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Corte Costituzionale Ordinanza n° 377 – cartelle esattoriali – illegittime se non indicano il nome del responsabile del procedimento – 09.11.07. -

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Images: corte costituzionale.jpgImportante ordinanza della Corte Costituzionale in materia di  cartelle esattoriali. Secondo la Corte Costituzionale la cartella di pagamento notificata ai contribuenti dai concessionari della riscossione deve contenere l'indicazione obbligatoria del nominativo del responsabile del procedimento. Questo è il principio espresso dalla Corte costituzionale con la recente ordinanza 377 del 2007, depositata il 9 novembre 2007. L'ordinanza in questione, propende per quella giurisprudenza costituzionale e di legittimità secondo cui il contribuente deve essere posto in condizione di conoscere non solo la pretesa impositiva in tutti i suoi elementi e di   poter esercitare con modalità chiare e semplici il proprio diritto di difesa. A tal uopo è necessario conoscere il nome del funzionario responsabile del procedimento tributario.


                                                                   ORDINANZA N. 377 ANNO 2007   

                                                                          REPUBBLICA ITALIANA
 

                                                                   IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
 

                                                                      LA CORTE COSTITUZIONALE
 
 

composta dai signori: - Franco Bile  Presidente -

Francesco                 AMIRANTE                          Giudice
 -
Ugo                              DE SIERVO                        "
 - Paolo                           MADDALENA                    " 
- Alfio                             FINOCCHIARO                  " 
- Alfonso                         QUARANTA                       " 
- Franco                          GALLO                              " 
- Luigi                             MAZZELLA                        " 
- Sabino                          CASSESE                           " 
- Maria Rita                     SAULLE                             " 
- Giuseppe                      TESAURO                          " 
- Paolo Maria                  NAPOLITANO                   " 

ha pronunciato la seguente
 ORDINANZA
 nel giudizio di legittimità costituzionale dell’art. 7, comma 2, lettera a), della legge 27 luglio 2000, n. 212 (Disposizioni in materia di statuto dei diritti del contribuente), promosso con ordinanza dell’11 gennaio 2006 dalla Commissione tributaria regionale del Veneto sul ricorso proposto da Giuseppe Faedo contro il Comune di Chiampo ed altro, iscritta al n. 363 del registro ordinanze 2007 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 20, prima serie speciale, dell’anno 2007. 
Visto l’atto di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri; 
udito nella camera di consiglio del 10 ottobre 2007 il Giudice relatore Sabino Cassese. 
Ritenuto che la Commissione tributaria regionale di Venezia ha sollevato questione di legittimità costituzionale dell’art. 7, comma 2, lettera a), della legge 27 luglio 2000, n. 212 (Disposizioni in materia di statuto dei diritti del contribuente) (erroneamente indicata, nel dispositivo dell’ordinanza di rimessione, con il n. 112), nella parte in cui prevede che gli atti dei concessionari della riscossione «devono tassativamente indicare» – fra l’altro – il responsabile del procedimento, in riferimento agli articoli 3, primo comma, e 97 della Costituzione; 
che la questione è insorta nel giudizio d’appello avverso la decisione della Commissione tributaria provinciale di Vicenza, che aveva respinto il ricorso di Giuseppe Faedo avverso la cartella di pagamento (notificata l’8 maggio 2003) relativa all’iscrizione a ruolo dell’Ici dovuta al Comune di Chiampo;  
che, ad avviso della Commissione regionale remittente, la questione di costituzionalità è rilevante ai fini del decidere, dal momento che, in caso di dichiarazione di incostituzionalità, essa «dovrebbe accogliere l’appello, con assorbimento di ogni altra censura»; 
che, osserva il remittente, l’art. 7 della legge n. 212 del 2000 (come, del resto, l’intero statuto dei diritti del contribuente) si colloca sulla scia della legge 7 agosto 1990, n. 241 (Nuove norme in materia di procedimento amministrativo e di diritto di accesso ai documenti amministrativi), e ciò spiega «come mai siano stati obbligati a seguire le regole sul procedimento non solo gli uffici dell’amministrazione finanziaria in senso stretto, ma anche, in un empito garantistico, gli enti preposti alla riscossione»; 
che, tuttavia, prosegue il remittente, disposizioni come quella censurata «si attagliano bene all’attività procedimentale che gli uffici della pubblica amministrazione in senso proprio sono tenuti a svolgere al fine di emettere un provvedimento destinato ad incidere nella sfera giuridica del destinatario, mentre, al contrario, l’attività svolta dai concessionari della riscossione al fine di formare la cartella non pare configurabile come un vero e proprio procedimento (tali attività, invero, non sono aperte alla partecipazione; non si mettono a confronto interessi pubblici fra loro, e con quelli privati di cui sono portatori i contribuenti; non vi è alcun margine di apprezzamento da parte degli uffici, etc.)»; 
che, secondo il remittente, l’attività dei concessionari può dar luogo, tutt’al più, a «procedimenti di massa», «caratterizzati in modo pressoché assoluto dall’elemento tecnico organizzativo e dall’uniformità delle operazioni», trattandosi di «trasfondere il contenuto dei ruoli ricevuti dall’Agenzia delle entrate in singole cartelle destinate individualmente ai contribuenti, senza alcuna possibilità di apprezzamento, tanto più di natura discrezionale»; 
che, pertanto, conclude il remittente, sembra eccessivo e poco utile addossare ai concessionari obblighi che appaiono «fini a se stessi, anche considerato che sulle cartelle figura l’avvertenza che si possono chiedere informazioni sul contenuto della cartella stessa»; ragion per cui l’art. 7, comma 2, lettera a), ultima parte, contrasta, per un verso, con l’art. 3, primo comma, Cost., poiché tratta in maniera simile attività e situazioni sicuramente diverse, quali sono quelle ascrivibili all’amministrazione finanziaria e quelle, invece, di competenza del concessionario e, per altro verso, «con l’art. 97 Cost. e con il principio di buon andamento della pubblica amministrazione ivi stabilito, nonché con l’art. 1 della legge n. 241 del 1990, che ne costituisce sviluppo, laddove sancisce che l’attività della pubblica amministrazione è ispirata al principio [recte: ai principi] di efficienza, economicità ed efficacia»; 
che si è costituita, per la Presidenza del Consiglio dei ministri, l’Avvocatura generale dello Stato, eccependo che la questione sollevata sarebbe inammissibile per difetto assoluto di rilevanza; 
che, secondo l’Avvocatura, l’eventuale dichiarazione di incostituzionalità della norma raggiungerebbe l’effetto contrario a quello indicato dal giudice a quo (l’accoglimento dell’appello), giacché, facendo venir meno l’obbligo di indicare il responsabile del procedimento, comporterebbe che la mancanza o l’insufficienza di tale indicazione non sarebbe più oggetto di «un dovere sanzionabile con la declaratoria di illegittimità» della cartella di pagamento. 
Considerato che il giudizio principale ha ad oggetto la legittimità o meno della cartella di pagamento, in quanto – secondo uno dei motivi di ricorso proposti dal ricorrente – essa non conterrebbe l’indicazione, obbligatoria per legge, del «responsabile del procedimento» (da intendere come il responsabile del procedimento che mette capo all’esattore, e non del procedimento, culminante nella consegna del ruolo all’esattore, che si svolge presso l’amministrazione finanziaria); 
che – a prescindere dalla circostanza che l’eventuale declaratoria di incostituzionalità del censurato art. 7 della legge n. 212 del 2000 comporterebbe il rigetto e non, come sostiene il remittente, l’accoglimento del motivo di appello proposto dal contribuente (atteso che verrebbe meno l’obbligo di indicare, nella cartella di pagamento, il responsabile del procedimento) – la questione è manifestamente infondata; 
che, infatti, ogni provvedimento amministrativo è il risultato di un procedimento, sia pure il più scarno ed elementare, richiedendo, quanto meno, atti di notificazione e di pubblicità; 
che l’art. 7 della legge n. 212 del 2000 si applica ai procedimenti tributari (oltre che dell’amministrazione finanziaria) dei concessionari della riscossione, in quanto soggetti privati cui compete l’esercizio di funzioni pubbliche, e che tali procedimenti comprendono sia quelli che il giudice a quo definisce come «procedimenti di massa» (che culminano, cioè, in provvedimenti di contenuto omogeneo o standardizzato nei confronti di innumerevoli destinatari), sia quelli di natura non discrezionale; 
che l’obbligo imposto ai concessionari di indicare nelle cartelle di pagamento il responsabile del procedimento, lungi dall’essere un inutile adempimento, ha lo scopo di assicurare la trasparenza dell’attività amministrativa, la piena informazione del cittadino (anche ai fini di eventuali azioni nei confronti del responsabile) e la garanzia del diritto di difesa, che sono altrettanti aspetti del buon andamento e dell’imparzialità della pubblica amministrazione predicati dall’art. 97, primo comma, Cost. (si veda, ora, l’art. 1, comma 1, della legge n. 241 del 1990, come modificato dalla legge 11 febbraio 2005, n. 15, recante «Modifiche ed integrazioni alla legge 7 agosto 1990, n. 241, concernenti norme generali sull’azione amministrativa»); 
che, del resto, fin da epoca precedente l’entrata in vigore della legge n. 212 del 2000, recante lo statuto dei diritti del contribuente, la Corte ha ritenuto l’applicabilità ai procedimenti tributari della legge generale sul procedimento amministrativo n. 241 del 1990 (ordinanza n. 117 del 2000, relativa all’obbligo di motivazione della cartella di pagamento). 
Visti gli artt. 26, secondo comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87, e 9, comma 2, delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale. 

Per questi motivi 

                                                                         LA CORTE COSTITUZIONALE 

dichiara la manifesta infondatezza  della questione di legittimità costituzionale dell’art. 7, comma 2, lettera a), della legge 27 luglio 2000, n. 212 (Disposizioni in materia di statuto dei diritti del contribuente),  sollevata dalla Commissione tributaria regionale di Venezia, in riferimento agli articoli 3, primo comma, e 97 della Costituzione, con l’ordinanza in epigrafe. 
Cosi deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 5 novembre 2007. 
F.to: Franco BILE, Presidente 
Sabino CASSESE, Redattore 
Giuseppe DI PAOLA, Cancelliere 
Depositata in Cancelleria il 9 novembre 2007.     
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Giudizio di legittimita' costituzionale in via incidentale. Imposte e tasse - Riscossione delle imposte - Fermo amministrativo dei veicoli - Giurisdizione sulle relative controversie - Devoluzione alle commissioni tributar

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Images: corte costituzionale.jpgImposte e tasse - Riscossione delle imposte - Esecuzione esattoriale - Pignoramento dei crediti vantati dal debitore esecutato nei confronti di terzi - Opposizione agli atti esecutivi - Previsione che l'atto di pignoramento possa contenere, in luogo della citazione ex art. 543, secondo comma, numero 4, l'ordine al terzo di pagare il credito direttamente al concessionario - Denunciata violazione dei principi di ragionevolezza e di uguaglianza tra debitori esecutati in funzione della scelta discrezionalmente assunta dall'agente della riscossione, con incidenza sul diritto di difesa del debitore - Questione di costituzionalita' sollevata nell'ambito di procedimento cautelare - Avvenuto esaurimento della potestas iudicandi del rimettente - Omessa motivazione, per altro profilo, sulla rilevanza della questione - Manifesta inammissibilita'. (GU n. 50 del 3-12-2008  



                                                       LA CORTE COSTITUZIONALE

composta dai signori: Presidente: Giovanni Maria FLICK; Giudice: Francesco AMIRANTE, Ugo DE SIERVO, Paolo MADDALENA, Alfio FINOCCHIARO, Alfonso QUARANTA, Franco GALLO, Luigi MAZZELLA, Gaetano SILVESTRI, Sabino CASSESE, Maria Rita SAULLE, Giuseppe TESAURO, Paolo Maria NAPOLITANO, Giuseppe FRIGO;

ha pronunciato la seguente
  Ordinanza Nel giudizio di legittimita' costituzionale dell'art. 72-bis del decreto del Presidente della Repubblica del 29 settembre 1973, n. 602 (Disposizioni sulla riscossione delle imposte sul reddito), promosso con ordinanza dell'11 dicembre 2007 dal Giudice dell'esecuzione del Tribunale di Genova nel giudizio vertente tra la S.r.l. PhD e la s.p.a. Equitalia Polis, iscritta al n. 87 del registro ordinanze 2008 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 15, 1ª serie speciale dell'anno 2008.
Visti l'atto di costituzione della S.r.l. PhD, nonche' gli atti di intervento di Francesco Carlo Rizzuto e del Presidente del Consiglio dei ministri;
Udito nell'udienza pubblica del 4 novembre 2008 il giudice relatore Franco Gallo;
Udito l'avvocato Francesco Carlo Rizzuto per la S.r.l. PhD e l'avvocato dello Stato Sergio Fiorentino per il Presidente del Consiglio dei ministri; Ritenuto che, nel corso di un giudizio riguardante un'opposizione agli atti dell'esecuzione esattoriale promossa dalla s.p.a. Equitalia Polis, agente della riscossione per la provincia di Genova, nei confronti della S.r.l. PhD, il giudice dell'esecuzione del Tribunale ordinario di Genova, con ordinanza depositata l'11 dicembre 2007, ha sollevato, in riferimento agli artt. 3 e 24 della Costituzione, questione di legittimita' dell'art. 72-bis del d.P.R. 29 settembre 1973, n. 602 (Disposizioni sulla riscossione delle imposte sul reddito), il quale, all'alinea del comma 1, prevede che «Salvo che per i crediti pensionistici e fermo restando quanto previsto dall'art. 545, commi quarto, quinto e sesto, del codice di procedura civile, l'atto di pignoramento dei crediti del debitore verso terzi puo' contenere, in luogo della citazione di cui all'art. 543, secondo comma, numero 4, dello stesso codice di procedura civile, l'ordine al terzo di pagare il credito direttamente al concessionario, fino a concorrenza del credito per cui si procede»;
che il giudice rimettente premette che: a) il giudizio a quo si trova nella fase cautelare «prevista dall'art. 60, d.P.R. n. 602/1973», nella quale puo' essere disposta «legittimamente la sospensione della procedura esecutiva esattoriale, ove richiesto, qualora ricorrano gravi motivi e vi sia fondato pericolo di grave ed irreparabile danno»; b) devono essere respinte le eccezioni di mancata o tardiva «notifica del provvedimento ex art. 72-bis, d.P.R. n. 602/1973 con cui Equitalia S.p.A. [...] ordinava a Banca Carige la consegna della somma versata sul conto corrente intestato al debitore»; c) «non appare violato, nel caso di specie, alcun principio ne' dispositivo di legge, essendo stato notificato l'atto di pignoramento anche al contribuente debitore e [...] pertanto l'esecutato ha avuto la possibilita' di venire a conoscenza della procedura e di far valere le sue ragioni con il presente ricorso ex art. 617 c.p.c.»;
che il rimettente - in accoglimento di una sola delle diverse eccezioni di legittimita' costituzionale proposte dall'opponente - solleva questione di legittimita' costituzionale del citato art. 72-bis, del d.P.R. n. 602 del 1973, in quanto esso, consentendo all'agente della riscossione di ordinare discrezionalmente al terzo il pagamento diretto, riconosce a detto agente una facolta' che, se esercitata (come nella specie), sottrae al controllo del giudice dell'esecuzione la procedura di espropriazione esattoriale mobiliare presso terzi di crediti del debitore e, percio', crea una irragionevole disparita' di trattamento nei confronti degli esecutati in procedure esattoriali alle quali, invece, sono applicabili le diverse modalita' di esecuzione mediante previa citazione in giudizio del terzo, previste dagli artt. 543 e seguenti cod. proc. civ.;
che, sempre a sostegno della non manifesta infondatezza della sollevata questione, il rimettente aggiunge: a) che «il pignoramento eseguito in base alla norma censurata, con ordine coattivo di consegna immediata, in luogo di quello ex artt. 543 e segg. c.p.c., ha reso piu' gravosa e meno efficace per l'esecutato la sua difesa», perche' se questo «avesse proposto opposizione dopo aver ricevuto la rituale citazione ex art. 543 c.p.c., nel tempo intercorrente tra la sua notifica e l'udienza di dichiarazione del terzo ex art. 547 c.p.c., qualora il g.e. avesse sospeso l'esecuzione ex art. 60, d.P.R. n. 602/1973, stante il disposto dell'art. 49, n. 2 del d.P.R. citato, [...] sarebbe stato conseguentemente applicabile, per la parte per cui non provvede l'art. 60, d.P.R. n. 602/1973, l'art. 624 c.p.c.»; b) che, pertanto, «in caso di sospensione non reclamata ex art. 669-terdecies c.p.c., o disposta o confermata in sede di reclamo, il g.e., in caso di istanza dell'opponente, avrebbe dichiarato (non facoltativamente, secondo il tenore letterale della norma novellata), con ordinanza non impugnabile, l'estinzione della procedura, liberando di fatto la somma vincolata e non ancora assegnata»; c) che «e' di percezione immediata quanto la diversa scelta operata nel caso in esame dal concessionario procedente, la cui discrezionalita' discende dalla norma, abbia creato una disparita' di trattamento ove si consideri che, in caso di sospensione ed estinzione della procedura, il recupero della somma pignorata, gia' versata al procedente, sarebbe non poco oneroso per l'esecutato»; che, secondo il giudice a quo, va «ritenuta altresi' sussistente la rilevanza, nel presente giudizio, della norma censurata, per le circostanze di fatto e di diritto suesposte»;
che il rimettente, contestualmente alla rimessione degli atti a questa Corte, «sospende la procedura» esecutiva; che e' intervenuto in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo dichiararsi non fondata la sollevata questione;
che l'interveniente premette che la norma censurata e' stata introdotta dall'art. 2, comma 6, del decreto-legge 2 ottobre 2006, n. 262 (Disposizioni urgenti in materia tributaria e finanziaria), convertito, con modificazioni, dalla legge 24 novembre 2006, n. 286, che ha esteso a tutti i crediti del debitore erariale moroso la facolta' di riscossione coattiva diretta da parte del concessionario, prima limitata al solo caso del pignoramento del quinto dello stipendio, allo scopo di attribuire agli organi della riscossione poteri piu' incisivi ed efficaci per il mancato pagamento dei debiti tributari iscritti a ruolo, come tali certi, liquidi ed esigibili;
che, per la difesa erariale, la norma censurata non e' contraria al parametro della ragionevolezza, non solo perche' «appare del tutto proporzionata al conseguimento dell'obiettivo, ma anche perche' la contestata discrezionalita' dell'agente della riscossione nell'avvalersi o meno della facolta' che la legge gli riconosce non induce una disparita' di trattamento tra debitori esecutati», i quali sono «titolari di un interesse di mero fatto rispetto all'utilizzo dell'una o dell'altra modalita'»;
che i margini di discrezionalita' riconosciuti all'agente della riscossione sarebbero «rigidamente vincolati, fortemente limitati e ben definiti dal profilo pubblicistico dell'esercizio della sua attivita'»; attivita' che egli dovrebbe improntare alla maggiore rapidita' possibile «in un'ottica di indefettibile rafforzamento dell'efficienza operativa, della fruttuosita' della riscossione tributaria e dell'effettivo contrasto del fenomeno della c.d. evasione da riscossione»;
che, in relazione alla pretesa violazione dell'art. 24 Cost., la difesa erariale rileva che la denunciata maggiore gravosita' della posizione del debitore esecutato conseguirebbe ad una situazione di mero fatto, perche' «l'eliminazione dell'udienza per la dichiarazione di quantita' [...] non incide sulla facolta' per il debitore esecutato di proporre opposizione all'esecuzione o agli atti esecutivi, nei limiti in cui cio' e' consentito dall'art. 57 del d.P.R. n. 602/1973, e di chiedere la sospensione dell'esecuzione, essendo il debitore, evidentemente, tra i destinatari della notifica dell'atto di pignoramento»;
che, anche sul piano delle concrete conseguenze fattuali della disciplina censurata - sempre per la difesa erariale - «la nuova forma di espropriazione presso terzi non ha prodotto sensibili differenze rispetto alla situazione preesistente», nella quale «la possibilita' per il debitore esecutato di rientrare nella disponibilita' del credito pignorato - non essendo la mera sospensione idonea a far cessare il vincolo determinato dal pignoramento - presuppone la dichiarazione di estinzione della procedura esecutiva e quindi, di norma, una sentenza resa all'esito di un giudizio di cognizione»;
che, pertanto, l'unica differenza fra la disciplina censurata e la disciplina ordinaria dell'espropriazione presso terzi sarebbe «che [...] all'esito del giudizio di cognizione risultera' debitore il concessionario (che sara', di regola, tenuto anche al risarcimento del danno) in luogo dell'originario debitor debitoris»; con la conseguenza di una maggiore tutela di fatto della posizione del debitore esecutato, in ragione della «istituzionale solvibilita' del creditore erariale, che elimina in radice [...] il rischio di ripetizione delle somme che, eventualmente, dovessero risultare riscosse sine titulo e di quelle conseguentemente dovute a titolo risarcitorio»;
che si e' costituita la S.r.l. PhD, in liquidazione, opponente nel giudizio di esecuzione, rappresentata e difesa dall'avvocato Francesco Carlo Rizzuto, chiedendo l'accoglimento della sollevata questione; che la parte privata, dopo aver premesso che il giudice a quo ha sospeso la procedura esecutiva, afferma che: a) la norma censurata - in quanto sottrae al giudice dell'esecuzione il potere «di verifica anche d'ufficio della validita' ed efficacia dei titoli esecutivi» - si pone in contrasto con la legge 27 luglio 2000, n. 212 (Disposizioni in materia di statuto dei diritti del contribuente), che «prevede espressamente che fisco e contribuente siano posti in condizioni di parita', nell'ottica di un giusto processo», nonche' con l'art. 6 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo, che «prevede [...] il diritto di ogni persona ad un'equa e pubblica udienza entro un termine ragionevole, davanti a un tribunale indipendente ed imparziale, ai fini della determinazione sia dei suoi diritti che dei suoi doveri di carattere civile»; b) la medesima norma censurata non prevede «la contestuale notifica dell'atto di pignoramento, oltre che al terzo pignorato, anche al debitore»; c) nel procedimento di espropriazione presso terzi ordinario, qualora l'esecuzione sia sospesa prima che il terzo debitore corrisponda le somme all'agente della riscossione, il debitore esecutato che vede accolta la sua opposizione all'esecuzione ottiene lo svincolo dei crediti dal pignoramento, a prescindere dall'esistenza di altri debiti verso lo Stato;
nel procedimento di espropriazione presso terzi disciplinato dalla norma censurata, invece, «le somme acquisite dal procedente o potranno essere riottenute in modo molto gravoso [...] o non potranno essere riottenute affatto, qualora il contribuente abbia altri o maggiori debiti verso lo Stato, in quanto si applica la automatica compensazione ex lege»;
che e' intervenuto in proprio Francesco Carlo Rizzuto, dichiarando di essere parte, quale debitore esecutato, di un procedimento analogo al giudizio a quo, pendente di fronte allo stesso Tribunale ordinario di Genova;
che, a sostegno dell'ammissibilita' del suo intervento, afferma di essere portatore di un interesse personale, «in quanto la soluzione, favorevole o meno, della questione di legittimita' costituzionale delle norme in materia di riscossione esattoriale incide indirettamente anche sulla propria posizione»; che, con memoria depositata in prossimita' dell'udienza, la S.r.l. PhD, in liquidazione, ha ribadito quanto gia' dedotto nell'atto di costituzione. Considerato che il giudice dell'esecuzione del Tribunale ordinario di Genova dubita - in riferimento agli artt. 3 e 24 della Costituzione - della legittimita' dell'art. 72-bis del d.P.R. 29 settembre 1973, n. 602 (Disposizioni sulla riscossione delle imposte sul reddito), il quale prevede che «Salvo che per i crediti pensionistici e fermo restando quanto previsto dall'articolo 545, commi quarto, quinto e sesto, del codice di procedura civile, l'atto di pignoramento dei crediti del debitore verso terzi puo' contenere, in luogo della citazione di cui all'art. 543, secondo comma, numero 4, dello stesso codice di procedura civile, l'ordine al terzo di pagare il credito direttamente al concessionario, fino a concorrenza del credito per cui si procede»;
che, secondo il rimettente, la disposizione censurata viola gli evocati parametri, perche': a) crea una «disparita' di trattamento nei confronti di esecutati in procedure esattoriali in ordine alla possibilita' [...] che la concessionaria per la riscossione applichi a sua discrezione tale modalita' di esecuzione, riconoscendole una facolta' che discrimina irragionevolmente i debitori sottoposti a tale procedura "in luogo" di quella di cui agli artt. 543 e segg. C.p.c.»; b) «il pignoramento eseguito in base alla norma censurata, con ordine coattivo di consegna immediata, in luogo di quello ex artt. 543 e segg. c.p.c., ha reso piu' gravosa e meno efficace per l'esecutato la sua difesa», in quanto, ove questo «avesse proposto opposizione dopo aver ricevuto la rituale citazione ex art. 543 c.p.c., nel tempo intercorrente tra la sua notifica e l'udienza di dichiarazione del terzo ex art. 547 c.p.c., qualora il g.e. avesse sospeso l'esecuzione ex art. 60, d.P.R. n. 602/1973, stante il disposto dell'art. 49, n. 2 del d.P.R. citato, [...] sarebbe stato conseguentemente applicabile, per la parte per cui non provvede l'art. 60, d.P.R. n. 602/1973, l'art. 624 c.p.c.», con l'ulteriore conseguenza che, «in caso di sospensione non reclamata ex art. 669-terdecies c.p.c., o disposta o confermata in sede di reclamo, il g.e., in caso di istanza dell'opponente, avrebbe dichiarato [...], con ordinanza non impugnabile, l'estinzione della procedura, liberando di fatto la somma vincolata e non ancora assegnata»; che, preliminarmente, deve essere dichiarato inammissibile l'intervento in proprio di Francesco Carlo Rizzuto, il quale riferisce di essere parte non nel giudizio a quo, ma in un giudizio analogo, nel quale il giudice non ha ritenuto di sollevare questione di legittimita' costituzionale della norma oggetto del presente giudizio;
che, per costante giurisprudenza di questa Corte, sono ammessi a intervenire nel giudizio incidentale di legittimita' costituzionale le sole parti del giudizio principale e i terzi portatori di un interesse qualificato, immediatamente inerente al rapporto sostanziale dedotto in giudizio e non semplicemente regolato, al pari di ogni altro, dalla norma oggetto di censura (ex plurimis, sentenza n. 96 del 2008; ordinanza pronunciata nell'udienza del 26 febbraio 2008 e ordinanza n. 414 del 2007); che l'inammissibilita' dell'intervento non viene meno in forza della pendenza di un procedimento analogo a quello principale, posto che l'ammissibilita' di tale intervento contrasterebbe con il carattere incidentale del giudizio di legittimita' costituzionale, in quanto l'accesso delle parti a detto giudizio avverrebbe senza la previa verifica della rilevanza e della non manifesta infondatezza della questione da parte del giudice a quo (ex plurimis, sentenza n. 220 del 2007; ordinanze pronunciate nelle udienze del 3 luglio 2007 e del 19 giugno 2007); che la sollevata questione di legittimita' costituzionale e' manifestamente inammissibile; che il rimettente riferisce che il giudizio a quo, avente ad oggetto un'opposizione del debitore esecutato all'esecuzione esattoriale promossa dall'agente della riscossione, si trova nella fase cautelare «prevista dall'art. 60, d.P.R. n. 602/1973»; che, secondo tale disposizione, «Il giudice dell'esecuzione non puo' sospendere il processo esecutivo, salvo che ricorrano gravi motivi e vi sia fondato pericolo di grave e irreparabile danno»; che, come questa Corte ha piu' volte affermato, il giudice ben puo' sollevare questione di legittimita' costituzionale in sede cautelare, sia quando non provveda sulla domanda cautelare, sia quando conceda la relativa misura, purche' tale concessione non si risolva nel definitivo esaurimento del potere cautelare del quale in quella sede il giudice fruisce (ex plurimis, sentenza n. 161 del 2008 e ordinanza n. 25 del 2006);
che, nel caso di specie, il rimettente non si e' limitato a sospendere il giudizio cautelare, ma ha sospeso - con provvedimento che egli non dichiara essere soggetto a successiva conferma nel medesimo giudizio cautelare - il processo esecutivo ed ha, pertanto, accolto l'istanza di cui all'art. 60 del d.P.R. n. 602 del 1973 proposta dalla parte opponente, cosi' esaurendo definitivamente il proprio potere cautelare;
che la questione sollevata e', conseguentemente, priva di rilevanza nel giudizio a quo, perche' il giudice, avendo sospeso la procedura esecutiva e non essendosi riservato di provvedere successivamente, in via definitiva, sull'istanza cautelare, non deve piu' fare applicazione della norma censurata;
che, a parte cio', il giudice rimettente non ha neppure assolto l'onere di fornire un'adeguata motivazione circa la rilevanza della sollevata questione al fine di consentire a questa Corte di verificare la plausibilita' di detta motivazione; che, infatti, il giudice a quo avrebbe dovuto precisare se - ai fini della concessione della richiesta misura cautelare - oltre al fumus boni iuris fondato sulla dedotta illegittimita' costituzionale della disposizione censurata, sussistesse anche il requisito del periculum in mora richiesto dal menzionato art. 60 del d.P.R. n. 602 del 1973 (nel senso della necessita' di motivazione anche sulla sussistenza del periculum in mora, sentenze n. 370 del 2008 e n. 108 del 1995);
che, invece, il rimettente non ha fornito alcuna motivazione circa il presupposto del periculum in mora per la sospensione della procedura esecutiva, essendosi limitato a menzionare genericamente l'esistenza di «gravi motivi» per tale sospensione;
che, anche a prescindere tali rilievi in punto di inammissibilita', va rilevato che la facolta' di scelta del concessionario tra due modalita' di esecuzione forzata presso terzi non crea ne' una lesione del diritto di difesa dell'opponente ne' una rilevante disparita' di trattamento tra i debitori esecutati, sia perche' questi sono portatori di un interesse di mero fatto rispetto all'utilizzo dell'una o dell'altra modalita' e possono in ogni caso proporre le opposizioni all'esecuzione o agli atti esecutivi di cui all'art. 57 del d.P.R. n. 602 del 1973, sia perche' non sussiste «un principio costituzionalmente rilevante di necessaria uniformita' di regole procedurali» (ex plurimis, ordinanze n. 67 del 2007 e n. 101 del 2006).

Per questi motivi

                                                      LA CORTE COSTITUZIONALE

Dichiara inammissibile l'intervento di Francesco Carlo Rizzuto, in proprio;
Dichiara la manifesta inammissibilita' della questione di legittimita' costituzionale dell'art. 72-bis del d.P.R. 29 settembre 1973, n. 602 (Disposizioni sulla riscossione delle imposte sul reddito), sollevata dal Tribunale ordinario di Genova, in riferimento agli artt. 3 e 24 della Costituzione, con l'ordinanza indicata in epigrafe.
Cosi' deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 19 novembre 2008.
Il Presidente: Flick
Il redattore: Gallo
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Corte Costituzionale Ordinanza n° 57 – fermo amministrativo dei veicoli – ricorso del terzo opponente - giurisdizione - 13.03.08

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Giudizio di legittimita' costituzionale in via incidentale. Imposte e tasse - Riscossione delle imposte - Fermo amministrativo dei veicoli - Giurisdizione sulle relative controversie - Devoluzione alle commissioni tributarie anziche' al giudice ordinario dei ricorsi dei terzi opponenti che, rivendicando la proprieta' del bene, non sono debitori esecutati - Denunciata irragionevolezza nonche' violazione del diritto di difesa del terzo - Mancata sperimentazione della possibilita' di pervenire ad una interpretazione conforme a Costituzione - Manifesta inammissibilita' della questione. - (GU n. 13 del 19-3-2008
                                                      


                                                       
                                                         LA CORTE COSTITUZIONALE

composta  dai  signori:  Presidente:  Franco  BILE; Giudici: Giovanni
Maria  FLICK,  Francesco  AMIRANTE,  Ugo  DE SIERVO, Paolo MADDALENA,Alfio  FINOCCHIARO,  Alfonso  QUARANTA, Franco GALLO, Luigi MAZZELLA,Gaetano  SILVESTRI,  Sabino  CASSESE,  Maria  Rita  SAULLE,  GiuseppeTESAURO, Paolo Maria NAPOLITANO;
ha pronunciato la seguente
 Ordinanza nel giudizio di legittimita' costituzionale dell'art. 35, comma 26-quinquies, del decreto-legge 4 luglio 2006, n. 223 (Disposizioni urgenti per il rilancio economico e sociale, per il contenimento e la razionalizzazione della spesa pubblica, nonche' interventi in materia di entrate e di contrasto all'evasione fiscale), convertito, con modificazioni, dalla legge 4 agosto 2006, n. 248, promosso con ordinanza del 28 febbraio 2007 dal Tribunale di Novara nel procedimento civile vertente tra F. A. e la S. s.p.a., iscritta al n. 519 del registro ordinanze 2007 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 58, 1ª serie speciale, dell'anno 2007;
Visto l'atto di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri;
Udito nella Camera di consiglio del 13 febbraio 2008 il giudice relatore Paolo Maddalena;
Ritenuto che il Tribunale di Novara, con ordinanza emessa il 28 febbraio 2007, ha sollevato, in riferimento agli artt. 3 e 24 della Costituzione, questione di legittimita' costituzionale dell'art. 35, comma 26-quinquies, del decreto-legge 4 luglio 2006, n. 223 (Disposizioni urgenti per il rilancio economico e sociale, per il contenimento e la razionalizzazione della spesa pubblica, nonche' interventi in materia di entrate e di contrasto all'evasione fiscale), convertito, con modificazioni, dalla legge 4 agosto 2006, n. 248, nella parte in cui - inserendo la lettera e-ter all'art. 19 del d.lgs. 31 dicembre 1992, n. 546 (Disposizioni sul processo tributario in attuazione della delega al Governo contenuta nell'art. 30 della legge 30 dicembre 1991, n. 413), ed attribuendo alle commissioni tributarie la cognizione dei ricorsi proposti avverso il fermo di beni mobili registrati di cui all'art. 86 del d.P.R. 29 settembre 1973, n. 602 - devolve alla giurisdizione delle commissioni tributarie, anziche' a quella del giudice ordinario in funzione di giudice dell'esecuzione, anche i ricorsi dei terzi opponenti che, rivendicando la proprieta' del bene mobile registrato, non sono debitori esecutati e non hanno un contenzioso pendente dinanzi alle menzionate commissioni tributarie;
che il giudizio a quo e' stato promosso dal terzo proprietario, il quale si e' opposto all'iscrizione da parte dell'esattoria del fermo amministrativo su veicoli non di proprieta' del debitore contribuente esecutato;
che, quanto alla rilevanza della questione, il Tribunale rimettente ne motiva la sussistenza, affermando che la norma censurata sembrerebbe deporre per l'esclusione della giurisdizione del giudice ordinario in ogni caso di fermo amministrativo (anche non collegato ad un ricorso di natura tributaria), sicche' soltanto la declaratoria di illegittimita' costituzionale della disposizione stessa, quanto meno per la parte in cui devolve alle commissioni tributarie anche i ricorsi avverso i provvedimenti di fermo amministrativo proposti dai terzi opponenti (non aventi alcun contenzioso tributario pendente dinanzi alle commissioni tributarie), puo' far ritenere la giurisdizione del giudice ordinario;
che il giudice rimettente osserva che, anteriormente all'entrata in vigore dell'art. 35, comma 26-quinquies, del decreto-legge n. 223 del 2006, la Corte di cassazione, a sezioni unite, aveva affermato che il fermo amministrativo e' atto funzionale all'espropriazione forzata e che la tutela giudiziaria esperibile nei confronti di esso si deve realizzare davanti al giudice ordinario;
che il legislatore, consentendo la proposizione del ricorso avverso il provvedimento di fermo amministrativo dei beni mobili registrati soltanto dinanzi alle commissioni tributarie, avrebbe fatto venir meno la giurisdizione del giudice ordinario, tra l'altro dimenticando che l'esecuzione esattoriale viene adottata per la riscossione non solo dei crediti tributari, ma anche dei contributi INPS e INAIL e delle sanzioni amministrative pecuniarie inflitte dalla pubblica amministrazione (ad esempio, a seguito di contravvenzioni stradali), le cui controversie di merito non sono affatto devolute alle commissioni tributarie;
che, ad avviso del rimettente, la scelta operata dal legislatore in ordine alla giurisdizione delle commissioni tributarie sui ricorsi avverso i provvedimenti di fermo amministrativo contrasterebbe con l'attuale ordinamento legislativo dell'esecuzione esattoriale, nel quale permane la giurisdizione del giudice ordinario: a quest'ultimo verrebbe sottratto soltanto il controllo di una fase - quella relativa al fermo - che ha natura cautelare e prodromica al pignoramento ed e' pertanto gia' inserita nella fase esecutiva;
che, secondo il giudice a quo, non sarebbe ragionevole ne' costituzionalmente legittimo che il legislatore abbia sottratto alla giurisdizione del giudice ordinario una fase del procedimento esecutivo esattoriale che, per tutto il resto, rimane sotto il controllo di quest'ultimo giudice;
che il rimettente sottolinea inoltre che dinanzi alle commissioni tributarie vi sono per il ricorrente delle limitazioni alla facolta' di provare le proprie ragioni, dovendo pronunciarsi le predette commissioni, salva l'ammissione di consulenza tecnica d'ufficio, solo su documenti e mai su testimonianze, ammesse invece, seppur in limitati casi, dall'art. 621 del codice di procedura civile; che la scelta del legislatore di affidare un segmento del procedimento esecutivo esattoriale alla cognizione di un giudice speciale non sarebbe ispirato a ragionevolezza e contrasterebbe con l'ordinamento vigente, perche' tra i principi generali cui il legislatore deve ispirarsi vi e' quello fissato dall'art. 25 della Costituzione, per cui nessuno puo' essere distolto dal giudice naturale precostituito per legge: e nella fattispecie il giudice naturale sarebbe il giudice ordinario, la cui giurisdizione permane per tutto il resto del procedimento esecutivo esattoriale, salvo che per il fermo; che - ricorda conclusivamente il rimettente - altro principio fondamentale e' quello dettato dall'art. 102 della Costituzione, per cui non possono essere istituiti giudici straordinari o giudici speciali e, ove gia' vi siano, come le commissioni tributarie, ai medesimi non potrebbero essere attribuiti altri compiti del tutto diversi da quelli strettamente connessi con le loro funzioni;
che nel giudizio dinanzi alla Corte e' intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, il quale ha concluso per l'inammissibilita' o, comunque, per la non fondatezza della questione;
che, dopo aver sottolineato il contrasto tra il dispositivo e la motivazione dell'ordinanza di rimessione in relazione ai parametri evocati, la difesa erariale rileva che il giudice a quo ha omesso di verificare in modo analitico se siano consentite interpretazioni diverse della norma sottoposta a censura, tali da consentirne una lettura conforme ai principi costituzionali evocati;
che, in ogni caso, la questione sarebbe infondata, perche' il legislatore gode di ampia discrezionalita' nel definire la disciplina del processo e dei relativi istituti, e le relative scelte sono censurabili sotto un profilo costituzionale solo ove si manifestino irragionevoli ed arbitrarie;
che nella specie la scelta legislativa, mirante a risolvere le difficolta' interpretative della disciplina vigente, non sarebbe irragionevole, attesa la natura tributaria dell'atto sotteso all'emanazione del fermo amministrativo e la natura di parte nel relativo processo del concessionario procedente;
che, con la norma censurata, il legislatore non avrebbe istituito ex novo una giurisdizione speciale, essendosi limitato a disciplinare un aspetto processuale del procedimento esecutivo esattoriale, attribuendo la competenza a conoscere delle questioni concernenti una misura generale cautelare finalizzata ad assicurare la riscossione delle imposte al giudice cui spetta di decidere del credito garantito;
che l'ordinanza di rimessione - osserva infine l'Avvocatura - denoterebbe un uso distorto dell'incidente di costituzionalita' al fine di sindacare scelte discrezionali del legislatore e tentare di conseguire l'avallo alla tesi interpretativa formulata. Considerato che il dubbio di legittimita' costituzionale, sollevato dal Tribunale di Novara, investe l'art. 35, comma 26-quinquies, del decreto-legge 4 luglio 2006, n. 223 (Disposizioni urgenti per il rilancio economico e sociale, per il contenimento e la razionalizzazione della spesa pubblica, nonche' interventi in materia di entrate e di contrasto all'evasione fiscale), convertito, con modificazioni, dalla legge 4 agosto 2006, n. 248, nella parte in cui - inserendo la lettera e-ter all'art. 19 del d.lgs. 31 dicembre 1992, n. 546 (Disposizioni sul processo tributario in attuazione della delega al Governo contenuta nell'art. 30 della legge 30 dicembre 1991, n. 413), ed attribuendo alle commissioni tributarie la cognizione dei ricorsi proposti avverso il fermo di beni mobili registrati di cui all'art. 86 del d.P.R. 29 settembre 1973, n. 602 - devolve alla giurisdizione delle commissioni tributarie, anziche' a quella del giudice ordinario in funzione di giudice dell'esecuzione, anche i ricorsi dei terzi opponenti che, rivendicando la proprieta' del bene mobile registrato sottoposto a fermo, non sono debitori esecutati e non hanno un contenzioso pendente dinanzi alle menzionate commissioni tributarie;
che, ad avviso del giudice rimettente, la norma denunciata violerebbe gli artt. 3 e 24 della Costituzione, perche' il legislatore avrebbe irragionevolmente affidato un segmento del procedimento esecutivo esattoriale - quello relativo alla misura cautelare del fermo amministrativo, prodromica al pignoramento - alla cognizione delle commissioni tributarie, giudice speciale, sottraendola al giudice ordinario, la cui giurisdizione permane per tutto il resto del procedimento esecutivo esattoriale, salvo che per il fermo; ed avrebbe sottoposto a tale giurisdizione speciale anche il ricorso del terzo proprietario, con ricadute quanto al suo diritto di difesa, non essendo in alcun modo possibile dare ingresso alla prova testimoniale dinanzi alle commissioni tributarie;
che questa Corte ha piu' volte affermato che il giudice e' abilitato a sollevare la questione di legittimita' costituzionale solo dopo aver accertato che sia impossibile seguire un'interpretazione da lui ritenuta non contraria a Costituzione e che, conseguentemente, e' manifestamente inammissibile la questione sollevata senza che il rimettente abbia dimostrato di avere esperito il doveroso tentativo di pervenire, in via interpretativa, alla soluzione da lui ritenuta costituzionalmente corretta (tra le tante, ordinanze n. 108 e n. 68 del 2007);
che l'ordinanza di rimessione muove da una lettura ampia della portata della norma denunciata per poi sollecitare, attraverso una pronuncia di illegittimita' costituzionale, una riduzione dell'ambito della introdotta giurisdizione tributaria, senza spiegare perche' la devoluzione alle commissioni tributarie dovrebbe operare anche la' dove la controversia abbia ad oggetto l'opposizione promossa dal terzo che, senza contestare il rapporto tributario, si limiti a mettere in discussione l'appartenenza al contribuente debitore del bene mobile registrato sottoposto al fermo;
che, pertanto, la questione sollevata dal Tribunale di Novara e' manifestamente inammissibile. Visti gli artt. 26, secondo comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87, e 9, comma 2, delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale.
 per questi motivi

                                                         LA CORTE COSTITUZIONALE

Dichiara la manifesta inammissibilita' della questione di legittimita' costituzionale dell'art. 35, comma 26-quinquies, del decreto-legge 4 luglio 2006, n. 223 (Disposizioni urgenti per il rilancio economico e sociale, per il contenimento e la razionalizzazione della spesa pubblica, nonche' interventi in materia di entrate e di contrasto all'evasione fiscale), convertito, con modificazioni, dalla legge 4 agosto 2006, n. 248, sollevata, in riferimento agli articoli 3 e 24 della Costituzione, dal Tribunale di Novara con l'ordinanza indicata in epigrafe. Cosi' deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 10 marzo 2008.
Il Presidente: Bile
Il redattore: Maddalena
Il cancelliere: Di Paola
Depositata in cancelleria il 13 marzo 2008.
Il direttore della cancelleria: Di Paola
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Corte Costituzionale Ordinanza n° 93 - Esecuzione esattoriale - Esclusione della possibilita' di proporre opposizione all'esecuzione ex art. 615 c.p.c. - 27.03. 09 .

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Images: corte costituzionale.jpgGiudizio di legittimita' costituzionale in via incidentale. Imposte e tasse - Riscossione delle imposte - Esecuzione esattoriale - Esclusione della possibilita' di proporre opposizione all'esecuzione ex art. 615 c.p.c. - Lamentata violazione del principio di ragionevolezza e del diritto di difesa - Insufficiente descrizione della fattispecie con conseguente carenza di motivazione sulla rilevanza - Manifesta inammissibilita' della questione. - D.P.R. 29 settembre 1973, n. 602, art. 57. - Costituzione, artt. 3 e 24. (GU n. 13 del 1-4-2009   




                                                      LA CORTE COSTITUZIONALE

composta dai signori: Presidente: Francesco AMIRANTE; Giudici: Ugo DE SIERVO, Paolo MADDALENA, Alfio FINOCCHIARO, Alfonso QUARANTA, Franco GALLO, Luigi MAZZELLA, Gaetano SILVESTRI, Sabino CASSESE, Maria Rita SAULLE, Giuseppe TESAURO, Paolo Maria NAPOLITANO, Giuseppe FRIGO, Alessandro CRISCUOLO, Paolo GROSSI;

ha pronunciato la seguente
Ordinanza nel giudizio di legittimita' costituzionale dell'art. 57 del decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 602 (Disposizioni sulla riscossione delle imposte sul reddito), promosso con ordinanza del 24 giugno 2008 dal Giudice di pace di Marcianise nel procedimento civile vertente tra Maria Letizia e la s.p.a. Gest Line - Gruppo Equitalia, iscritta al n. 372 del registro ordinanze 2008 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 48, 1ª serie speciale, dell'anno 2008.
Visto l'atto di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri;
Udito nella Camera di consiglio dell'11 marzo 2009 il giudice relatore Franco Gallo;
Ritenuto che, con ordinanza del 24 giugno 2008 pronunciata nel corso di un giudizio civile vertente tra Maria L e la s.p.a. Gest Line Gruppo Equitalia, il Giudice di pace di Marcianise ha proposto, in riferimento agli articoli 3 e 24 della Costituzione, questione di legittimita' dell'art. 57 del d.P.R. 29 settembre 1973, n. 602 (Disposizioni sulla riscossione delle imposte sul reddito), «nella parte in cui esclude la possibilita' di proporre opposizione all'esecuzione ex art. 615 c.p.c. in materia di riscossione esattoriale»;
che il rimettente si limita ad affermare che la norma censurata si pone in contrasto con gli evocati parametri, perche' «non permette al singolo cittadino di far valere le proprie ragioni ed eccezioni in sede di opposizione all'esecuzione»;
che e' intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, il quale ha chiesto che la questione sia dichiarata inammissibile o, comunque, infondata;
che la difesa erariale rileva: a) in punto di ammissibilita', che il rimettente omette di descrivere la fattispecie al suo esame; b) in punto di merito, che - a differenza di quanto sembra sostenere il giudice a quo - la norma censurata non esclude del tutto la proponibilita' dell'opposizione all'esecuzione da parte del debitore esecutato e lascia, quindi, spazio per un intervento giurisdizionale;
che, con memoria depositata il 20 febbraio 2009, la s.p.a. Equitalia Polis (nuova denominazione della s.p.a. Gest Line - Gruppo Equitalia) si e' costituita fuori termine. Considerato che il rimettente dubita, in riferimento agli articoli 3 e 24 della Costituzione, della legittimita' dell'art. 57 del d.P.R. 29 settembre 1973, n. 602 (Disposizioni sulla riscossione delle imposte sul reddito), «nella parte in cui esclude la possibilita' di proporre opposizione all'esecuzione ex art. 615 c.p.c. in materia di riscossione esattoriale»;
che la questione e' manifestamente inammissibile, per omessa descrizione della fattispecie oggetto del giudizio a quo; che infatti il giudice a quo si limita ad affermare, in punto di non manifesta infondatezza, che la norma censurata «non permette al singolo cittadino di far valere le proprie ragioni ed eccezioni in sede di opposizione all'esecuzione», senza fornire alcun chiarimento circa il caso sottoposto al suo esame e circa la rilevanza della questione;
che, secondo la costante giurisprudenza di questa Corte, l'insufficiente descrizione della fattispecie impedisce, come nel caso di specie, di vagliare l'effettiva applicabilita' della norma denunciata al caso dedotto nel giudizio principale e, pertanto, si risolve in carente motivazione sulla rilevanza della questione sollevata, determinandone la manifesta inammissibilita' (ex plurimis, ordinanze n. 35 del 2009, nn. 300 e 266 del 2008).
Visti gli artt. 26, secondo comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87, e 9, commi 1 e 2, delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale.

Per questi motivi

                                                     LA CORTE COSTITUZIONALE

Dichiara la manifesta inammissibilita' della questione di legittimita' costituzionale dell'art. 57 del d.P.R. 29 settembre 1973, n. 602 (Disposizioni sulla riscossione delle imposte sul reddito), sollevata, in riferimento agli artt. 3 e 24 della Costituzione, dal Giudice di pace di Marcianise con l'ordinanza indicata in epigrafe.
Cosi' deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, l'11 marzo 2009.
Il Presidente: Amirante
Il redattore: Gallo
Il cancelliere: Di Paola
Depositata in cancelleria il 27 marzo 2009.
Il direttore della cancelleria: Di Paola
  
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Corte Costituzionale Ordinanza n°297 - fermo amministrativo dei veicoli – giurisdizione sulle relative controversie - 17.07.07. -

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Giudizio di legittimita' costituzionale in via incidentale. Riscossione delle imposte - Fermo amministrativo dei veicoli - Giurisdizione sulle relative controversie - Attribuzione al giudice ordinario, anziche' al giudice tributario - Questione di legittimita' costituzionale sollevata da una Commissione tributaria regionale - Sopravvenuta previsione della ricorribilita' davanti alle commissioni tributarie del provvedimento di fermo di beni mobili registrati di cui all'art. 86 del d.P.R. n. 602 del 1973 - Mutamento normativo comportante l'attribuzione della giurisdizione al giudice che ne era privo al momento della domanda - Necessita' di riesame della rilevanza della questione sollevata - Restituzione degli atti al giudice rimettente. - D.P.R. 29 settembre 1973, n. 602, artt. 49, 57 e 86; d.lgs. 31 dicembre 1992, n. 546, artt. 2 e 19. - Costituzione, artt. 3, 16, 24, 41 e 42. Riscossione delle imposte - Fermo amministrativo dei veicoli - Giurisdizione sulle relative controversie - Attribuzione al giudice ordinario, anziche' al giudice amministrativo - Questione di legittimita' costituzionale sollevata dal Consiglio di Stato - Sopravvenuta previsione della ricorribilita' davanti alle commissioni tributarie del provvedimento di fermo di beni mobili registrati di cui all'art. 86 del d.P.R. n. 602 del 1973 - Mutamento normativo ininfluente sulla rilevanza delle questioni, in forza dell'art. 5 del cod. proc. civ. - D.P.R. 29 settembre 1973, n. 602, artt. 49, 57 e 86; d.lgs. 31 dicembre 1992, n. 546, artt. 2 e 19. - Costituzione, artt. 3, 16, 24, 41 e 42. Riscossione delle imposte - Fermo amministrativo dei veicoli - Giurisdizione sulle relative controversie - Attribuzione al giudice ordinario, anziche' al giudice amministrativo - Denunciata deroga irragionevole all'ordinario criterio di riparto tra giurisdizione ordinaria e amministrativa, disparita' di trattamento in danno dei destinatari di provvedimenti di fermo, assenza di tutela giurisdizionale piena rispetto alla limitazione della liberta' di circolazione, dell'iniziativa economica e della liberta' privata - Questione sostanziatesi nell'impropria richiesta di avallo dell'interpretazione preferita dal rimettente ed opposta alla regola formalmente assunta come diritto vivente - Uso distorto dell'incidente di costituzionalita' - Manifesta inammissibilita' delle questioni. - D.P.R. 29 settembre 1973, n. 602, artt. 49, 57 e 86; d.lgs. 31 dicembre 1992, n. 546, artt. 2 e 19. - Costituzione, artt. 3, 16, 24, 41 e 42. (GU n. 29 del 25-7-2007 )   



LA CORTE COSTITUZIONALE
composta dai signori:
Presidente: Franco BILE;
Giudici:  Giovanni  Maria FLICK, Francesco AMIRANTE, Ugo DE SIERVO,
Paolo  MADDALENA,  Alfio  FINOCCHIARO,  Franco GALLO, Luigi MAZZELLA,
Gaetano  SILVESTRI,  Sabino  CASSESE,  Maria  Rita  SAULLE,  Giuseppe TESAURO;
ha pronunciato la seguente Ordinanza nei giudizi di legittimita' costituzionale degli artt. 49, 57 e 86 del d.P.R. 29 settembre 1973, n. 602 (Disposizioni sulla riscossione delle imposte sul reddito), e degli artt. 2 e 19 del decreto legislativo 31 dicembre 1992, n. 546 (Disposizioni sul processo tributario in attuazione della delega al Governo contenuta nell'art. 30 della legge 30 dicembre 1991, n. 413), promossi con ordinanze del 13 aprile 2006 dal Consiglio di Stato, del 20 giugno 2006 dalla Commissione tributaria regionale del Lazio e del 18 luglio 2006 dal Consiglio di Stato, rispettivamente iscritte al n. 688 del registro ordinanze 2006 e ai numeri 6 e 56 del registro ordinanze 2007, e pubblicate nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 6, n. 7 e n. 9, 1ª serie speciale, dell'anno 2007;
Visti gli atti di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri;
Udito nella Camera di consiglio del 20 giugno 2007 il giudice relatore Paolo Maddalena;
Ritenuto che con ordinanza in data 13 aprile 2006, pervenuta alla Corte costituzionale il 12 dicembre 2006 (reg. ord. n. 688 del 2006), il Consiglio di Stato ha sollevato, in riferimento agli articoli 3, 24, 16, 41 e 42 della Costituzione, questione di legittimita' costituzionale degli artt. 49, 57 e 86 del d.P.R. 29 settembre 1973, n. 602 (Disposizioni sulla riscossione delle imposte sul reddito), e degli artt. 2 e 19 del decreto legislativo 31 dicembre 1992, n. 546 (Disposizioni sul processo tributario in attuazione della delega al Governo contenuta nell'art. 30 della legge 30 dicembre 1991, n. 413), "se interpretati, secondo il diritto vivente quale risulta dalla giurisprudenza, nel senso di attribuire al giudice ordinario" anziche' al giudice amministrativo "la giurisdizione sulle controversie in materia di fermo tributario di veicoli";
che la questione di legittimita' costituzionale e' sorta nell'ambito di un giudizio di appello avverso la sentenza del Tribunale amministrativo regionale che aveva annullato per difetto di motivazione ed eccesso di potere il provvedimento di fermo di un motociclo e di un autoveicolo di proprieta' del contribuente, adottato, per mancato pagamento di carichi a ruolo scaduti, dalla Societa' SESIT Puglia, concessionaria della riscossione della Provincia di Bari; che il rimettente ricorda che sia il Consiglio di Stato, in un precedente arresto, sia la Corte di cassazione, con pronuncia resa in sede di regolamento di giurisdizione, hanno ritenuto sussistente la giurisdizione del giudice ordinario nelle controversie in tema di fermo amministrativo di veicoli;
che, ricostruito il quadro normativo in materia e dopo avere analiticamente passato in rassegna gli argomenti su cui fa leva tale giurisprudenza per sostenere la giurisdizione del giudice ordinario, il Consiglio di Stato ritiene - diversamente dal diritto vivente - che il fermo di cui all'art. 86 del d.P.R. n. 602 del 1973 sia un provvedimento amministrativo di autotutela conservativa del patrimonio del debitore, in funzione dell'interesse pubblico sotteso alla soddisfazione del credito tributario attribuito al concessionario della riscossione (che sotto tale profilo e' esercente privato di una pubblica funzione), e non uno strumento di autotutela civilistica in un ordinario rapporto di credito-debito, e che su tale provvedimento non vi sia la giurisdizione del giudice ordinario;
che, ad avviso del rimettente, l'espropriazione forzata esattoriale ha connotati profondamente diversi dall'espropriazione forzata disciplinata nel codice di procedura civile, tanto piu' che il processo civile non conosce, nell'ambito del processo di esecuzione forzata, strumenti di autotutela conservativa rimessi all'iniziativa unilaterale del creditore, il quale e' invece sempre tenuto a rivolgersi al giudice per assicurarsi la conservazione dei beni del debitore a garanzia delle proprie ragioni di credito;
che, in punto di giurisdizione, la questione andrebbe risolta secondo l'ordinario criterio del riparto diritti soggettivi-interessi legittimi: difatti, a fronte di provvedimenti amministrativi autoritativi, il giudice naturale e' quello amministrativo (art. 103 Cost.), a meno che non vi siano norme derogatorie espresse, mentre al giudice ordinario non e' attribuito, di regola, il potere di conoscere in via immediata e diretta della legittimita' dei provvedimenti amministrativi, salvo il potere di disapplicarli; e siccome nel caso specifico nessuna norma del d.P.R. n. 602 del 1973 indica quale giudice debba conoscere le controversie sul fermo amministrativo, la giurisdizione, nel silenzio del legislatore, dovrebbe essere attribuita al giudice amministrativo;
che le norme censurate, come interpretate secondo il diritto vivente, non attribuiscono al giudice ordinario un potere di sindacato pieno sull'atto amministrativo, esteso al suo annullamento, sicche' il giudice ordinario non ha il potere di sindacare la motivazione del provvedimento e, segnatamente, la proporzione tra l'entita' della misura e il credito garantito; mentre, se tali norme venissero interpretate nel senso di attribuire la giurisdizione sul fermo al giudice amministrativo, vi sarebbe maggiore tutela per il destinatario del procedimento, avendo il giudice amministrativo il potere di sospendere e annullare il provvedimento medesimo, previo sindacato sul corretto esercizio del potere, sulla adeguatezza della motivazione e, segnatamente, sulla proporzione tra la misura del fermo e entita' del credito;
che, ad avviso del rimettente, le norme denunciate, se intese nel senso di attribuire al giudice ordinario la giurisdizione sul fermo, senza contestualmente attribuirgli una cognizione piena sul provvedimento, sarebbero in contrasto con gli artt. 3 e 24 della Costituzione, per l'irragionevole disparita' di trattamento tra soggetti destinatari di provvedimenti amministrativi, in danno dei soggetti destinatari dei provvedimenti di fermo, che non possono fruire di una tutela piena di annullamento;
e con gli artt. 16, 41 e 42 della Costituzione, per la limitazione, mediante i provvedimenti di fermo, rispettivamente, della liberta' di circolazione dei cittadini, della iniziativa economica privata e della proprieta' privata, limitazioni che non troverebbero adeguata tutela mediante un sindacato giurisdizionale pieno sui provvedimenti medesimi;
che una questione identica e' stata sollevata, con le medesime argomentazioni, dal Consiglio di Stato con ordinanza in data 18 luglio 2006, pervenuta alla Corte costituzionale il 31 gennaio 2007 (reg. ord. n. 56 del 2007);
che con ordinanza in data 20 giugno 2006, pervenuta alla Corte costituzionale l'8 gennaio 2007 (reg. ord. n. 6 del 2007), la Commissione tributaria regionale del Lazio - in un giudizio di appello proposto dalla Banca Monte dei Paschi di Siena, nella qualita' di concessionario del Servizio di riscossione dei tributi, avverso la sentenza della Commissione tributaria provinciale di Roma che, tra l'altro, aveva annullato il provvedimento di preavviso di fermo amministrativo, ai sensi dell'art. 86 del d.P.R. n. 602 del 1973, di un veicolo di proprieta' di un contribuente - ha sollevato, in riferimento agli articoli 3, 24, 16, 41 e 42 della Costituzione, questione di legittimita' costituzionale degli artt. 49, 57 e 86 del d.P.R. 29 settembre 1973, n. 602 e degli artt. 2 e 19 del d.lgs. 31 dicembre 1992, n. 546, "se interpretati, secondo il diritto vivente quale risulta dalla giurisprudenza, nel senso di attribuire al giudice ordinario, e non al giudice tributario quale giudice del rapporto sottostante, la giurisdizione sulle controversie in materia di fermo tributario di veicoli";
che la Commissione tributaria regionale motiva il dubbio di legittimita' costituzionale riproponendo gli stessi argomenti del Consiglio di Stato rimettente;
che in tutti i giudizi e' intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, il quale ha concluso per la restituzione degli atti ai giudici rimettenti ovvero per la declaratoria di inammissibilita' o infondatezza delle questioni;
che gli atti dovrebbero essere restituiti ai giudici a quibus perche', successivamente alle ordinanze di rimessione, l'art. 35, comma 26-quinquies, del decreto-legge 4 luglio 2006, n. 223, inserito dalla relativa legge di conversione 4 agosto 2006, n. 248, ha attribuito la giurisdizione in ordine alle controversie inerenti i provvedimenti di fermo amministrativo di cui all'art. 86 del d.P.R. n. 602 del 1973 alle commissioni tributarie;
che le questioni sarebbero inammissibili, perche' i giudici rimettenti avrebbero omesso di compiere lo sforzo interpretativo di proporre una lettura costituzionalmente orientata delle norme oggetto di scrutinio;
che le questioni sarebbero comunque infondate, giacche' nel fermo amministrativo di cui all'art. 86 del d.P.R. n. 602 del 1973 sarebbero indubitabilmente coinvolti diritti soggettivi perfetti: la proprieta' e il credito sono diritti e la misura del debito tributario non ha nulla a che vedere con la discrezionalita' amministrativa; il fermo e' momento prodromico dell'esecuzione forzata, la quale si svolge dinanzi al giudice ordinario; il ricorso contro il fermo ha natura di accertamento negativo della legittimita' dell'iniziativa per difetto nell'an o nel quantum del credito azionato;
che, secondo la difesa erariale, il giudice ordinario disporrebbe di tutti gli strumenti processuali, anche d'urgenza, per garantire la piena realizzazione del diritto di difesa, e la disapplicazione del fermo, cioe' l'accertamento della sua invalidita', sarebbe misura idonea alla soddisfazione dell'interesse della parte privata, sicche' i riferimenti alla insufficienza dei poteri del giudice ordinario sarebbero "un fuor d'opera" per manifesto difetto di rilevanza. Considerato che tutte le ordinanze di rimessione censurano, in riferimento agli artt. 3, 24, 16, 41 e 42 della Costituzione, l'interpretazione giurisprudenziale - formatasi sugli artt. 49, 57 e 86 del d.P.R. 29 settembre 1973, n. 602 (Disposizioni sulla riscossione delle imposte sul reddito) e sugli artt. 2 e 19 del decreto legislativo 31 dicembre 1992, n. 546 (Disposizioni sul processo tributario in attuazione della delega al Governo contenuta nell'art. 30 della legge 30 dicembre 1991, n. 413) - che attribuisce al giudice ordinario, anziche' al giudice amministrativo (nel caso delle questioni sollevate dal Consiglio di Stato) o al giudice tributario (nel caso del dubbio avanzato dalla Commissione tributaria regionale del Lazio), la giurisdizione sulle controversie in materia di fermo amministrativo dei veicoli; che i relativi giudizi - sollevando questioni identiche o analoghe - possono essere riuniti per essere decisi con unica pronuncia;
che successivamente alle ordinanze di rimessione e' entrato in vigore l'art. 35, comma 26-quinquies, del decreto-legge 4 luglio 2006, n. 223 (Disposizioni urgenti per il rilancio economico e sociale, per il contenimento e la razionalizzazione della spesa pubblica, nonche' interventi in materia di entrate e di contrasto all'evasione fiscale), inserito dalla relativa legge di conversione 4 agosto 2006, n. 248, il quale, integrando il disposto dell'art. 19, comma 1, del decreto legislativo 31 dicembre 1992, n. 546 (Disposizioni sul processo tributario in attuazione della delega al Governo contenuta nell'art. 30 della legge 30 dicembre 1991, n. 413), prevede la ricorribilita' davanti alle commissioni tributarie anche del provvedimento di "fermo di beni mobili registrati di cui all'art. 86 del decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 602, e successive modificazioni" (lettera e-ter);
che tale innovazione sulla regola di riparto della giurisdizione non incide sulla rilevanza delle questioni sollevate dal Consiglio di Stato, giacche', a norma dell'art. 5 del codice di procedura civile, la giurisdizione si determina con riguardo alla legge vigente al momento della proposizione della domanda e non hanno effetto rispetto ad essa i successivi mutamenti della legge medesima (ordinanza n. 161 del 2007);
che, con riferimento alla questione sollevata dalla Commissione tributaria regionale del Lazio, occorre invece considerare che - secondo il diritto vivente - l'art. 5 cod. proc. civ., essendo diretto a favorire, e non ad impedire, il verificarsi della perpetuatio jurisdictionis, trova applicazione solo nel caso di sopravvenuta carenza di giurisdizione del giudice originariamente adito, ma non anche allorche' il mutamento dello stato di diritto comporti l'attribuzione della giurisdizione al giudice che ne era privo al momento della proposizione della domanda (ex plurimis, Corte di cassazione, sezioni unite civili, sentenze 20 settembre 2006, n. 20322, e 13 settembre 2005, n. 18126);
che, pertanto, si rende necessaria la restituzione degli atti alla Commissione tributaria regionale rimettente, perche' proceda ad un nuovo esame della rilevanza della questione alla luce dell'indicato jus superveniens;
che, quanto alle questioni sollevate dal Consiglio di Stato, le relative ordinanze di rimessione - pur ponendo a base del dubbio di legittimita' costituzionale la regola del riparto di giurisdizione in tema di fermo amministrativo dei veicoli elaborata dallo stesso Consiglio di Stato, in un precedente arresto, e dalle sezioni unite della Corte di cassazione, che hanno affermato la giurisdizione del giudice ordinario a conoscere tali controversie - in realta' criticano alla radice tale scelta interpretativa, sostenendo, diversamente dal diritto vivente, che il fermo amministrativo non e' atto funzionale all'espropriazione forzata (e quindi mezzo di realizzazione del credito), ma provvedimento amministrativo di autotutela conservativa del patrimonio del debitore, in funzione dell'interesse pubblico sotteso alla soddisfazione del credito tributario, attribuito al concessionario della riscossione che, sotto tale profilo, e' esercente privato di pubblica funzione;
che, muovendo da tale premessa, il Consiglio di Stato ritiene che la questione di giurisdizione dovrebbe essere risolta in favore del giudice amministrativo secondo l'ordinario criterio di riparto diritti soggettivi-interessi legittimi, posto che a fronte di provvedimenti amministrativi autoritativi il giudice naturale e' quello amministrativo (art. 103 Cost.), e che nel caso specifico nessuna norma del d.P.R. n. 602 del 1973 indica quale giudice debba conoscere le controversie sul fermo amministrativo;
che siffatta incongruenza tra la detta formale premessa e il concreto svolgimento del dubbio di costituzionalita' fa trasparire che la sollevata questione configura un improprio tentativo di ottenere da questa Corte l'avallo della (diversa) interpretazione e ricostruzione della natura giuridica dell'istituto che il giudice a quo dimostra di condividere, cosi' rendendo chiaro un uso distorto dell'incidente di costituzionalita' (ordinanza n. 161 del 2007);
che, pertanto, le questioni sollevate dal Consiglio di Stato devono essere dichiarate manifestamente inammissibili. Visti gli artt. 26, secondo comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87, e 9, comma 2, delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale.
 Per questi motivi 


                                                                  LA CORTE COSTITUZIONALE

Riuniti i giudizi, Dichiara la manifesta inammissibilita' delle questioni di legittimita' costituzionale degli artt. 49, 57 e 86 del d.P.R. 29 settembre 1973, n. 602 (Disposizioni sulla riscossione delle imposte sul reddito), e degli artt. 2 e 19 del decreto legislativo 31 dicembre 1992, n. 546 (Disposizioni sul processo tributario in attuazione della delega al Governo contenuta nell'art. 30 della legge 30 dicembre 1991, n. 413), sollevate, in riferimento agli artt. 3, 24, 16, 41 e 42 della Costituzione, dal Consiglio di Stato con le ordinanze indicate in epigrafe; Ordina la restituzione degli atti alla Commissione tributaria regionale del Lazio.
Cosi' deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 4 luglio 2007.

Il Presidente: Bile Il redattore: Maddalena Il cancelliere: Di Paola Depositata in cancelleria il 17 luglio 2007.
Il direttore della cancelleria: Di Paola
      

 

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