies, del decreto-legge 4 luglio 2006, n. 223 (Disposizioni urgenti per il rilancio economico e sociale, per il contenimento e la razionalizzazione della spesa pubblica, nonche' interventi in materia di entrate e di contrasto all'evasione fiscale), convertito, con modificazioni, dalla legge 4 agosto 2006, n. 248, promosso con ordinanza depositata il 23 settembre 2008 dal Giudice di pace di Cosenza, nel giudizio vertente tra Angelo Panebianco, il Comune di San Fili e la s.p.a. Areariscossioni, iscritta al n. 79 del registro ordinanze 2009 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 12, 1ª serie speciale, dell'anno 2009.
Visto l'atto di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri;
Udito nella camera di consiglio del 16 dicembre 2009 il Giudice relatore Franco Gallo.
Ritenuto che, nel corso di un giudizio avente ad oggetto l'impugnazione dell'iscrizione del fermo amministrativo dell'autovettura di un debitore di un Comune - iscrizione comunicata all'interessato dalla societa' incaricata della riscossione del credito, a seguito del mancato adempimento di una ingiunzione di pagamento -, il Giudice di pace di Cosenza, con ordinanza depositata il 23 settembre 2008, ha sollevato, in riferimento all'art. 102, secondo comma, della Costituzione, questione di legittimita' dell'art. 19, comma 1, lettera e-ter), del decreto legislativo 31 dicembre 1992, n. 546 (Disposizioni sul processo tributario in attuazione della delega al Governo contenuta nell'art. 30 della legge 30 dicembre 1991, n. 413), lettera introdotta dall'art. 35, comma 26-quinquies, del decreto-legge 4 luglio 2006, n. 223 (Disposizioni urgenti per il rilancio economico e sociale, per il contenimento e la razionalizzazione della spesa pubblica, nonche' interventi in materia di entrate e di contrasto all'evasione fiscale), convertito, con modificazioni, dalla legge 4 agosto 2006, n. 248;
che il Giudice di pace rimettente premette che:
a) dalla comunicazione dell'iscrizione del fermo inviata al debitore non risultano le ragioni del credito posto a fondamento di detto fermo;
b) la controversia rientra nella propria competenza per valore;
c) il provvedimento di fermo oggetto della controversia incide su un diritto patrimoniale del cittadino; che, su queste premesse, il giudice rimettente afferma, quanto alla non manifesta infondatezza della sollevata questione, che la disposizione censurata, nell'attribuire alla commissioni tributarie la giurisdizione esclusiva sulle controversie concernenti il fermo amministrativo di beni mobili registrati previsto dall'art. 86 del d.P.R. 29 settembre 1973, n. 602 (Disposizioni sulla riscossione delle imposte sul reddito), istituisce un giudice straordinario o speciale, in contrasto con l'evocato parametro costituzionale;
che, quanto alla rilevanza, lo stesso giudice osserva che, in applicazione della disposizione censurata, a suo avviso non interpretabile in modo conforme a Costituzione, dovrebbe dichiarare il proprio difetto di giurisdizione;
che il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, e' intervenuto in giudizio, chiedendo che la questione sia dichiarata inammissibile o infondata.;
che, secondo la difesa erariale, la questione e' inammissibile perche' il rimettente:
a) non ha indicato le ragioni del dedotto contrasto con il parametro da lui evocato;
b) non ha tentato di interpretare la disposizione denunciata in modo conforme a Costituzione, ponendola in rapporto con l'art. 2 del d.lgs. n. 546 del 1992 ed intendendola nel senso che la cognizione delle commissioni tributarie e' limitata alle sole «questioni connesse alla riscossione di uno dei tributi riservati» alla giurisdizione tributaria, come ritenuto dalla stessa Corte costituzionale con l'ordinanza n. 57 del 2008;
c) avrebbe potuto individuare la natura del credito azionato sia procedendo ad un attento esame della «cartella esattoriale» sia acquisendo ulteriore documentazione idonea ad evidenziare i dati mancanti; d) fa un «"uso distorto dell'incidente di costituzionalita'" al fine di sindacare scelte discrezionali del Legislatore e tentare di conseguire avallo ad una tesi interpretativa»; che, nel merito, sempre per la difesa erariale, la questione e' «manifestamente infondata», perche':
a) il legislatore gode di ampia discrezionalita' nel definire la disciplina del processo e dei relativi istituti e le sue scelte sono censurabili sul piano costituzionale solo ove si manifestino irragionevoli ed arbitrarie; b) nella specie, il legislatore e' intervenuto al fine di risolvere difficolta' interpretative circa l'individuazione del giudice competente a decidere in materia;
c) la disposizione denunciata non istituisce una giurisdizione speciale, ma si limita «a disciplinare un aspetto processuale del procedimento esecutivo esattoriale, attribuendo la competenza a conoscere delle questioni concernenti una misura generale cautelare finalizzata ad assicurare la riscossione delle imposte al giudice competente a decidere del credito garantito».
Considerato che il Giudice di pace di Cosenza dubita, in riferimento all'art. 102, secondo comma, della Costituzione, della legittimita' dell'art. 19, comma 1, lettera e-ter), del decreto legislativo 31 dicembre 1992, n. 546 (Disposizioni sul processo tributario in attuazione della delega al Governo contenuta nell'art. 30 della legge 30 dicembre 1991, n. 413), lettera introdotta dall'art. 35, comma 26-quinquies, del decreto-legge 4 luglio 2006, n. 223 (Disposizioni urgenti per il rilancio economico e sociale, per il contenimento e la razionalizzazione della spesa pubblica, nonche' interventi in materia di entrate e di contrasto all'evasione fiscale), convertito, con modificazioni, dalla legge 4 agosto 2006, n. 248;
che, in particolare, ad avviso del rimettente, la norma censurata, attribuendo alle commissioni tributarie la giurisdizione esclusiva sulle controversie concernenti la misura cautelare del fermo amministrativo di beni mobili registrati previsto dall'art. 86 del d.P.R. 29 settembre 1973, n. 602 (Disposizioni sulla riscossione delle imposte sul reddito), istituisce un giudice straordinario o speciale, in contrasto con l'evocato parametro costituzionale;
che la difesa erariale ha eccepito la manifesta inammissibilita' della questione, perche' il giudice a quo non ha tentato di fornire una interpretazione costituzionalmente orientata della denunciata disposizione; che l'eccezione e' fondata;
che il rimettente, infatti, si e' limitato ad affermare, in modo meramente assertivo, che la disposizione denunciata deve essere necessariamente interpretata nel senso che la cognizione delle controversie sul fermo amministrativo di cui all'art. 86 del d.P.R. n. 602 del 1973 e' attribuita alle commissioni tributarie, indipendentemente dalla natura tributaria od extratributaria del credito posto a fondamento della misura di fermo;
che il giudice a quo, in particolare, ha omesso di indicare le ragioni per le quali ritiene di non seguire l'interpretazione data alla denunciata disposizione dalle sezioni unite civili della Corte di cassazione, le quali, con ordinanza n. 14831 del 2008, anteriore all'ordinanza di rimessione, hanno fissato il principio di diritto (in precedenza espresso anche da numerose decisioni dei giudici di merito) secondo cui, con riferimento alle controversie aventi per oggetto il provvedimento di fermo di beni mobili registrati previsto dall'art. 86 del d.P.R. n. 602 del 1972 ed ai fini della giurisdizione, rileva la natura dei crediti posti a fondamento di detto provvedimento di fermo, con la conseguenza che la giurisdizione spettera' al giudice tributario o al giudice ordinario a seconda della natura tributaria o meno dei crediti, ovvero a entrambi se il provvedimento si riferisce in parte a crediti tributari e in parte a crediti non tributari;
che, in forza di tale principio - successivamente ribadito dalle indicate sezioni unite con la sentenza n. 12112 del 2009 e le ordinanze n. 10672 e n. 7034 del 2009 -, il giudice tributario non e' il giudice di tutte le controversie in materia di fermo amministrativo dei beni mobili registrati, ma solo di quelle in cui il fermo e' posto a garanzia di un credito di natura tributaria;
che, pertanto, con tale interpretazione, la disposizione denunciata si sottrarrebbe alla censura di violazione dell'art. 102, secondo comma, Cost.;
che, al riguardo, non ha alcun rilievo la circostanza, riferita dal rimettente, che dagli atti di causa non emerge la natura del credito posto a fondamento del fermo;
che in tale evenienza, infatti, il giudice a quo avrebbe dovuto espletare ogni piu' opportuna indagine consentitagli dal codice di rito al fine di accertare tale natura e, nell'impossibilita' di un siffatto accertamento, avrebbe dovuto ritenere radicata la giurisdizione del giudice ordinario (secondo l'orientamento espresso dalla giurisprudenza di legittimita' con riferimento a casi analoghi: ex multis, Cassazione, sezioni unite civili, ordinanza n. 7034 del 2009);
che, in conclusione, deve essere dichiarata la manifesta inammissibilita' della sollevata questione, perche' il rimettente non ha dimostrato di avere esperito il doveroso tentativo di pervenire, in via interpretativa, alla soluzione da lui ritenuta costituzionalmente corretta (ex plurimis, ordinanze n. 57 del 2008; n. 108 e n. 68 del 2007).
Visti gli artt. 26, secondo comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87, e 9, comma 2, delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale.

Per questi motivi

                                                         LA CORTE COSTITUZIONALE

Dichiara la manifesta inammissibilita' della questione di legittimita' costituzionale dell'art. 19, comma 1, lettera e-ter), del decreto legislativo 31 dicembre 1992, n. 546 (Disposizioni sul processo tributario in attuazione della delega al Governo contenuta nell'art. 30 della legge 30 dicembre 1991, n. 413), lettera introdotta dall'art. 35, comma 26-quinquies, del decreto-legge 4 luglio 2006, n. 223 (Disposizioni urgenti per il rilancio economico e sociale, per il contenimento e la razionalizzazione della spesa pubblica, nonche' interventi in materia di entrate e di contrasto all'evasione fiscale), convertito, con modificazioni, dalla legge 4 agosto 2006, n. 248, sollevata, in riferimento all'art. 102, secondo comma, della Costituzione, dal Giudice di pace di Cosenza con l'ordinanza in epigrafe.
Cosi' deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, l'11 gennaio 2010.
Il Presidente: Amirante
Il redattore: Gallo Il cancelliere: Di Paola
Depositata in cancelleria il 14 gennaio 2010.
Il direttore della cancelleria: Di Paola
 
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Corte di Cassazione n° 18642/2012 - notificazione al contribuente ex art. 60, primo comma, lett. e) del d.P.R. n. 600 del 1973 – 30.10.2012 -

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Orbene, la giurisprudenza di questa Corte ha precisato che ‘‘La notificazione al contribuente ex art. 60, primo comma, lett. e) del d.P.R. n. 600 del 1973 - che nella specifica materia deroga all’art. 140 cod. proc. civ. - è ritualmente eseguita, senza invio della raccomandata e con affissione dell’avviso nell’albo del comune, quando nel comune nel quale deve eseguirsi la notificazione non vi è abitazione, ufficio o azienda del contribuente”. E’ stato anche precisato che la notificazione dell’avviso di accertamento tributario deve essere effettuata applicando la disciplina di cui all’art. 140 cod. proc. civ. (deposito di copia, affissione di avviso di deposito e invio di raccomandata) quando siano conosciuti la residenza e l’indirizzo del destinatario ma la notifica non sia avvenuta perché costui od altro possibile consegnatario non sia stato rinvenuto; deve essere effettuata invece ai sensi dell’art. 60, lettera e), del d.P.R. n. 600 del 1973, sostitutivo, per il procedimento tributario, dell’art. 143 cod. proc. civ., quando, malgrado le ricerche del messo notificatore”.



                                                       Corte di Cassazione

                                                           SezIONE Lavoro 

                                                SentENZA del 30.10.2012, n. 18642


Presidente Stile - Relatore Fernandes
 

 
                                                      Svolgimento del processo

Con sentenza dell’8.3.2008 il Tribunale di Milano, pronunciando sul ricorso proposto da P.E. - volto ad ottenere l’accertamento della nullità e, comunque, l’annullamento totale o parziale del sollecito o avviso di pagamento del 19.11.2005 per cartelle esattoriali insolute riferite a contributi della Cassa di Previdenza e Assistenza Forense - lo dichiarava inammissibile avverso le cartelle esattoriali nn. (…) e (…) e dichiarava, altresì, non dovuti gli importi iscritti a ruolo e di cui alla cartella esattoriale n. (…), compensando le spese di lite.Avverso tale decisione proponeva appello il P. e l’adita Corte territoriale, con sentenza pubblicata il 24 maggio 2010, rigettava il gravame.La Corte di appello rilevava: a) la inammissibilità dell’opposizione al sollecito o avviso di pagamento che aveva seguito l’emissione delle cartelle esattoriali, dovendo l’opposizione essere rivolta unicamente contro il ruolo e la cartella esattoriale che costituisce l’atto impositivo attraverso il quale il contribuente riceve ufficialmente notizia dell’iscrizione a ruolo; b) la inammissibilità dell’opposizione riguardo ai motivi concernenti vizi formali della cartella in quanto non proposta nelle forme dell’opposizione agli atti esecutivi - di cui all’art. 617 c.p.c. - e nel termine di cinque giorni dalla notifica della cartella, essendo il rimedio ex art. 24 D.Lgs. n. 46/99 previsto per motivi inerenti il merito della pretesa; c) la inammissibilità dell’opposizione avverso le due cartelle esattoriali (sopra meglio indicate) perché tardiva, essendo stata proposta ben oltre il termine perentorio di 40 giorni previsto dall’art. 24 co. 5° D.Lgs. n. 46/99 decorrente dalla notifica che doveva ritenersi essere stata effettuata ritualmente per entrambe le menzionate cartelle ai sensi dell’art. 26 del DPR 29.9.1973 n. 602 (essendo state espletate le attività previste dall’art. 60 comma 1° lett. f del DPR 29.9.29173 n. 600 richiamato dal comma 4° del menzionato art. 26).
Per la Cassazione di detta sentenza ha proposto ricorso il P. affidato a quattro motivi.Resiste con controricorso la Equitalia Esatri s.p.a. (già Esazioni Tributi s.p.a.).La Cassa Nazionale di Previdenza ed Assistenza Forense è rimasta intimata.

                                                      Motivi della decisione

Col primo motivo di ricorso si denurcia ‘‘error in iudicando” ed ‘‘error in procedendo” e/o la illegittimità della sentenza impugnata per violazione e falsa applicazione di norme di diritto e per omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione circa un punto controverso e decisivo per il giudizio (art. 360 co. 1° nn. 3 e 5).In particolare, si deduce che erroneamente la corte di merito ha ritenuto inammissibile l’impugnazione del sollecito o avviso di pagamento che aveva seguito l’emissione delle cartelle esattoriali sulla scorta di un assunto (‘’l'opposizione deve essere rivolta unicamente contro il ruolo e la cartella esattoriale, costituendo quest’ultima fatto impositivo attraverso il quale il contribuente riceve ufficialmente notizia dell’iscrizione a ruolo”) non solo tautologico, ma anche in contrasto con il principio più volte affermato dalla Giurisprudenza di legittimità per il quale vanno qualificati come avvisi di accertamento o di liquidazione di un tributo tutti quegli atti con cui l’Amministrazione comunica al contribuente una pretesa tributaria ormai definita, ancorché non si concluda con una formale intimazione al pagamento sorretta dalla prospettazione in termini brevi dell’attività esecutiva, bensì con un invito ‘bonario’ a versare quanto dovuto. Ed infatti, nel caso in esame, il sollecito di pagamento impugnato presentava tutte le caratteristiche formali e sostanziali per poter essere ritenuto un avviso di accertamento con formale intimazione di pagamento (intimazione a pagare entro il termine di 15 gg. sotto comminatoria di esecuzione forzata, individuazione e determinazione sia pure sommaria dei tributi tramite l’indicazione delle relative cartelle e degli interessi di mora, età). Inoltre, l’avviso di pagamento in questione era l’unico atto del procedimento di riscossione portato a piena conoscenza di esso ricorrente, non essendo stato preceduto da alcuna valida notifica del ruolo e delle cartelle di pagamento.Viene, quindi, dedotta la erroneità della sentenza impugnata laddove ha dichiarato inammissibile l’opposizione nella parte in cui aveva ad oggetto vizi formali della cartella per non essere stata proposta nei modi e nei termini dell’opposizione agli atti esecutivi ex art. 617 c.p.c.. In proposito si evidenzia che detta qualificazione della domanda era estranea al ‘‘petitum” ed alla natura dell’azione con il quale non era stata proposta opposizione solo ex art. 24 D.Lgs. n. 46/99 ma anche ex art. 35 L. 24.11.1981 n, 689, norma quest’ultima che dichiarava espressamente gli artt. 442 e ss. c.p.c.Il motivo è solo in parte fondato.Vale ricordare che questa Corte ha in varie occasioni, statuito che ‘‘In tema di contenzioso tributario, devono ritenersi impugnabili gli avvisi bonari con cui l’Amministrazione chiede il pagamento di un tributo in quanto essi, pur non rientrando nel novero degli atti elencati nell’art. 19 del d.lgs. 31 dicembre 1992, n. 546 e non essendo perciò, in grado di comportare, ove non contestati, la cristallizzazione del credito in essi indicato, esplicitano comunque le ragioni fattuali e giuridiche di una ben determinata pretesa tributaria, ingenerando così nel contribuente l’interesse a chiarire subito la sua posizione con una pronuncia dagli effetti non più modificabili. Il giudice investito dell’impugnazione non può però, annullarli ritenendo che i predetti debbano avere gli stessi requisiti di quelli indicati nell’art. 19 cit. ed in particolare che in essi debba essere contenuta l’indicazione, prevista nel comma 2 dello stesso art. 19, del termine entro il quale il ricorso deve essere proposto, della commissione tributaria competente e delle forme e dei termini per proporre ricorso, essendo tali requisiti, previsti, peraltro neppure a pena di nullità, soltanto per gli atti tipici. (Cass. civ., Sez. V, 18/05/2011, n. 10987; Cass. ord. n. 8033/2011, Cass. N. 14373/2011; Cass. S.U n. 12244/2009).Ne consegue, che l’avviso del 18.11.2005 recapitato al P. il 30.11.2005 - contenente un sollecito di pagamento relativamente ad alcune cartelle esattoriali insolute, dato questo incontestato tra le parti - ben poteva essere impugnato.Quanto alla inammissibilità dell’opposizione nella parte in cui aveva ad oggetto vizi formali della cartella per non essere stata proposta nei modi e nei termini dell’opposizione agli atti esecutivi ex art. 617 c.p.c. si rileva che l’affermazione contenuta nell’impugnata sentenza è corretta in quanto, secondo il condiviso orientamento interpretativo di questa Corte, nella disciplina della riscossione mediante iscrizione a ruolo dei crediti previdenziali, di cui al D.Lgs. n 46 del 1999, l’opposizione agli atti esecutivi è prevista dall’art. 29 comma 2°, che, per la relativa regolamentazione, rinvia alle ‘‘forme ordinarie”, e non dall’art. 24, del citato D.Lgs., che si riferisce, invece, all’opposizione sul merito della pretesa di riscossione, con la conseguenza che l’opposizione agli atti esecutivi prima dell’inizio dell’esecuzione deve proporsi entro cinque giorni dalla notificazione del titolo esecutivo, che, ai sensi del D.P.R. n. 602 del 1973, art. 49, si identifica nella cartella esattoriale; quest’ultima, infatti, essendo un estratto del ruolo, costituisce titolo esecutivo ai sensi del suddetto D.P.R. n. 602 del 1973, art. 49, come modificato dal D.Lgs. n. 46 del 1999, art. 16, (cfr. Cass. 25757/2008; Cass., n. 21863/2004).Riguardo al rimedio ex art. 35 L. 24.11.1981 n. 689, che il ricorrente assume di aver esperito unitamente alla opposizione ex art. 24 co. 5° D.Lgs. n. 43/99 e con riferimento alle sanzioni amministrative, si osserva che, ‘‘in parte qua” il motivo è inammissibile. Ed infatti, non è dato conoscere se il credito di cui alle cartelle esattoriali richiamate nel sollecito di pagamento opposto si riferissero a contributi (o contributi unitamente a sanzioni amministrative) o solo a sanzioni anministrative, nel qual ultimo caso verrebbe in rilievo il particolare procedimento di cui al detto art. 35 cit. cui fa riferimento il ricorrente nel motivo (cfr. Cass. 22.5.2004, n. 9863; Cass. 1.7.2000, n. 8840).
Sul punto, quindi, il ricorso non è autosufficiente perché la Corte non è stata posta nelle condizioni di poter avere la completa cognizione dell’oggetto della controversia (Cass. n 15808 del 12/06/2008; Cass. n. 15952 del 17/07/2007, ex multis).
Con il secondo motivo si deduce la violazione e falsa applicazione di norme di diritto e per omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione avendo l’impugnata decisione violato il principio del giudicato ed errato laddove aveva affermato che le cartelle esattoriali erano state ritualmente notificate e che, quindi, l’opposizione era tardiva.Si evidenzia che, con sentenza in data 4 febbraio 2009 pronunciata nei confronti della Equitalia Esatri s.p.a. è passata in giudicato come da certificazione della cancelleria del 28.4.2010, il tribunale di Milano aveva già dichiarato il medesimo sollecito del 18.11.2005 impugnabile e non valide le notifiche delle cartelle esattoriali in questione (nn. (…) e (…)).
Inoltre, erano state violate le norme relative alla notifica delle cartelle esattoriali. In particolare, con riferimento alla cartella n° (…), risultava violato il disposto dell’art. 26 DPR n. 602/1973 cit. e del richiamato art. 60 comma 1° lett. e) DPR 29.9.1973 n. 600 in quanto, la procedura prevista da tale ultima norma è applicabile solo nel caso in cui nel comune in cui deve eseguirsi la notificazione non vi è abitazione, ufficio o azienda del contribuente mentre deve essere effettuata ai sensi dell’art. 140 c.p.c. quando siano conosciuti la residenza e l’indirizzo del destinatario ma la notifica non sia avvenuta perché costui o altro possibile consegnatario non sia stato rinvenuto. Riguardo alla cartella n. (…), la notifica era irrituale per violazione dell’art. 139 c.p.c. avendo omesso l’ufficiale notificatore di effettuare le ricerche di tutte le persone indicate nella norma, non essendo sufficiente a provare l’avvenuta effettuazione di dette ricerche la generica dizione ‘‘nessuno in luogo accetta la notifica” avendo dovuto l’ufficiale notificante dichiarare, in forma positiva, che ‘‘non vi è persona - tra quelle indicate nella norma - che accetta la notifica’.
Il motivo è solo in parte fondato.Con riferimento alla eccezione di giudicato se ne rileva la infondatezza.La sentenza del tribunale di Milano in data 4 febbraio 2009 risulta essere stata pronunciata - per espressa ammissione del ricorrente - solo nei confronti della Equitalia Esatri s.p.a. e non anche della Cassa di Previdenza e di Assistenza Forense e, dunque, non può essere invocata in questa sede operando la preclusione solo nella ipotesi di identità soggettiva ed oggettiva e deve, pertanto, escludersi nell’ipotesi (quale quella ‘‘de quo”) in cui vi sia un mutamento (anche parziale) di uno di tali elementi (Cass. n. 2113 del 12/02/2003; Cass. S.U. n. 20133 del 12/10/2004).Riguardo alla nullità delle notifiche osserva il Collegio che il comma 4° dell’art. 26 cit. prevede che: ‘‘Nei casi previsti dall’art. 140 del codice di procedura civile, la notificazione della cartella di pagamento si effettua con le modalità stabilite dall’art. 60 del decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 600, e si ha per eseguita nel giorno successivo a quello in cui l’avviso del deposito è affisso nell’albo del comune”. A sua volta l’art. 60 alla lett. e) del comma 1° prevede che ‘‘e) quando nel comune nel quale deve eseguirsi la notificazione non vi è abitazione, ufficio o azienda del contribuente, l’avviso del deposito prescritto dall’art. 140 del codice di procedura civile, in busta chiusa e sigillata, si affigge nell’albo del comune e la notificazione, ai fini della decorrenza del termine per ricorrere, si ha per eseguita nell’ottavo giorno successivo a quello di affissione;”.
Orbene, la giurisprudenza di questa Corte ha precisato che ‘‘La notificazione al contribuente ex art. 60, primo comma, lett. e) del d.P.R. n. 600 del 1973 - che nella specifica materia deroga all’art. 140 cod. proc. civ. - è ritualmente eseguita, senza invio della raccomandata e con affissione dell’avviso nell’albo del comune, quando nel comune nel quale deve eseguirsi la notificazione non vi è abitazione, ufficio o azienda del contribuente” (Cass. n. 5994 del 17/06/1999; Cass. 906 del 25/01/2002; Cass. n. 17064 del 26/07/2006). E’ stato anche precisato che la notificazione dell’avviso di accertamento tributario deve essere effettuata applicando la disciplina di cui all’art. 140 cod. proc. civ. (deposito di copia, affissione di avviso di deposito e invio di raccomandata) quando siano conosciuti la residenza e l’indirizzo del destinatario ma la notifica non sia avvenuta perché costui od altro possibile consegnatario non sia statorinvenuto; deve essere effettuata invece ai sensi dell’art. 60, lettera e), del d.P.R. n. 600 del 1973, sostitutivo, per il procedimento tributario, dell’art. 143 cod. proc. civ., quando, malgrado le ricerche del messo notificatorenon si conosca in quale comune risieda il destinatario. (Cass. 7268 del 17/05/2002.; Cass. n. 10189 del 26/06/2003; Cass. n. 7655 del 31/03/2006; Cass. n. 2834 del 07/02/2008; Cass. n. 7352 del 31/03/2011).
Applicando tali principi al caso in esame consegue che la notifica della cartella esattoriale n. (…) non è rituale in quanto non poteva essere effettuata ai sensi del citato art. 60 essendo noto che il P. era domiciliato nel comune di Pioltello (come ammesso dalla stessa Equitalia ESATRI) ragion per cui doveva essere applicato l’art. 140 c.p.c. (deposito di copia, affissione di avviso di deposito e invio di raccomandata) e, però, non risulta spedita la raccomandata successivamente all’affissione dell’avviso di deposito.
Diversamente, non ricorre il vizio di notifica denunciato dal ricorrente in ordine alla cartella esattoriale n. (…).Ed infatti la dizione utilizzata dal notificante ‘‘nessuno in luogo accetta la notifica” è inequivoca evincendosi dalla stessa chiaramente il rifiuto ad accettare di tutte le persone indicate nell’art. 139 c.p.c. (Cass. n. 1387 del 07/02/1995, in motivazione; Cass. n 5178 del 04/05/1993; Cass. n. 12510 del 23/11/1992).Con il terzo motivo si deduce la violazione o falsa applicazione di norme di diritto ed omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione in relazione all’art. 24 D.Lgd. n. 46799.Si precisa che la corte di appello avrebbe erroneamente applicato l’art. 24 cit. assumendo che il ricorso sarebbe stato esperibile solo nei confronti dell’ente impositore per motivi inerenti il merito dell’opposizione visto che il comma 5° di detta norma espressamente prevede che ‘‘il ricorso va notificato all’ente impositore ed al concessionario” e, inoltre, non aveva tratto le dovute conseguenze da quanto affermato non avendo estromesso il concessionario dal processo e, anzi, avendo condannato esso ricorrente alla rifusione delle spese anche nei suoi confronti non considerando l’infondatezza della eccezione sul punto ed il fatto che, comunque, era stata dichiarata la non debenza delle somme di cui ad una delle cartelle impugnate.In relazione a tale motivo si osserva che il disposto del D.lgs. 26 febbraio 1999, n. 46 art. 24, comma 5, in tema di opposizione contro il ruolo dei crediti degli enti previdenziali prevedeva (nel testo originario) la notifica del ricorso in opposizione sia all’ente impositore che al concessionario; successivamente il D.L. 24 settembre 2002, n. 209, conv. L. 22 novembre 2002, n. 265 (norma questa applicabile ‘‘ratione temporis” al caso ‘‘de quo”), ha eliminato l’obbligo di notifica dell’opposizione al concessionario. Giova, inoltre, ricordare che questa Corte ha già avuto modo di affermare, che si deve escludere che nel giudizio di opposizione a cartella esattoriale il concessionario - soggetto destinatario del pagamento, ma non contitolare del dritto di credito - assuma la qualità di contraddittore necessario (cfr. Cass. 17/04/2007, n. 9113; Cass. 24 giugno 2004 n. 11746, 21 dicembre 2004 n. 23701, 20 ottobre 2006 n. 22617).
L’adempimento della notifica a tale soggetto del ricorso in opposizione, richiesta dalla citata disposizione del D.Lgs. n. 46 del 1999, prima della menzionata modifica, assume quindi la funzione di una mera ‘‘denuntiatio litis”, per portare a conoscenza del concessionario la pendenza della lite, ma non costituisce una ‘‘vocatio in jus”.
Ne consegue che l’affermazione contenuta nell’impugnata sentenza e censurata con il motivo in esame è corretta. Peraltro, va rilevato che l’estromissione dal giudizio può essere disposta dal giudice solo con il consenso delle altre parti che non risulta esservi stato nel corso del giudizio. Quanto alla condanna alle spese a favore anche del concessionario la stessa risulta fondata sul principio della soccombenza essendo stato l’appello rigettato in toto.
Con il quarto motivo si deduce la omessa motivazione in ordine ad un punto decisivo della controversia non avendo la Corte di appello esaminato - con riferimento alla cartella esattoriale n. 068.... - non avendo la corte di appello esaminato il 6° motivo di gravame con il quale era stata dedotta la prescrizione per avvenuto decorso alla data di asserita notifica del 12.12.2001 del termine di prescrizione di 5 anni di cui alla L. n. 335/1995 art. 3 commi 9 e 10.Il presente motivo è inammissibile.Ed infatti, questa Corte ha avuto modo di precisare che non sono ammissibili le censure del ricorso per Cassazione che non siano dirette contro una statuizione, sia pure implicita, della sentenza impugnata, ma siano relative a questioni sulle quali il giudice non ha pronunciato a seguito del loro assorbimento per effetto della decisione fondata su un punto preliminare. (Cass. n. 457 del 18/02/1972; Cass. n. 1947 del 29/03/1982), come accaduto nel caso ‘‘de quo” in cui la corte di appello non ha pronunciato sulla eccezione di prescrizione dei crediti di cui alla cartella esattoriale predetta avendo ritenuto l’opposizione inammissibile perché tardiva.Alla luce di quanto sin qui esposto, in accoglimento parziale del primo e del secondo motivo di ricorso, l’impugnata sentenza va cassata in relazione alle censure accolte. Sarà il giudice di rinvio - che si designa nella corte di Appello di Milano in diversa composizione, che dovrà accertare se la pretesa di cui alla cartella esattoriale n. (…) sia fondata nel merito. Alla stessa corte si demanda di statuire, all’esito, anche sulle spese del giudizio di legittimità.

                                                                  P.Q.M.

La Corte accoglie parzialmente il prime motivo, in parte il secondo nei termini di cui in motivazione; rigetta il terzo e dichiara inammissibile il quarto; cassa l’impugnata sentenza in relazione alle censure accolte e rinvia alla Corte di Appello di Milano in diversa composizione, anche per le spese.
Depositata in Cancelleria il 30.10.2012
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Corte di Cassazione n° 18642/2012 – il sollecito di pagamento è un atto impugnabile – 30.10.2012. -

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Images: cassazione sito.jpg“il principio più volte affermato dalla Giurisprudenza di legittimità per il quale vanno qualificati come avvisi di accertamento o di liquidazione di un tributo tutti quegli atti con cui l’Amministrazione comunica al contribuente una pretesa tributaria ormai definita, ancorché non si concluda con una formale intimazione al pagamento sorretta dalla prospettazione in termini brevi dell’attività esecutiva, bensì con un invito ‘bonario’ a versare quanto dovuto. Ed infatti, nel caso in esame, il sollecito di pagamento impugnato presentava tutte le caratteristiche formali e sostanziali per poter essere ritenuto un avviso di accertamento con formale intimazione di pagamento (intimazione a pagare entro il termine di 15 gg. sotto comminatoria di esecuzione forzata, individuazione e determinazione sia pure sommaria dei tributi tramite l’indicazione delle relative cartelle e degli interessi di mora, età). Inoltre, l’avviso di pagamento in questione era l’unico atto del procedimento di riscossione portato a piena conoscenza di esso ricorrente, non essendo stato preceduto da alcuna valida notifica del ruolo e delle cartelle di pagamento”.



                                                        Corte di Cassazione 

                                                           SezIONE Lavoro

                                                 SentENZA del 30.10.2012, n. 18642



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residente Stile - Relatore Fernandes 


                                                     Svolgimento del processo


Con sentenza dell’8.3.2008 il Tribunale di Milano, pronunciando sul ricorso proposto da P.E. - volto ad ottenere l’accertamento della nullità e, comunque, l’annullamento totale o parziale del sollecito o avviso di pagamento del 19.11.2005 per cartelle esattoriali insolute riferite a contributi della Cassa di Previdenza e Assistenza Forense - lo dichiarava inammissibile avverso le cartelle esattoriali nn. (…) e (…) e dichiarava, altresì, non dovuti gli importi iscritti a ruolo e di cui alla cartella esattoriale n. (…), compensando le spese di lite.
Avverso tale decisione proponeva appello il P. e l’adita Corte territoriale, con sentenza pubblicata il 24 maggio 2010, rigettava il gravame.La Corte di appello rilevava: a) la inammissibilità dell’opposizione al sollecito o avviso di pagamento che aveva seguito l’emissione delle cartelle esattoriali, dovendo l’opposizione essere rivolta unicamente contro il ruolo e la cartella esattoriale che costituisce l’atto impositivo attraverso il quale il contribuente riceve ufficialmente notizia dell’iscrizione a ruolo; b) la inammissibilità dell’opposizione riguardo ai motivi concernenti vizi formali della cartella in quanto non proposta nelle forme dell’opposizione agli atti esecutivi - di cui all’art. 617 c.p.c. - e nel termine di cinque giorni dalla notifica della cartella, essendo il rimedio ex art. 24 D.Lgs. n. 46/99 previsto per motivi inerenti il merito della pretesa; c) la inammissibilità dell’opposizione avverso le due cartelle esattoriali (sopra meglio indicate) perché tardiva, essendo stata proposta ben oltre il termine perentorio di 40 giorni previsto dall’art. 24 co. 5° D.Lgs. n. 46/99 decorrente dalla notifica che doveva ritenersi essere stata effettuata ritualmente per entrambe le menzionate cartelle ai sensi dell’art. 26 del DPR 29.9.1973 n. 602 (essendo state espletate le attività previste dall’art. 60 comma 1° lett. f del DPR 29.9.29173 n. 600 richiamato dal comma 4° del menzionato art. 26).
Per la Cassazione di detta sentenza ha proposto ricorso il P. affidato a quattro motivi.Resiste con controricorso la Equitalia Esatri s.p.a. (già Esazioni Tributi s.p.a.).La Cassa Nazionale di Previdenza ed Assistenza Forense è rimasta intimata.

                                                      Motivi della decisione

Col primo motivo di ricorso si denurcia ‘‘error in iudicando” ed ‘‘error in procedendo” e/o la illegittimità della sentenza impugnata per violazione e falsa applicazione di norme di diritto e per omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione circa un punto controverso e decisivo per il giudizio (art. 360 co. 1° nn. 3 e 5).
In particolare, si deduce che erroneamente la corte di merito ha ritenuto inammissibile l’impugnazione del sollecito o avviso di pagamento che aveva seguito l’emissione delle cartelle esattoriali sulla scorta di un assunto (‘’l'opposizione deve essere rivolta unicamente contro il ruolo e la cartella esattoriale, costituendo quest’ultima fatto impositivo attraverso il quale il contribuente riceve ufficialmente notizia dell’iscrizione a ruolo”) non solo tautologico, ma anche in contrasto con il principio più volte affermato dalla Giurisprudenza di legittimità per il quale vanno qualificati come avvisi di accertamento o di liquidazione di un tributo tutti quegli atti con cui l’Amministrazione comunica al contribuente una pretesa tributaria ormai definita, ancorché non si concluda con una formale intimazione al pagamento sorretta dalla prospettazione in termini brevi dell’attività esecutiva, bensì con un invito ‘bonario’ a versare quanto dovuto. Ed infatti, nel caso in esame, il sollecito di pagamento impugnato presentava tutte le caratteristiche formali e sostanziali per poter essere ritenuto un avviso di accertamento con formale intimazione di pagamento (intimazione a pagare entro il termine di 15 gg. sotto comminatoria di esecuzione forzata, individuazione e determinazione sia pure sommaria dei tributi tramite l’indicazione delle relative cartelle e degli interessi di mora, età). Inoltre, l’avviso di pagamento in questione era l’unico atto del procedimento di riscossione portato a piena conoscenza di esso ricorrente, non essendo stato preceduto da alcuna valida notifica del ruolo e delle cartelle di pagamento.Viene, quindi, dedotta la erroneità della sentenza impugnata laddove ha dichiarato inammissibile l’opposizione nella parte in cui aveva ad oggetto vizi formali della cartella per non essere stata proposta nei modi e nei termini dell’opposizione agli atti esecutivi ex art. 617 c.p.c..
In proposito si evidenzia che detta qualificazione della domanda era estranea al ‘‘petitum” ed alla natura dell’azione con il quale non era stata proposta opposizione solo ex art. 24 D.Lgs. n. 46/99 ma anche ex art. 35 L. 24.11.1981 n, 689, norma quest’ultima che dichiarava espressamente gli artt. 442 e ss. c.p.c.
Il motivo è solo in parte fondato.Vale ricordare che questa Corte ha in varie occasioni, statuito che ‘‘In tema di contenzioso tributario, devono ritenersi impugnabili gli avvisi bonari con cui l’Amministrazione chiede il pagamento di un tributo in quanto essi, pur non rientrando nel novero degli atti elencati nell’art. 19 del d.lgs. 31 dicembre 1992, n. 546 e non essendo perciò, in grado di comportare, ove non contestati, la cristallizzazione del credito in essi indicato, esplicitano comunque le ragioni fattuali e giuridiche di una ben determinata pretesa tributaria, ingenerando così nel contribuente l’interesse a chiarire subito la sua posizione con una pronuncia dagli effetti non più modificabili. Il giudice investito dell’impugnazione non può però, annullarli ritenendo che i predetti debbano avere gli stessi requisiti di quelli indicati nell’art. 19 cit. ed in particolare che in essi debba essere contenuta l’indicazione, prevista nel comma 2 dello stesso art. 19, del termine entro il quale il ricorso deve essere proposto, della commissione tributaria competente e delle forme e dei termini per proporre ricorso, essendo tali requisiti, previsti, peraltro neppure a pena di nullità, soltanto per gli atti tipici. (Cass. civ., Sez. V, 18/05/2011, n. 10987; Cass. ord. n. 8033/2011, Cass. N. 14373/2011; Cass. S.U n. 12244/2009).Ne consegue, che l’avviso del 18.11.2005 recapitato al P. il 30.11.2005 - contenente un sollecito di pagamento relativamente ad alcune cartelle esattoriali insolute, dato questo incontestato tra le parti - ben poteva essere impugnato.Quanto alla inammissibilità dell’opposizione nella parte in cui aveva ad oggetto vizi formali della cartella per non essere stata proposta nei modi e nei termini dell’opposizione agli atti esecutivi ex art. 617 c.p.c. si rileva che l’affermazione contenuta nell’impugnata sentenza è corretta in quanto, secondo il condiviso orientamento interpretativo di questa Corte, nella disciplina della riscossione mediante iscrizione a ruolo dei crediti previdenziali, di cui al D.Lgs. n 46 del 1999, l’opposizione agli atti esecutivi è prevista dall’art. 29 comma 2°, che, per la relativa regolamentazione, rinvia alle ‘‘forme ordinarie”, e non dall’art. 24, del citato D.Lgs., che si riferisce, invece, all’opposizione sul merito della pretesa di riscossione, con la conseguenza che l’opposizione agli atti esecutivi prima dell’inizio dell’esecuzione deve proporsi entro cinque giorni dalla notificazione del titolo esecutivo, che, ai sensi del D.P.R. n. 602 del 1973, art. 49, si identifica nella cartella esattoriale; quest’ultima, infatti, essendo un estratto del ruolo, costituisce titolo esecutivo ai sensi del suddetto D.P.R. n. 602 del 1973, art. 49, come modificato dal D.Lgs. n. 46 del 1999, art. 16, (cfr. Cass. 25757/2008; Cass., n. 21863/2004).
Riguardo al rimedio ex art. 35 L. 24.11.1981 n. 689, che il ricorrente assume di aver esperito unitamente alla opposizione ex art. 24 co. 5° D.Lgs. n. 43/99 e con riferimento alle sanzioni amministrative, si osserva che, ‘‘in parte qua” il motivo è inammissibile. Ed infatti, non è dato conoscere se il credito di cui alle cartelle esattoriali richiamate nel sollecito di pagamento opposto si riferissero a contributi (o contributi unitamente a sanzioni amministrative) o solo a sanzioni anministrative, nel qual ultimo caso verrebbe in rilievo il particolare procedimento di cui al detto art. 35 cit. cui fa riferimento il ricorrente nel motivo (cfr. Cass. 22.5.2004, n. 9863; Cass. 1.7.2000, n. 8840).
Sul punto, quindi, il ricorso non è autosufficiente perché la Corte non è stata posta nelle condizioni di poter avere la completa cognizione dell’oggetto della controversia (Cass. n 15808 del 12/06/2008; Cass. n. 15952 del 17/07/2007, ex multis).
Con il secondo motivo si deduce la violazione e falsa applicazione di norme di diritto e per omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione avendo l’impugnata decisione violato il principio del giudicato ed errato laddove aveva affermato che le cartelle esattoriali erano state ritualmente notificate e che, quindi, l’opposizione era tardiva.
Si evidenzia che, con sentenza in data 4 febbraio 2009 pronunciata nei confronti della Equitalia Esatri s.p.a. è passata in giudicato come da certificazione della cancelleria del 28.4.2010, il tribunale di Milano aveva già dichiarato il medesimo sollecito del 18.11.2005 impugnabile e non valide le notifiche delle cartelle esattoriali in questione (nn. (…) e (…)).Inoltre, erano state violate le norme relative alla notifica delle cartelle esattoriali.
In particolare, con riferimento alla cartella n° (…), risultava violato il disposto dell’art. 26 DPR n. 602/1973 cit. e del richiamato art. 60 comma 1° lett. e) DPR 29.9.1973 n. 600 in quanto, la procedura prevista da tale ultima norma è applicabile solo nel caso in cui nel comune in cui deve eseguirsi la notificazione non vi è abitazione, ufficio o azienda del contribuente mentre deve essere effettuata ai sensi dell’art. 140 c.p.c. quando siano conosciuti la residenza e l’indirizzo del destinatario ma la notifica non sia avvenuta perché costui o altro possibile consegnatario non sia stato rinvenuto. Riguardo alla cartella n. (…), la notifica era irrituale per violazione dell’art. 139 c.p.c. avendo omesso l’ufficiale notificatore di effettuare le ricerche di tutte le persone indicate nella norma, non essendo sufficiente a provare l’avvenuta effettuazione di dette ricerche la generica dizione ‘‘nessuno in luogo accetta la notifica” avendo dovuto l’ufficiale notificante dichiarare, in forma positiva, che ‘‘non vi è persona - tra quelle indicate nella norma - che accetta la notifica’.
Il motivo è solo in parte fondato.
Con riferimento alla eccezione di giudicato se ne rileva la infondatezza.
La sentenza del tribunale di Milano in data 4 febbraio 2009 risulta essere stata pronunciata - per espressa ammissione del ricorrente - solo nei confronti della Equitalia Esatri s.p.a. e non anche della Cassa di Previdenza e di Assistenza Forense e, dunque, non può essere invocata in questa sede operando la preclusione solo nella ipotesi di identità soggettiva ed oggettiva e deve, pertanto, escludersi nell’ipotesi (quale quella ‘‘de quo”) in cui vi sia un mutamento (anche parziale) di uno di tali elementi (Cass. n. 2113 del 12/02/2003; Cass. S.U. n. 20133 del 12/10/2004).Riguardo alla nullità delle notifiche osserva il Collegio che il comma 4° dell’art. 26 cit. prevede che: ‘‘Nei casi previsti dall’art. 140 del codice di procedura civile, la notificazione della cartella di pagamento si effettua con le modalità stabilite dall’art. 60 del decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 600, e si ha per eseguita nel giorno successivo a quello in cui l’avviso del deposito è affisso nell’albo del comune”. A sua volta l’art. 60 alla lett. e) del comma 1° prevede che ‘‘e) quando nel comune nel quale deve eseguirsi la notificazione non vi è abitazione, ufficio o azienda del contribuente, l’avviso del deposito prescritto dall’art. 140 del codice di procedura civile, in busta chiusa e sigillata, si affigge nell’albo del comune e la notificazione, ai fini della decorrenza del termine per ricorrere, si ha per eseguita nell’ottavo giorno successivo a quello di affissione;”.
Orbene, la giurisprudenza di questa Corte ha precisato che ‘‘La notificazione al contribuente ex art. 60, primo comma, lett. e) del d.P.R. n. 600 del 1973 - che nella specifica materia deroga all’art. 140 cod. proc. civ. - è ritualmente eseguita, senza invio della raccomandata e con affissione dell’avviso nell’albo del comune, quando nel comune nel quale deve eseguirsi la notificazione non vi è abitazione, ufficio o azienda del contribuente” (Cass. n. 5994 del 17/06/1999; Cass. 906 del 25/01/2002; Cass. n. 17064 del 26/07/2006). E’ stato anche precisato che la notificazione dell’avviso di accertamento tributario deve essere effettuata applicando la disciplina di cui all’art. 140 cod. proc. civ. (deposito di copia, affissione di avviso di deposito e invio di raccomandata) quando siano conosciuti la residenza e l’indirizzo del destinatario ma la notifica non sia avvenuta perché costui od altro possibile consegnatario non sia statorinvenuto; deve essere effettuata invece ai sensi dell’art. 60, lettera e), del d.P.R. n. 600 del 1973, sostitutivo, per il procedimento tributario, dell’art. 143 cod. proc. civ., quando, malgrado le ricerche del messo notificatorenon si conosca in quale comune risieda il destinatario. (Cass. 7268 del 17/05/2002.; Cass. n. 10189 del 26/06/2003; Cass. n. 7655 del 31/03/2006; Cass. n. 2834 del 07/02/2008; Cass. n. 7352 del 31/03/2011).
Applicando tali principi al caso in esame consegue che la notifica della cartella esattoriale n. (…) non è rituale in quanto non poteva essere effettuata ai sensi del citato art. 60 essendo noto che il P. era domiciliato nel comune di Pioltello (come ammesso dalla stessa Equitalia ESATRI) ragion per cui doveva essere applicato l’art. 140 c.p.c. (deposito di copia, affissione di avviso di deposito e invio di raccomandata) e, però, non risulta spedita la raccomandata successivamente all’affissione dell’avviso di deposito.Diversamente, non ricorre il vizio di notifica denunciato dal ricorrente in ordine alla cartella esattoriale n. (…).Ed infatti la dizione utilizzata dal notificante ‘‘nessuno in luogo accetta la notifica” è inequivoca evincendosi dalla stessa chiaramente il rifiuto ad accettare di tutte le persone indicate nell’art. 139 c.p.c. (Cass. n. 1387 del 07/02/1995, in motivazione; Cass. n 5178 del 04/05/1993; Cass. n. 12510 del 23/11/1992).
Con il terzo motivo si deduce la violazione o falsa applicazione di norme di diritto ed omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione in relazione all’art. 24 D.Lgd. n. 46799.Si precisa che la corte di appello avrebbe erroneamente applicato l’art. 24 cit. assumendo che il ricorso sarebbe stato esperibile solo nei confronti dell’ente impositore per motivi inerenti il merito dell’opposizione visto che il comma 5° di detta norma espressamente prevede che ‘‘il ricorso va notificato all’ente impositore ed al concessionario” e, inoltre, non aveva tratto le dovute conseguenze da quanto affermato non avendo estromesso il concessionario dal processo e, anzi, avendo condannato esso ricorrente alla rifusione delle spese anche nei suoi confronti non considerando l’infondatezza della eccezione sul punto ed il fatto che, comunque, era stata dichiarata la non debenza delle somme di cui ad una delle cartelle impugnate.In relazione a tale motivo si osserva che il disposto del D.lgs. 26 febbraio 1999, n. 46 art. 24, comma 5, in tema di opposizione contro il ruolo dei crediti degli enti previdenziali prevedeva (nel testo originario) la notifica del ricorso in opposizione sia all’ente impositore che al concessionario; successivamente il D.L. 24 settembre 2002, n. 209, conv. L. 22 novembre 2002, n. 265 (norma questa applicabile ‘‘ratione temporis” al caso ‘‘de quo”), ha eliminato l’obbligo di notifica dell’opposizione al concessionario. Giova, inoltre, ricordare che questa Corte ha già avuto modo di affermare, che si deve escludere che nel giudizio di opposizione a cartella esattoriale il concessionario - soggetto destinatario del pagamento, ma non contitolare del dritto di credito - assuma la qualità di contraddittore necessario (cfr. Cass. 17/04/2007, n. 9113; Cass. 24 giugno 2004 n. 11746, 21 dicembre 2004 n. 23701, 20 ottobre 2006 n. 22617).
L’adempimento della notifica a tale soggetto del ricorso in opposizione, richiesta dalla citata disposizione del D.Lgs. n. 46 del 1999, prima della menzionata modifica, assume quindi la funzione di una mera ‘‘denuntiatio litis”, per portare a conoscenza del concessionario la pendenza della lite, ma non costituisce una ‘‘vocatio in jus”.
Ne consegue che l’affermazione contenuta nell’impugnata sentenza e censurata con il motivo in esame è corretta. Peraltro, va rilevato che l’estromissione dal giudizio può essere disposta dal giudice solo con il consenso delle altre parti che non risulta esservi stato nel corso del giudizio.
Quanto alla condanna alle spese a favore anche del concessionario la stessa risulta fondata sul principio della soccombenza essendo stato l’appello rigettato in toto.
Con il quarto motivo si deduce la omessa motivazione in ordine ad un punto decisivo della controversia non avendo la Corte di appello esaminato - con riferimento alla cartella esattoriale n. 06....000 - non avendo la corte di appello esaminato il 6° motivo di gravame con il quale era stata dedotta la prescrizione per avvenuto decorso alla data di asserita notifica del 12.12.2001 del termine di prescrizione di 5 anni di cui alla L. n. 335/1995 art. 3 commi 9 e 10.Il presente motivo è inammissibile.Ed infatti, questa Corte ha avuto modo di precisare che non sono ammissibili le censure del ricorso per Cassazione che non siano dirette contro una statuizione, sia pure implicita, della sentenza impugnata, ma siano relative a questioni sulle quali il giudice non ha pronunciato a seguito del loro assorbimento per effetto della decisione fondata su un punto preliminare. (Cass. n. 457 del 18/02/1972; Cass. n. 1947 del 29/03/1982), come accaduto nel caso ‘‘de quo” in cui la corte di appello non ha pronunciato sulla eccezione di prescrizione dei crediti di cui alla cartella esattoriale predetta avendo ritenuto l’opposizione inammissibile perché tardiva.
Alla luce di quanto sin qui esposto, in accoglimento parziale del primo e del secondo motivo di ricorso, l’impugnata sentenza va cassata in relazione alle censure accolte. Sarà il giudice di rinvio - che si designa nella corte di Appello di Milano in diversa composizione, che dovrà accertare se la pretesa di cui alla cartella esattoriale n. (…) sia fondata nel merito.
Alla stessa corte si demanda di statuire, all’esito, anche sulle spese del giudizio di legittimità.

                                                                  P.Q.M.

La Corte accoglie parzialmente il prime motivo, in parte il secondo nei termini di cui in motivazione; rigetta il terzo e dichiara inammissibile il quarto; cassa l’impugnata sentenza in relazione alle censure accolte e rinvia alla Corte di Appello di Milano in diversa composizione, anche per le spese.
Depositata in Cancelleria il 30.10.2012
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Corte di Cassazione n° 2214/08 - ritiro della targa usurata – fermo amministrativo del veicolo – 30.01.08. -

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Images: cassazione sito.jpgAi sensi dell’art. 216 primo comma del codice della strada, nel caso di ritiro della targa, è previsto il fermo amministrativo del veicolo di cui all’art. 214, conseguendo tale sanzione accessoria in ogni caso in cui la targa venga, ai sensi dell’art. 100 comma 15 cod. strada, ritirata: tale norma prevede che dalle violazioni di cui ai commi precedenti deriva la sanzione accessoria del ritiro della targa non rispondente ai requisiti indicati. Pertanto, contrariamente a quanto ritenuto dal Giudice di Pace, il fermo amministrativo è previsto, ai sensi dell’art. dell’art. 100 comma 15 cod. strada, non soltanto nel caso di targhe contraffatte, ma anche quando, come nella specie, le targhe siano prive delle caratteristiche rifrangenti perché usurate”.  

                                                                          



                                                                          CORTE DI CASSAZIONE 

                                                            Sezione II Civile Sentenza n. 2214/2008 

 

 
                                                                                 Fatto e diritto  


Il Prefetto di Belluno ha proposto ricorso per cassazione avverso la sentenza dep. il 23 marzo 2004 del Giudice di Pace di Feltre con cui era stata accolta l’opposizione proposta da A.M. avverso il verbale di contravvenzione che aveva disposto il fermo amministrativo del veicolo a seguito del ritiro della targa che, in quanto usurata, era priva delle caratteristiche di rifrangenza.  
Il Giudice di Pace ha ritenuto che il fermo amministrativo del veicolo opera soltanto nell’ipotesi di contraffazione della targa prevista dall’art. 100 co. 15, che fa riferimento al precedente co. 12, e non pure nel caso di violazione di cui al comma 13, contestata all’opponente per essere stata la targa ritirata perché priva delle caratteristiche di rifrangenza in quanto usurata.  
Non ha svolto attività difensiva l’intimato. 
Attivatasi procedura ex art. 375 cod. proc. civ. il Procuratore Generale ha inviato richiesta scritta di accoglimento del ricorso per manifesta fondatezza.  Preliminarmente deve rilevarsi che il difetto di legittimazione passiva della Prefettura, evocata in giudizio al posto del Ministero dell’Interno (nei cui confronti si sarebbe dovuto instaurare l’opposizione avverso il verbale di contravvenzione elevato dalla Polizia stradale) è stato sanato dalla condotta processuale tenuta dall’Avvocatura dello Stato la quale, pure avendo proposto il ricorso per cassazione, non ha sollevato alcuna eccezione in ordine all’irregolarità del contraddittorio (SU. 3117/2006).  
Il ricorso è manifestamente fondato.  
Con l’unico motivo il ricorrente, denunciando violazione e falsa applicazione degli artt. 100 quindicesimo comma e 216 codice della strada, 22 e 23 della legge n. 689 del 1981, censura la sentenza impugnata che aveva ritenuto la sanzione accessoria del fermo amministrativo prevista soltanto nel caso di contraffazione della targa (art. 100 commi 12 e 15 cod. strada) e non pure nell’ipotesi contestata all’opponente di targa non rifrangente (art. 100 comma 13 cod. strada), perché usurata.  
Il motivo va accolto.  
Ai sensi dell’art. 216 primo comma del codice della strada, nel caso di ritiro della targa, è previsto il fermo amministrativo del veicolo di cui all’art. 214, conseguendo tale sanzione accessoria in ogni caso in cui la targa venga, ai sensi dell’art. 100 comma 15 cod. strada, ritirata: tale norma prevede che dalle violazioni di cui ai commi precedenti deriva la sanzione accessoria del ritiro della targa non rispondente ai requisiti indicati; il precedente comma 13 punisce la violazione dei precedenti commi cinque e dieci; il comma cinque prescrive che le targhe indicate ai commi 1, 2, 3 e 4 devono avere caratteristiche rifrangenti.  
Pertanto, contrariamente a quanto ritenuto dal Giudice di Pace, il fermo amministrativo è previsto, ai sensi dell’art. dell’art. 100 comma 15 cod. strada, non soltanto nel caso di targhe contraffatte, ma anche quando, come nella specie, le targhe siano prive delle caratteristiche rifrangenti perché usurate.  la sentenza va cassata;
non essendo necessari ulteriori accertamenti, la causa va decisa nel merito ai sensi dell’art. 384 cod. proc. civ.: deve essere rigettata l’opposizione proposta da A. M..
  
Le spese dell’intero giudizio vanno poste a carico dell’opponente, risultato soccombente.  

                                                                                      P.Q.M.  

La Corte accoglie il ricorso cassa la sentenza impugnata e, decidendo nel merito, rigetta l’opposizione proposta da A. M..  
Condanna l’intimato al pagamento in favore del ricorrente delle spese relative alla presente fase che liquida in Euro 500,00 di cui Euro 400,00 per onorari di avvocato oltre spese prenotate a debito.   
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Corte di Cassazione n° 22267/2010 – illegittima iscrizione di ipoteca su un immobile -risarcimento danni – 02.11.2010. -

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Images: cassazione sito.jpgLa Corte di Cassazione, con la sentenza in esame, ha stabilito che la presenza di una illegittima iscrizione ipotecaria su un immobile integra una situazione dannosa costituente danno evento in ragione della limitazione alla commerciabilità. In particolare, la Suprema Corte ha precisato che: “ In dipendenza del danno evento costituito dalla permanenza dell’iscrizione che poi sia risultata illegittima, danni risarcibili sub specie di danno c.d. conseguenza originante dalla situazione costituente il danno evento, si possono verificare tanto se si perde una o più occasioni di commerciare il bene (perché il possibile acquirente non stima conveniente acquistare il bene), sia se il bene si riesca a commerciare e, tuttavia, subendo una qualche diminuzione delle utilitates che si sarebbero conseguite se il bene fosse stato libero, cioè conseguendo una diminuzione del prezzo o conseguendo un prezzo vile, oppure un qualche diverso pregiudizio”.

 

 

 

 

 

                                                          CORTE DI CASSAZIONE

 

                                                             III SEZIONE CIVILE 

                                              SENTENZA N° 22267 DEL 2 novembre 2010

 

 

 


(Pres. Di Nanni – Rel. Frasca)

 

 

 

                                                      SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

 

 

§1. L’Avvocato P. V. ha proposto ricorso per cassazione contro C. G., l’Avvocato F. B. e la s.p.a. Poste Italiane avverso la sentenza del 7 dicembre 2005 pronunciata in grado di appello dalla Corte d’Appello di Genova in una controversia inter partes, la quale ha parzialmente accolto il suo appello avverso la sentenza resa in primo grado dal Tribunale di Savona, Sezione di Albenga.

§1.1. L’origine di tale controversia discende dalle vicende di un precedente giudizio, introdotto nell’ottobre del 1996 dal V. contro la G. ed un terzo, dinanzi al Giudice di Pace di Albenga, per ottenere il pagamento di somme dovute per corrispettivo di prestazioni d’opera professionale. Rigettata la domanda da quel giudice, in appello essa veniva accolta dal Tribunale di Savona, con sentenza del gennaio 1999, nella contumacia della G. e, sulla base della relativa sentenza, il V. iscriveva ipoteca giudiziale per lire 15.000.000 su un immobile di proprietà della G.. Nelle more del successivo giudizio di cassazione, la G. il 7 settembre 2001 vendeva a P. C. l’immobile e le parti convenivano che a garanzia della cancellazione dell’ipoteca una parte del prezzo, nella misura di lire 17.000.000, fosse affidata al notaio rogante a titolo di deposito fiduciario. Quindi, con sentenza n. 13598 del 2001 la Corte di cassazione, in accoglimento della doglianza della G. con cui si era dedotta la nullità della notificazione dell’atto di appello del V. avverso la sentenza di primo grado del Giudice di Pace di Albenga, cassava senza rinvio la sentenza del Tribunale di Savona.

§1.2. A seguito di tale esito, la G. conveniva in giudizio davanti al Tribunale di Savona il V., chiedendo ordinarsi alla Conservatoria dei registi immobiliari di Finale Ligure la cancellazione dell’ipoteca e la condanna del medesimo al risarcimento dei danni sofferti per l’indisponibilità della somma di lire 17.000.000 dal 7 settembre 2001 fino alla liberazione. Il V. si costituiva e dichiarava di non opporsi alla pronuncia di una decisione di cancellazione dell’ipoteca, a condizione che le relative spese fossero poste a carico dell’attrice. Svolgeva, inoltre, domanda riconvenzionale di condanna della G. al risarcimento della somma di euro 25.822,84 a titolo di risarcimento del danno sofferto per l’esito del giudizio relativo alle prestazioni professionali, assumendo che esso era stato determinato dall’uso, da parte del legale della G., Avvocato F. B., di informazioni, che dovevano considerarsi riservate, che esso stesso V. gli aveva dato dopo l’esito del giudizio di appello contro la sentenza del Giudice di pace di Albenga e che erano state decisive per la sorte del ricorso per cassazione. In subordine, sempre in via riconvenzionale, chiedeva la condanna della G. al pagamento della somma di lire 3.250.000 per le prestazioni oggetto della prima causa e la condanna del B. e/o delle Poste Italiane s.p.a.

§1.3. Nella costituzione del B. e delle Poste Italiane, il Tribunale di Savona, Sezione Distaccata di Albenga, con sentenza del settembre 2004, ordinava la cancellazione dell’ipoteca, condannava il V. alla corresponsione sulla somma di lire 17.000.000, convertita in euro, degli interessi legali sul capitale trimestralmente rivalutato, dal settembre 2001 al saldo, respingeva le domande riconvenzionali del V. e quella del B., compensava le spese fra il V. e le Poste e condannava alle spese il V. nei confronti della G. e del B..

§2. Sull’appello principale del V. ed incidentale della G., la Corte d’Appello di Genova ha parzialmente accolto l’appello del V. limitatamente alla capitalizzazione trimestrale della rivalutazione, trasformandola in annuale, nonché integralmente quello della G. relativo al riconoscimento del danno da persistenza dell’iscrizione ipotecaria per il periodo successivo alla sentenza di primo grado, riconoscendolo fino al passaggio in giudicato della sentenza. Per il resto ha confermato la sentenza di primo grado e condannato il V. alle spese del grado nei confronti di tutte le altre parti.

§3. Al ricorso del V., che propone due motivi nei confronti della sola G., tre motivi nei confronti della stessa e dell’Avvocato B. ed uno nei confronti delle Poste Italiane.

Tutti e tre gli intimati hanno resistito con separati controricorsi.

 

                                                          MOTIVI DELLA DECISIONE

 

§1. Con il primo dei tre motivi riguardanti espressamente solo la G., si deduce “violazione e falsa applicazione dell’art. 100 c.p.c., ed omesso, insufficiente e contraddittorio motivazione su un punto decisivo della controversia (art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5)”.

Vi si censura la sentenza impugnata per avere “riconosciuto la legittimazione attiva di C. G. alla domanda di cancellazione dell’iscrizione ipotecaria” effettuata dal V. sull’immobile poi alienato a P. C.. La Corte avrebbe motivato dando rilievo al fatto che la G. sarebbe stata tenuta per legge e per contratto nei confronti dell’acquirente a garantire il C. per l’iscrizione ed avrebbe dato rilievo al rischio a cui il C. era oggettivamente esposto. Senonché, non avrebbe considerato che l’ipoteca non avrebbe potuto essere azionata perché il titolo sulla base del quale era stata iscritta era venuto meno, onde non ricorreva “il caso della evizione ex art. 1482 c.c., comma 3, in relazione all’art. 2866 c.c.”, e, d’altro canto, non sarebbe stato considerato che il C. ben sapeva al momento dell’acquisto dell’esistenza dell’ipoteca. Inoltre, lo stesso V. si era detto disponibile alla cancellazione, ma a spese della G. e su tale ultimo aspetto la Corte territoriale avrebbe parlato di “accollo del tutto ingiustificato delle relative spese della G.”, dimenticando che detto accollo era giustificato dall’uso non legittimo delle notizie di cui al fax che aveva consentito la proposizione del ricorso per cassazione.

§1.1. Il motivo è privo di fondamento.

Va premesso che esso, quanto alla denuncia di violazione dell’art. 100 c.p.c., non contiene alcuna espressa deduzione volta ad evidenziare come e perché detta norma sarebbe stata violata, ed in particolare, non argomenta come e perché l’estinzione dell’ipoteca - conseguente, com’è di tutta evidenza, automaticamente ai sensi dell’art. 336 c.p.c., comma 2, - alla cassazione senza rinvio della sentenza d’appello sulla base della quale era stata iscritta e, quindi, l’esistenza di una situazione per cui si era verificata una fattispecie di caducazione del titolo in base al quale l’ipoteca era stata iscritta, potesse escludere l’interesse della G. ad agire in giudizio per ottenere l’accertamento di tale situazione e, quindi, il provvedimento giudiziale con cui fosse ordinata la cancellazione.

Le argomentazioni con cui il motivo è illustrato, non espressamente contenenti argomenti dimostrativi della violazione dell’art. 100, ove intese come rivolte a questo scopo implicitamente, sono prive di pregio.

Al riguardo, si rileva che l’esistenza della iscrizione nonostante il venir meno della causa della iscrizione è situazione di per sé pregiudizievole (in termini Cass. n. 4126 del 1956) anzitutto per il soggetto titolare della proprietà del bene ipotecato, il quale, se in concreto è nella condizione di poter opporre il venir meno della causa giustificativa dell’ipoteca, tuttavia, sotto il profilo della libera ed agevole commerciabilità del bene si trova, per effetto della permanenza della cancellazione, in una situazione potenzialmente pregiudizievole per l’incomodo rappresentato dal dover dare dimostrazione al terzo interessato all’acquisto del venir meno della causa giustificativa dell’ipoteca.

Ove, poi, il titolare della proprietà del bene ipotecato abbia acquistato quest’ultimo consapevolmente nel corso del giudizio in cui si è formato contro il suo dante causa il titolo giudiziale che ha giustificato l’iscrizione (come nella specie), l’interesse del detto dante causa ad agire per la cancellazione in difetto di consenso del creditore ipotecario una volta venuto meno quel titolo si può configurare se egli si è impegnato nei confronti dell’acquirente ad ottenere la cancellazione.

Ora, è lo stesso ricorrente alla pagina tre del ricorso a riferire che nell’atto di vendita del bene ipotecato le parti avevano stabilito che al prezzo venisse (si tratta di passo riportato fra virgolette) “dedotta la somma di lire 17.000.000 (diciassettemilioni) che sarà versata a titolo di deposito fiduciario a me Notaio, a garanzia della cancellazione dell’ipoteca giudiziale di cui sopra”.

Ciò evidenzia che la G. aveva assunto l’obbligazione di provvedere alla cancellazione e che fino al suo adempimento la somma oggetto del deposito fiduciario non sarebbe stata riscuotibile. Da tanto discende con tutta evidenza l’interesse ad agire della G. e tanto sarebbe bastato alla Corte territoriale per giustificare la reiezione del motivo di appello sul punto.

La motivazione della sentenza impugnata, là dove fa leva sulla garanzia incombente sulla G. “per legge e per contratto” riferendola al rischio che l’acquirente si trovasse esposto alla soggezione alla garanzia ipotecaria dovrebbe, a tutto voler concedere, essere soltanto corretta nei sensi appena indicati. Peraltro, se si dà rilievo alla circostanza che alla pagina sette la sentenza, nel riferire dello svolgimento processuale, dice nel quartultimo e terzultimo rigo che il deposito fiduciario era stato previsto a garanzia della “cancellazione dell’iscrizione ipotecaria”, risulta di tutta evidenza che, avendo la G. consentito l’ipoteca a garanzia della cancellazione, della realizzazione di questo risultato si era assunta l’onere. Da qui l’irrilevanza del solo fatto del venir meno della causa giustificativa dell’iscrizione, occorrendo che la G. prestasse l’attività diretta alla cancellazione.

§1.2. Quanto al vizio ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 5, l’illustrazione del motivo non contiene alcunché che concerna la ricostruzione della c.d. quaestio facti.

È poi appena il caso di precisare che alla deduzione della disponibilità del V. ad assentire alla cancellazione a spese della G. non si fa seguire alcuna critica alla sentenza impugnata. E ciò, in disparte ogni rilievo sul fondamento di questa pretesa.

§2. Con il secondo motivo relativo alla G. si deduce “violazione e falsa applicazione dell’art. 96 c.p.c., nonché dell’art. 1224 c.c., dell’art. 1227 c.c., comma 2, anche in relazione all’art. 2043 c.c., e all’art. 112 c.p.c., ed omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione su un punto decisivo della controversia (art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5)”.

Il motivo si riferisce alla domanda della G. “di risarcimento danni da imprudente iscrizione ipotecaria”.

Il motivo ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3, è inammissibile, perché, pur evocando chiaramente distinte censure, siccome evidenzia l’indicazione della violazione di diverse norme di diritto, fra cui due processuali e tre sostanziali, nella successiva attività di illustrazione svolge considerazioni su parti della motivazione della sentenza impugnate senza raccordarle in alcun modo con le norme di cui denuncia la violazione e, quindi, senza dimostrare perché la sentenza impugnata avrebbe violato ciascuna di esse, così lasciando a questa Corte questo compito, il che - oltre a non escludere fraintendimenti rispetto all’intenzione del ricorrente - è del tutto contrario alla logica del ricorso per cassazione, che impone al ricorrente che deduca la violazione di norme di diritto di argomentare perché esse siano state violate, il che impone che, se è stata denunciata nell’indicazione del motivo, la violazione di più norme, l’attività dimostrativa con cui si articola l’illustrazione del motivo rechi i riferimenti alle norme stesse.

§2.1. Ora, l’illustrazione del motivo contiene soltanto in chiusura un riferimento normativo alla disposizione dell’art. 1227 c.c., comma 2, che assume violata là dove la Corte territoriale ha ritenuto, con riferimento alla domanda della G. relativa al risarcimento del danno per la mancata utilizzazione della somma depositata a mani del notaio rogante l’atto, che “la relativamente modesta entità della somma stessa non consente di prospettare una possibilità concreta di utile (ma non rischioso) investimento”.

§2.1. Questa censura è ammissibile.

Essa è, tuttavia, infondata. Si articola, infatti, nell’assunto che un utile investimento della somma sarebbe potuto avvenire in titoli di stato o con un deposito in un libretto postale fruttifero e che tale comportamento sarebbe stato esigibile con l’ordinaria diligenza da parte della G. quale condotta diretta a limitare il danno.

Ebbene, questa deduzione non evidenzia in alcun modo un comportamento della G., quale creditrice, riconducibile all’ambito dell’art. 1227 c.c., comma 2.

Questa norma, infatti, a differenza di quella del comma 1, non si riferisce alla fattispecie integrativa del danno, cioè alla verificazione del c.d. danno evento, quale elemento che, unitamente alla condotta, determina la fattispecie di illecito contrattuale od extracontrattuale. Si riferisce, invece, al c.d. danno conseguenza, cioè a quel danno che, in dipendenza causale dalla verificazione dell’intera fattispecie costitutiva dell’illecito contrattuale od extracontrattuale e, quindi, del danno evento, si verifica sempre sul piano causale come ulteriore conseguenza dannosa e cui sostanzialmente allude l’art. 1223 c.c., (norma richiamata dall’art. 2056 c.c.). L’art. 1127 c.c., comma 2, ipotizza che il creditore avrebbe potuto evitare tale danno conseguenza usando l’ordinaria diligenza, cioè intervenendo con un suo comportamento sulla serie causale.

§2.2. Applicando tali principi al caso dell’iscrizione di ipoteca giudiziale che, in ragione dell’esito della lite, si sia poi rivelata non solo illegittima, proprio per l’esito del giudizio, ma anche imprudente, siccome esige l’art. 96 c.p.c., comma 2, e, quindi, sostanzialmente riconducibile all’ambito della fattispecie di responsabilità di cui all’art. 2043 c.c., (e sul punto della configurabilità di tale responsabilità, l’esito dello scrutinio delle altre censure, non consente alcun apprezzamento a questa Corte), si ha che il danno evento è rappresentato dal limite alla commerciabilità del bene ipotecato (e, quindi, ad una possibile utilitas ritraibile dal bene), che discende dalla presenza del vincolo ipotecario e, quindi, dalla corrispondente limitazione del contenuto del diritto sul bene derivante dalla sua soggezione alla garanzia.

Ove risulti accertata la illegittimità dell’iscrizione e, quindi, venga meno la sua fattispecie costitutiva, si deve rilevare anzitutto che tale danno evento non risulta automaticamente eliminato, perché, se è vero che dal punto di vista del proprietario del bene ipotecato, è possibile far valere il venir meno di quella fattispecie, finché dura la presenza dell’iscrizione ipotecaria, sussiste - come del resto s’è già adombrato in sede di esame del primo motivo - una situazione apparente che può creare difficoltà alla commerciabilità del bene, sia scongiurando eventuali proposte di acquisto di terzi sia imponendo un onere di dimostrazione al terzo che voglia acquistare il bene o un diritto su di esso che l’ipoteca non ha più effettività. Ne discende che la permanenza dell’iscrizione pur dopo che sia acclarata l’insussistenza della sua fattispecie costituiva rende ancora configurabile il danno evento derivante da essa e semmai si tratta di valutare se in concreto si sono prodotti danni conseguenza successivamente (situazione questa a suo tempo considerata da un lontano precedente di questa Corte (Cass. n. 1346 del 1967).

L’esistenza dell’iscrizione fino a quando non ne sia accertata l’illegittimità e, quindi, venga conclamato il venir meno della fattispecie costitutiva, integra a maggior ragione una situazione dannosa costituente danno evento in ragione dell’indicata limitazione alla commerciabilità.

In dipendenza del danno evento costituito dalla permanenza dell’iscrizione che poi sia risultata illegittima, danni risarcibili sub specie di danno c.d. conseguenza originante dalla situazione costituente il danno evento, si possono verificare tanto se si perde una o più occasioni di commerciare il bene (perché il possibile acquirente non stima conveniente acquistare il bene), sia se il bene si riesca a commerciare e, tuttavia, subendo una qualche diminuzione delle utilitates che si sarebbero conseguite se il bene fosse stato libero, cioè conseguendo una diminuzione del prezzo o conseguendo un prezzo vile, oppure un qualche diverso pregiudizio. Quest’ultima è la situazione verificatasi nella specie, in cui il bene è stato commerciato dalla G., ma la medesima non ha potuto realizzarne il prezzo nella sua integralità, in quanto l’acquirente ha evidentemente preteso che parte di esso non fosse acquisito dalla G. se non condizionatamente alla cancellazione dell’ipoteca. La mancata disponibilità di questa parte del prezzo costituisce, dunque, senza dubbio un danno conseguenza risarcibile alla G..

Il modo in cui si è realizzata tale indisponibilità, cioè l’essere rimasta la parte del prezzo in custodia del notaio, si vorrebbe, però, nella specie da parte del ricorrente che sia stato tale da elidere il danno conseguenza da indisponibilità di quella somma, rivendicato dalla G. sotto il profilo della sua fruttuosità.

Senonché, si deve rilevare innanzitutto che l’esistenza di ipotetiche modalità alternative di realizzazione della indisponibilità comporterebbe il venir meno, ai sensi dell’art. 1227 c.c., comma 2, non già del danno nella sua interezza, bensì soltanto di quella parte che avrebbe potuto essere evitata con la modalità alternativa. Ne discende che l’ipotesi formulata dal ricorrente, cioè di un impiego della somma in buoni del tesoro o in deposito postale o in altre simili, potrebbe determinare, in quanto non realizzata dalla creditrice G., l’esistenza di un danno non risarcibile integralmente alla medesima per l’indisponibilità della somma solo se fosse dimostrato che quelle modalità di impiego avrebbero assicurato quella stessa utilitas che si sarebbe potuta realizzare con la sua disponibilità immediata. Onde, la prospettiva dell’eliminazione totale del danno conseguenza sarebbe stata solo eventuale.

In disparte questo rilievo, nella specie la vicenda non si presta, però, ad essere sussunta sotto il paradigma normativo dell’art. 1227 c.c., comma 2. Quest’ultimo, quando dice che il risarcimento non è dovuto per i danni che il creditore avrebbe potuto evitare usando l’ordinaria diligenza allude ad un comportamento del creditore che, secondo il criterio di buona fede, si sarebbe potuto tenere per impedire che, quale conseguenza causale del danno evento, si verificasse il danno conseguenza. È noto che, secondo la giurisprudenza di questa Corte tale comportamento si identifica in uno sforzo diretto ad evitare tale danno attraverso un’agevole attività personale, o mediante un sacrificio economico relativamente lieve e non invece in attività che siano gravose o eccezionali o tali da comportare notevoli rischi o rilevanti sacrifici (ex multis, Cass. n. 2855 del 2205). Essenziale è tuttavia che il comportamento la cui mancata tenuta esclude la risarcibilità del danno conseguenza sia un comportamento da tenersi unilateralmente da parte del creditore. Il comportamento rilevante ai sensi e per gli effetti dell’art. 1227 c.c., comma 2, non può essere un comportamento che implichi non solo l’agire del creditore, ma anche una cooperazione per il conseguimento del risultato di un terzo sulla cui tenuta il creditore non ha alcun potere né impositivo né di induzione attraverso un sacrifico economico lieve.

Ora, nel caso di specie, essendo l’accantonamento della parte di prezzo derivato da un accordo con l’acquirente e dovendosi ritenere che anche la modalità di esso sia stata oggetto di tale accordo, non è dato comprendere come le modalità alternative di impiego della somma ipotizzate dal V. possano essere sussunte come possibili comportamenti di attivazione doverosa per evitare il danno. Non si tratta, cioè di comportamenti che poteva tenere di sua iniziativa la G., ma semmai essi si sarebbero potuti tenere se vi fosse stato accordo dell’acquirente. Essi, pertanto, non sono sussumibili sotto l’ambito dell’art. 1227 c.c., comma 2.

D’altro canto, se si ipotizza che, una volta divenuta concreta la possibilità di vendere il bene ipotecato e raggiunto l’accordo con l’acquirente per la stipula dell’atto alla condizione che essa non acquisisse la disponibilità di parte del prezzo, la G. avrebbe dovuto almeno prospettare all’acquirente la possibilità di creare il vincolo di indisponibilità in modo da assicurare la fruttuosità della relativa somma, risulta evidente che una modalità di impiego della somma come quella ipotizzata dal V. avrebbe richiesto, comunque, il concorso della volontà dell’acquirente. E dunque sempre al di fuori dell’ambito dell’art. 1227 c.c., comma 2, si rimane.

Né - lo si rileva ad abundantiam, poiché non è stato nemmeno allegato - un comportamento non conforme alla diligenza ordinaria della G. si potrebbe identificare nel non avere essa nemmeno prospettato alla controparte il possibile impiego alternativo della somma: sarebbe occorso, per potersi considerare il comportamento idoneo ad evitare il danno, dimostrare che l’acquirente sarebbe stato consenziente ed il relativo onere sarebbe stato del V.. E l’onere di allegazione e dimostrazione sarebbe stato di costui, posto che incombe al debitore eccepire e provare la situazione di cui all’art. 1227 c.c., comma 2.

Si può ancora rilevare, per mera completezza espositiva, che, nel caso di assenso dell’acquirente, eventuali modalità alternative avrebbero richiesto che qualcuno di fiducia delle parti contraenti, se del caso il notaio, assumesse l’incarico della realizzazione delle modalità di impiego fruttifero delle somme e ciò avrebbe richiesto una spesa e, quindi, avrebbe aumentato il danno. Non solo: entrambe le modalità ipotizzate e particolarmente l’accensione di b.o.t. (che avviene secondo aste periodiche e per tagli predefiniti in prima battuta) avrebbero richiesto del tempo e non sarebbero state realizzabile nella stessa contestualità della conclusione del contratto.

§2.3. La censura, dunque, sulla base delle complessive considerazioni svolte dev’essere rigettata, con implicita correzione sul punto della motivazione della sentenza impugnata.

§3. Con il primo motivo fatto valere sia contro la G. che il B., si lamenta “violazione e falsa applicazione dell’art. 2043 c.c., ed omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione su un punto decisivo della controversia (art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5)”.

Si tratta di motivo che riguarda la domanda di risarcimento danni formulata in via riconvenzionale dal V. contro i predetti in relazione all’utilizzazione delle informazioni e delle notizie di cui al fax con cui era stata trasmessa al B. la documentazione relativa alla notificazione dell’atto di appello nella causa per le prestazioni professionali poi decisa in via definitiva dalla sentenza di questa Corte.

Il motivo appare inammissibile per un duplice ordine di ragioni.

In primo luogo, perché nella sua illustrazione non si spiega in alcun modo come e perché l’art. 2043 c.c., sarebbe stato violato dalla Corte territoriale, ma si enunciano, con riferimento ad una serie di passi della motivazione, si enunciano dissensi che non sono espressi in alcun modo con considerazioni giuridiche dimostrative della violazione della norma e che, del resto, non concernendo la ricostruzione della quaestio facti, sono inidonee ad integrare il vizio ai sensi del n. 5 c.p.c.

In secondo luogo e, quand’anche - del tutto al di fuori della logica dei poteri della Corte - il Collegio procedesse a dare alle considerazioni svolte dal ricorrente un qualche rilievo in funzione della denunciata violazione dell’art. 2043 c.c., il motivo appare privo di pertinenza con l’effettiva ratio decidendi (e perciò inammissibile: in termini Cass. n. 359 del 2005, seguita da numerose conformi) della sentenza impugnata sul punto, la quale è incentrata sul rilievo che, ove pure l’utilizzazione della documentazione inviata non fosse stata lecita, il relativo comportamento non aveva avuto efficienza causale sulla sorte del giudizio introdotto dall’Avvocato V., perché la proposizione del ricorso per cassazione con la deduzione del vizio della notificazione dell’appello sarebbe potuta avvenire comunque sulla base dell’acquisizione delle emergenze della notificazione stessa aliunde, circostanza che la Corte territoriale, dice condivisa dallo stesso V., riportando un passo fra virgolette delle deduzioni del V. (p. 22 della sentenza). In sostanza, come emerge dalla pagina 22 della sentenza, l’azione riconvenzionale del V. è stata respinta perché la Corte territoriale non ha ravvisato nel comportamento tenuto dal B. un’efficacia causativa del preteso danno lamentato dal V..

Questa motivazione doveva il V. criticare e dimostrarne l’idoneità a violare l’art. 2043 c.c., la cui fattispecie attribuisce il diritto che contempla non già in quanto si sia verificato un comportamento illecito (contra jus), ma in quanto esso abbia determinato un danno (c.d. danno evento). Nella specie la Corte genovese ha rigettato la domanda perché ha ritenuto assorbente che il comportamento non aveva causato il danno, in quanto l’Avvocato B., quale legale della G., avrebbe potuto comunque acquisire le emergenze della notificazione dell’atto di appello e articolare su di esse il ricorso per cassazione.

Il ricorrente non ha, dunque, percepito l’effettività della motivazione dell’impugnata sentenza e pretende di discutere di un profilo, l’essere stato o meno il comportamento illecito, che non ha costituito la ratio decidendi. Il motivo è, pertanto, privo di aderenza alla motivazione e, per ciò, inammissibile (Cass. n. 359 del 2005, seguita da numerose conformi).

§4. Il secondo motivo comune alla G. ed al B. - denunciante “omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione sul punto relativo al rigetto di prova testimoniale” - è anch’esso inammissibile, perché prospetta l’omesso esame di un motivo di appello inerente la mancata ammissione di una prova testimoniale da parte del giudice di primo grado, ma lo fa con riferimento ad una prova - di cui riproduce la capitolazione - diretta a dimostrare che l’Avvocato V. aveva raccomandato il carattere riservato della documentazione inviata. In tal modo il ricorrente non avverte che l’omesso esame è stato determinato dalla ritenuta irrilevanza ai fini della reiezione della domanda risarcitoria della questione della riservatezza della documentazione, o meglio del carattere illecito della sua utilizzazione. Irrilevanza dipesa dall’essere stato comunque il relativo comportamento inidoneo a determinare danno, per come rilevato a proposito del motivo precedente.

§5. Il terzo motivo sempre comune alla G. e al B. lamenta “violazione e/o falsa applicazione degli artt. 91 e 92 c.p.c., nonché omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione su punto decisivo della controversia” e si duole sia che la Corte territoriale, pur avendo parzialmente riformato la sentenza di primo grado, non abbia compensato anche solo in parte la statuizione sulle spese della sentenza di primo grado a favore della G. e del B., sia che non abbia dato risposta alla contestazione sull’eccessività della relativa liquidazione.

Quanto al primo aspetto, il motivo non si fa carico del fatto che la sentenza impugnata ha motivato il rifiuto di compensare in tutto od in parte le spese a seguito della riforma della sentenza di primo grado, adducendo il carattere minimale dell’accoglimento dell’appello, motivazione questa pienamente rispondente ai criteri giuridici che debbono guidare l’uso del potere di compensazione.

Quanto al secondo aspetto, la sentenza ha ravvisato che la contestazione svolta con il motivo di appello sull’eccessività delle spese era generica (p. 30) e lo ha fatto riproducendo il relativo passo dell’appello, del resto riprodotto nello stesso ricorso dal ricorrente. Onde, ha nella sostanza ravvisato la violazione dell’art. 342 c.p.c., cosa di cui il motivo qui prospettato - con altrettale genericità ed apoditticità - non si fa carico.

§6. Con l’unico motivo prospettato contro la s.p.a. Poste Italiane si deduce “violazione e falsa applicazione dell’art. 1227 c.c., comma 1, anche in relazione all’art. 1218 c.c., e all’art. 2043 c.c., nonché in relazione all’art. 2697 c.c., ed omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione su un punto decisivo della controversia (art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5)”.

Il motivo pertiene al rigetto della domanda proposta dal V. nei confronti delle Poste Italiane sia sotto un profilo di garanzia impropria rispetto alle pretese della G., sia sotto il profilo del risarcimento del danno, anche se non si dice espressamente se ci si intenda riferire ad entrambi i profili oppure ad uno di essi.

Il motivo è anzitutto inammissibile, perché sul punto la motivazione della sentenza - che a quel che sembra pare avere esaminato congiuntamente i due profili suddetti - si fonda su due autonome rationes decidendi: l’una fondata sull’essere stato l’esito del ricorso per cassazione, conseguente alla nullità della notificazione della sentenza impugnata ed assunto come fattispecie determinativa del danno, del tutto indipendente dal comportamento delle Poste, concretatosi, tramite l’ufficiale postale, nell’esecuzione di una notificazione dell’atto di appello nulla (per la verità inesistente secondo la sentenza di questa Corte, che il Collegio può senza dubbio esaminare, trattandosi di atto ufficiale inserito nei propri archivi e pubblico); l’altro rappresentato dall’affermazione, svolta alla pagina 28 nel punto 7.2. che, quando pure il comportamento delle Poste avesse avuto una qualche efficienza causale per l’esito del ricorso per cassazione, restava del tutto indimostrato che, qualora l’atto di appello fosse stato notificato correttamente - e, quindi, non lo si dice, ma appare implicito nel ragionamento della Corte territoriale, il contraddittorio fosse stato attivato nei confronti della G. - l’esito dell’appello nella causa introdotta dall’Avvocato V. sarebbe stato favorevole a lui e, dunque, la perdita sofferta per l’esito dannoso di conferma della sentenza di primo grado scaturita dalla cassazione senza rinvio non si sarebbe verificato comunque.

Ebbene, né nell’illustrazione del motivo, né aliunde il ricorrente ha impugnato questa seconda ratio decidendi, giusta o ingiusta che sia. Si essa, pertanto, la sentenza impugnata è passata in cosa giudicata. Viene allora in rilevo il principio di diritto secondo cui «Allorquando la sentenza assoggettata ad impugnazione sia fondata su due diverse rationes decidendi, idonee entrambe a giustificarne autonomamente le statuizioni, la circostanza che l’impugnazione sia rivolta soltanto contro una di esse, e non attinga l’altra, determina una situazione nella quale il giudice dell’impugnazione (ove naturalmente non sussistano altre ragioni di rito ostative all’esame nel merito dell’impugnazione) deve prendere atto che la sentenza, in quanto fondata sulla ratio decidendi non criticata dall’impugnazione, è passata in cosa giudicata e desumere, pertanto, che l’impugnazione non è ammissibile per l’esistenza del giudicato, piuttosto che per carenza di interesse» (Cass. 14740 del 2005). Oppure il principio di diritto che riconduce l’analoga situazione con lo stesso effetto alla carenza di interesse (fra tante Cass. n. 20118 del 2006).

Per mera completezza il Collegio osserva che la stessa impugnazione della prima ratio decidendi, se fosse stata scrutinabile, avrebbe evidenziato la manifesta infondatezza della censura: infatti, contrariamente a quello che asserisce il ricorrente interpretando la motivazione, la sentenza impugnata non ha svolto affatto un ragionamento con cui ha fatto applicazione dell’art. 1227 c.c., comma 1, e ne ha negato l’adeguatezza al caso concreto, ma ha svolto un ragionamento che ha escluso implicitamente il rilievo di quella norma, perché ha considerato che il comportamento delle Poste e, quindi, l’esecuzione della notificazione dell’appello in modo viziato, sono rimati privi di rilevanza causale sull’esito del ricorso per cassazione, avendo assunto rilevanza causale esclusiva esclusivamente il comportamento dell’Avvocato V., che nell’espletamento del suo mandato professionale e con una diligenza espressione “di un livello minimo di cultura e di esperienza professionale” avrebbe dovuto controllare la ritualità della notificazione dell’appello e procedere alla rinnovazione della notificazione.

Ora, nell’illustrazione del motivo non si spiega in alcun modo come e perché tale ragionamento seguito dalla Corte territoriale sia giuridicamente inesatto ed anzi si postula genericamente che della nullità della notificazione il V. non si sarebbe potuto accorgere dato che non se ne accorse nemmeno il Tribunale di Savona giudice d’appello. Il che è rilievo del tutto incongruo, là dove evidenzia soltanto che semmai quel giudice sarebbe stato a sua volta negligente non diversamente dallo stesso V. (come non manca di notare la sentenza impugnata).

Il motivo è, dunque, dichiarato inammissibile.

§7. Il ricorso è conclusivamente rigettato.

Le spese seguono la soccombenza e si liquidano a favore di ciascuno dei resistenti nel dispositivo.

 

                                                                        P.Q.M.

 

La Corte rigetta il ricorso. Condanna il ricorrente alla rifusione, in favore di ciascuno delle parti resistenti, delle spese del giudizio di cassazione, liquidate a favore di ognuna in euro duemilasettecento, di cui duecento per esborsi, oltre spese generali ed accessori come per legge.

 

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