Corte di Cassazione Ordinanza n. 6837/2022 – Cartelle esattoriali - Impugnabilità dell’estratto ruolo esattoriale – 02.03.2022 .

La Corte di Cassazione, con l’Ordinanza in esame, nonostante la recente normativa introdotta, che prevede la non impugnabilità dell’estratto ruolo esattoriale, in attesa della decisione della Corte Costituzionale, ha ritenuto l’estratto ruolo esattoriale impugnabile, in particolare, ha ribadito: “L'estratto di ruolo è atto interno all'Amministrazione da impugnare unitamente all'atto impositivo, notificato di regola con la cartella di pagamento, perché solo da quel momento sorge l'interesse ad instaurare la lite ex art. 100 c.p.c., salvo il caso in cui il ruolo e la cartella non siano stati notificati: ipotesi in cui, non potendo essere compresso o ritardato l'esercizio del diritto alla…

Corte di Cassazione Ordinanza n. 24632/2020 – ritardo o cancellazione volo aereo – richiesta pagamento compensazione pecuniaria e risarcimento del danno -competenza del giudice adito – 05.11.2020 –

Importante Ordinanza della Corte di Cassazione, relativa alla competenza e alla giurisdizione del giudice adito, in materia di compensazione pecuniaria e risarcimento danni subiti a causa del ritardo e/o della cancellazione dei voli aerei. In particolare, la Suprema Corte, richiamando una importante sentenza della Corte di Giustizia Europea, ha precisato che le due domande sono soggette ciascuna alla competenza di un giudice diverso. La domanda di pagamento dell'indennizzo previsto dal Regolamento 261/04 è soggetta alle regole di giurisdizione e di competenza "ordinarie", stabilite dal Regolamento 1215/12. Mentre la domanda di risarcimento del danno da inadempimento contrattuale è soggetta,…

Corte di Cassazione Ordinanza n. 40627/2021 – verbale di contestazione -tutor -in caso di contestazione la prova dell’omologazione spetta all’amministrazione -17.12.2021 -

Con l’Ordinanza in esame la Corte di Cassazione ha accolto il ricorso di un automobilista, ribadendo il principio enunciato dalla Corte costituzionale: “con il principio di diritto più volte enunciato da questa Corte, la quale ha chiarito che in presenza di contestazione da parte del soggetto sanzionato spetta all'Amministrazione la prova positiva dell'iniziale omologazione e della periodica taratura dello strumento”. CORTE DI CASSAZIONE II SEZIONE CIVILE ORDINANZA N. 40627 Anno 2021 Presidente: ORILIA LORENZO Relatore: GRASSO GIUSEPPE Data pubblicazione: 17/12/2021 la seguente ORDINANZA sul ricorso 31922-2018 proposto da: B. M., rappresentato e difeso dall'avvocato D. S., giusta delega in…

Corte di Cassazione Sezioni Unite Civili Sentenza n. 10012/2021 – validità notifica in caso di irreperibilità temporanea – non basta la prova della spedizione - è necessaria la prova dell’avviso di…

La Corte di Cassazione a Sezioni Unite, con la sentenza in esame ha, finalmente, risolto il contrasto interpretativo esistente sulla questione all’interno della giurisprudenza di legittimità, che vedeva contrapposte due diversi indirizzi sulla procedura notificatoria degli atti impositivi, in particolare sull’applicazione dell art. 8, legge 890/1982. Il massimo Collegio di legittimità ha “ cestinato” l’orientamento che afferma che ai fini della prova del perfezionamento della notifica postale diretta in caso di assenza temporanea del destinatario, è sufficiente che l’Ente impositore notificante produca in giudizio l’avviso di ricevimento della raccomandata contenente l’atto notificando, con…

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Agente della Riscossione: tra le iscrizioni ipotecarie illegittime, l’illecito trattamento dei dati e la violazione della privacy.

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Images: gestline.jpgA seguito delle iscrizioni ipotecarie effettuate dall’Agente della Riscossione i cittadini - a loro insaputa - vengono automaticamente iscritti al CRIF ed altre banche dati le quali raccolgono informazioni pregiudizievoli anche presso le Conservatorie immobiliari.
Il problema nasce quando le iscrizioni ipotecarie sono infondate, vuoi perché il cittadino ha proposto regolare opposizione ed ha ottenuto sentenza favorevole, o perché le iscrizioni sono avvenute per crediti inferiori ad ottomila euro o, ancora peggio, quando i tributi sono prescritti e/o annullati preventivamente dal Giudice competente.Ebbene, in questi casi – con una semplice visura presso le principali Banche Dati - il cittadino scopre che il suo immobile è ipotecato e, lui stesso, figura segnalato (per non dire cattivo pagatore) presso le principali Banche Dati.

Iscrizioni di ipoteca per un credito inferiore ad ottomila euro.
L’art. 76 del D.P.R. n° 602/73 prevede un limite al di sotto del quale il Concessionario della Riscossione non può iscrivere ipoteca sull’immobile del contribuente (presunto) debitore.
A tal uopo, si segnala la prima sentenza di un Tribunale, in tal senso, ottenuta dai legali dell’Aidacon ( Associazione Italiana per la Difesa dell’Ambiente e dei Consumatori –   www.aidacon.it   ), che da anni è in prima linea contro gli abusi dei Concessionari della Riscossione, la quale ha stabilito che l’ipoteca iscritta dalla Società di Riscossione ex art. 76 del D.P.R. n° 602, per un credito inferiore ad ottomila euro è illegittima. In particolare, la citata sentenza n° 4279/07, resa dal Tribunale di Napoli ha precisato che: “il ruolo, come titolo esecutivo, consente l’ipoteca se ed in quanto attribuisce anche il diritto di procedere ad esecuzione forzata sui beni del debitore. Se tale diritto manca, perché i crediti iscritti a ruolo non raggiungono l’importo previsto dall’art. 76 del D.P.R. n.602 del 1973, i beni immobili non possono essere vincolati”. 
 

Iscrizione di ipoteca e fermo amministrativo del veicolo in virtù di violazioni del Codice della Strada.
Inoltre, come confermato dalla maggiore giurisprudenza e richiamato da non ultimo dalla recente sentenza della Cassazione n.2214 del 01/02/2007, viene affermato che il fermo ed ipoteca sono previsti come mezzi speciali di esecuzione forzata ad iniziativa dell’esattore solo ed esclusivamente per le imposte sui redditi e per gli altri tributi, tasse od imposte, dovuti allo Stato o agli Enti Pubblici. Nessuna norma è reperibile nel nostro ordinamento che autorizzi il Concessionario a disporre il fermo amministrativo degli autoveicoli, e l’ipoteca sugli immobili, di proprietà del debitore, per le sanzioni amministrative. “…..il campo di applicazione di questi speciali provvedimenti è dunque strettamente limitato ai carichi tributari, nulla del genere essendo previsto per le sanzioni amministrative vere e proprie, in particolare per quelle relative alle violazioni del Codice della Strada. Ne deriva che l’assenza di una norma rende illegittimo di per se il provvedimento di iscrizione ipotecaria per le sanzioni amministrative.”
Quindi, gli Agenti della Riscossione che continuano ad iscrivere le ipoteche  anche in virtù di ruoli derivanti da violazioni al Codice della Strada compiono un atto illegittimo, al fine di costringere gli utenti a pagare per evitare effetti pregiudizievoli della propria posizione soggettiva, come ad esempio una eventuale segnalazione presso le Banche Dati o l’impossibilità di vendere il proprio immobile ipotecato.

Illegittime segnalazioni presso banche dati e violazione della privacy.
Tali illegittime iscrizioni ipotecarie, quindi, si possono evincere anche presso le Banche Dati – quale ad es. il CRIF - e compromettono implicitamente l’accesso al credito in danno dei cittadini, risultando altresì in contrasto con la normativa in materia di privacy – D.Lgs 196/2003 – stante l’illegittimità dell’iscrizione e mancata cancellazione della stessa, nonché aggiornamento dei dati personali.  Ed infatti, il Concessionario che non segue le vicende storiche di possibili contenziosi in opposizione ai ruoli  risulta essere responsabile della  derivante  errata segnalazione presso le predette Banche Dati, facendo implicitamente figurare apparenti morosità in capo al cittadino.

Il rimedio.
Chi ha ingiustamente subito una iscrizione ipotecaria che ha comportato una ingiusta segnalazione e, quindi, un illecito trattamento dei propri dati, ben potrebbe agire nei confronti del Concessionario ai sensi dell’Art. 15 del Decreto legislativo 30 giugno 2003, n. 196 il quale prevede chechiunque cagiona danno ad altri per effetto del trattamento di dati personali è tenuto al risarcimento ai sensi dell'articolo 2050 del codice civile”.
La soluzione migliore, comunque, sarebbe riscrivere – una volta per tutte – la Legge sulla riscossione, visti i diversi profili di incostituzionalità riscontrati nella stessa.   
                                                                                           

                                                                                                   Avv. Luciano Del Giudice
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Corte Costituzionale Ordinanza n° 74 - controversie in materia di opposizione alla trascrizione del provvedimento di fermo amministrativo di beni mobili registrati - 03.03.2011. -

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Images: corte costituzionale.jpgGiudizio di legittimita' costituzionale in via incidentale. Procedimento civile - Violazioni del codice della strada - Controversie in materia di opposizione alla trascrizione del provvedimento di fermo amministrativo di beni mobili registrati - Competenza del giudice del luogo della commessa violazione, anziche' del luogo di residenza dell'opponente - Denunciata lesione dei principi di uguaglianza e di parita' delle parti processuali, nonche' asserita limitazione della tutela giurisdizionale del cittadino avverso gli atti della pubblica amministrazione - Difetto di argomentazione sulla rilevanza della questione - Omessa motivazione sulla non manifesta infondatezza - Manifesta inammissibilita'. - Legge 24 novembre 1981, n. 689, artt. 22 e 22-bis. - Costituzione, artt. 3, 97, 111, secondo comma, e 113. (GU n. 11 del 9-3-2011 )

 




                                                                    LA CORTE COSTITUZIONALE

 

composta dai signori:

Presidente: Ugo DE SIERVO;

Giudici: Paolo MADDALENA, Alfio FINOCCHIARO, Alfonso QUARANTA, Franco

GALLO, Luigi MAZZELLA, Gaetano SILVESTRI, Sabino CASSESE, Giuseppe

TESAURO, Paolo Maria NAPOLITANO, Giuseppe FRIGO, Alessandro

CRISCUOLO, Paolo GROSSI, Giorgio LATTANZI;

ha pronunciato la seguente

 

Ordinanza nel giudizio di legittimita' costituzionale degli artt. 22 e 22-bis della legge 24 novembre 1981, n. 689 (Modifiche al sistema penale), promosso dal Tribunale ordinario di Arezzo, sezione distaccata di Montevarchi, nel procedimento vertente tra Coronella Antonio e Equitalia Cerit s.p.a. con ordinanza del 30 settembre 2009, iscritta al n. 302 del registro ordinanze 2010 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 41, 1ª serie speciale, dell'anno 2010.
Visto l'atto di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri;
Udito nella camera di consiglio del 9 febbraio 2011 il giudice relatore Alfio Finocchiaro.
Ritenuto che il Tribunale ordinario di Arezzo, Sezione distaccata di Montevarchi - nel corso di un procedimento civile avente ad oggetto la opposizione al provvedimento di trascrizione di fermo amministrativo di beni mobili registrati, fondata sul mancato ricevimento del preavviso di fermo amministrativo e della notifica delle relative cartelle esattoriali, emesse per violazioni del codice della strada - ha sollevato, con ordinanza del 30 settembre 2009, questione di legittimita' costituzionale degli artt. 22 e 22-bis della legge 24 novembre 1981, n. 689 (Modifiche al sistema penale), nella parte in cui attribuiscono al giudice del luogo della commessa violazione la competenza territoriale sulle controversie di cui si tratta;
che il rimettente fa presente che l'agente di riscossione, Equitalia Cerit s.p.a., ha, in primo luogo, eccepito il difetto di giurisdizione del giudice adito a favore del giudice tributario, con riguardo ai provvedimenti di fermo amministrativo di beni mobili registrati emessi in relazione a carichi esattoriali scaduti aventi natura tributaria;
che, inoltre, lo stesso agente sostiene, per le altre cartelle esattoriali, riferite a sanzioni derivanti da violazioni del codice della strada, la competenza del giudice di pace del luogo in cui queste sono state commesse, mentre l'opponente ritiene applicabile il terzo comma, lettera c), dell'art. 22-bis della citata legge n. 689 del 1981, trattandosi di sanzione diversa da quella tributaria, con la conseguenza che la competenza si radicherebbe in capo alla Sezione distaccata di Montevarchi, luogo di residenza dello stesso opponente;
che cio' posto, il rimettente, nel dare atto della necessita' di una sua pronuncia sulla competenza, dubita della legittimita' costituzionale degli artt. 22 e 22-bis della legge n. 689 del 1981 nella parte in cui individuano il foro competente nella materia de qua nel giudice del luogo in cui e' stata commessa la violazione;
che, a suo avviso, una tale previsione si porrebbe in contrasto con gli artt. 3, 97, 111, secondo comma, e 113 Cost., per violazione del principio di uguaglianza, costringendo il cittadino che intenda tutelarsi nei confronti di un organo amministrativo, in ossequio al principio costituzionale di cui all'art. 113 Cost., a rivolgersi al foro della commessa infrazione, nonche' per violazione in particolare dell'art. 111, secondo comma, Cost., per non trovarsi il cittadino medesimo in posizione di parita' rispetto alla p.a.; che, ove si escludesse l'illegittimita' costituzionale delle disposizioni censurate per le indicate ragioni, si profilerebbe, secondo il rimettente, la violazione dell'art. 97 Cost., per il trattamento di privilegio della pubblica amministrazione nella tutela giurisdizionale avverso il cittadino;
che nel giudizio innanzi alla Corte e' intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, con il patrocinio dell'Avvocatura generale dello Stato, che ha concluso per la manifesta infondatezza ed inammissibilita' della questione, facendo presente che la Corte si e' gia' pronunciata in tal senso su identiche questioni di legittimita' costituzionale concernenti l'art. 22 della legge n. 689 del 1981, rilevando, in particolare, che la scelta di radicare la competenza territoriale in materia di opposizione a sanzioni amministrative nel luogo della commessa violazione si risolve nell'applicazione del tradizionale criterio del locus commissi delicti, espressione di corretto esercizio della discrezionalita' spettante al legislatore in tema di regolazione della competenza, con il solo limite della ragionevolezza, nella specie rispettato;
che secondo l'Avvocatura, poi, la questione sollevata sarebbe manifestamente inammissibile in riferimento agli artt. 97 e 113 Cost. non contenendo l'ordinanza di rimessione alcuna motivazione in ordine al dubbio di illegittimita' costituzionale. Considerato che il Tribunale ordinario di Arezzo, Sezione distaccata di Montevarchi, dubita della legittimita' costituzionale degli articoli 22 e 22-bis della legge 24 novembre 1981, n. 689 (Modifiche al sistema penale), nella parte in cui radicano la competenza a conoscere delle controversie in materia di opposizione alla trascrizione del provvedimento di fermo amministrativo di beni mobili registrati, a seguito di violazioni del codice della strada, in capo al giudice del luogo della commessa violazione, anziche' in capo a quello del luogo di residenza dell'opponente, per violazione degli artt. 3, 97, 111, secondo comma, e 113 Cost., ponendo il cittadino che intenda esperire la prevista tutela giurisdizionale nei confronti della p.a. nella condizione di adire necessariamente detto foro, creando, in tal modo, un privilegio illegittimo a favore della p.a., rispetto alla quale il cittadino non si troverebbe in posizione di parita';
che vanno rilevate, preliminarmente, una molteplicita' di ragioni di manifesta inammissibilita' della questione, per non essere stato addotta alcuna argomentazione sulla rilevanza della questione nel giudizio a quo, avendo il rimettente sollevato la questione di illegittimita' costituzionale degli artt. 22 e 22-bis della legge n. 689 del 1981, senza motivare il proprio convincimento sulla applicabilita' di tale normativa alla impugnazione del provvedimento di trascrizione del fermo e senza pronunciarsi - in presenza delle contrapposte eccezioni sollevate dalle parti - sulla propria competenza;
che ulteriore motivo di inammissibilita' va ravvisato nella omessa motivazione sulla non manifesta infondatezza della questione, in particolare, con riferimento ai parametri costituzionali di cui agli artt. 97 (del resto non riferibile all'attivita' giurisdizionale) e 113 Cost., e cio' a prescindere dalla giurisprudenza di questa Corte (ordinanze. n. 114 del 2005, n. 130 e n. 161 del 2004, n. 259, n. 193 e n. 75 del 2003), che ha affermato la manifesta infondatezza della questione di legittimita' costituzionale dell'art. 22 della legge n. 689 del 1981 nella parte in cui stabilisce la competenza territoriale inderogabile del giudice del luogo in cui e' stata commessa la violazione, ai fini della proposizione dell'opposizione a sanzione amministrativa, sul presupposto che la scelta di radicare la competenza territoriale, relativa a tali giudizi, nel luogo della commessa violazione e' espressione di corretto esercizio della discrezionalita' spettante al legislatore in tema di disciplina della competenza in generale, ed in particolare di quella territoriale, essendo del tutto ragionevole che nel luogo in cui si e' tenuto il comportamento sanzionato si discuta della legittimita' della pretesa punitiva.
Visti gli artt. 26, secondo comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87, e 9, comma 2, delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale.


Per questi motivi

                                                                     LA CORTE COSTITUZIONALE

Dichiara la manifesta inammissibilita' della questione di legittimita' costituzionale degli articoli 22 e 22-bis della legge 24 novembre 1981, n. 689 (Modifiche al sistema penale), sollevata, in riferimento agli articoli artt. 3, 97, 111, secondo comma, e 113 della Costituzione, dal Tribunale ordinario di Arezzo, Sezione distaccata di Montevarchi, con l'ordinanza in epigrafe.
Cosi' deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 23 febbraio 2011. Il Presidente: De Siervo
Il redattore: Finocchiaro
 l cancelliere: Fruscella
 Depositata in cancelleria il 3 marzo 2011.
Il cancelliere: Fruscella

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Corte Costituzionale Ordinanza n° 363 – ricorso avverso cartella esattoriale ed ipoteca - 07 novembre 08.

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Images: corte costituzionale.jpgGiudizio di legittimita' costituzionale in via incidentale. Contenzioso tributario - Ricorso avverso cartella esattoriale ed iscrizione ipotecaria su immobili a garanzia di crediti tributari - Originario difetto di giurisdizione del giudice tributario - Sopravvenienza di norma attributiva della giurisdizione a detto giudice - Ritenuta inapplicabilita' ratione temporis della nuova disciplina nel giudizio a quo - Asserita impossibilita' di una traslatio iudicii - Immotivata difformita' dell'interpretazione della normativa in tema di perpetuatio iurisdictionis e di traslatio iudicii rispetto al diritto vivente e alla Costituzione - Illogica prospettazione delle questioni - Manifesta inammissibilita'. - D.lgs. 31 dicembre 1992, n. 546, art. 3. - Costituzione, artt. 24, 111 e 113. (GU n. 47 del 12-11-2008 )





LA CORTE COSTITUZIONALE

composta dai signori: Presidente: Giovanni Maria FLICK; Giudice: Francesco AMIRANTE, Ugo DE SIERVO, Paolo MADDALENA, Alfio FINOCCHIARO, Alfonso QUARANTA, Franco GALLO, Luigi MAZZELLA, Gaetano SILVESTRI, Maria Rita SAULLE, Giuseppe TESAURO, Paolo Maria NAPOLITANO;
ha pronunciato la seguente
Ordinanza nel giudizio di legittimita' costituzionale dell'art. 3 del decreto legislativo 31 dicembre 1992, n. 546 (Disposizioni sul processo tributario in attuazione della delega al Governo contenuta nell'articolo 30 della legge 30 dicembre 1991, n. 413), promosso con ordinanza del 4 luglio 2007 dalla Commissione tributaria provinciale di Roma nel giudizio vertente tra Sergio Santoro e l'Agenzia delle entrate, ufficio di Roma 1, iscritta al n. 90 del registro ordinanze 2008 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 15, 1ª serie speciale, dell'anno 2008;
Visti l'atto di costituzione di Sergio Santoro e l'atto di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri;
Udito nella Camera di consiglio del 24 settembre 2008 il giudice relatore Franco Gallo;
Udito l'avvocato dello Stato Gianni De Bellis per il Presidente del Consiglio dei ministri;
Ritenuto che, nel corso di un giudizio, promosso da un contribuente, avente ad oggetto l'impugnazione sia di una cartella di pagamento emessa a seguito di controllo sulla dichiarazione dei redditi per l'anno d'imposta 2000, sia della relativa iscrizione di ipoteca effettuata ai sensi dell'art. 77 del decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 602 (Disposizioni sulla riscossione delle imposte sul reddito), la Commissione tributaria provinciale di Roma, con ordinanza depositata il 4 luglio 2007, ha sollevato questioni di legittimita' costituzionale dell'art. 3 del decreto legislativo 31 dicembre 1992, n. 546 (Disposizioni sul processo tributario in attuazione della delega al Governo contenuta nell'articolo 30 della legge 30 dicembre 1991, n. 413), nella parte in cui «non consente al giudice tributario che declini la giurisdizione di disporre la continuazione del processo con salvezza degli effetti sostanziali e processuali della domanda»;
che la Commissione rimettente premette, in punto di fatto, che:
a) il ricorrente ha impugnato la cartella di pagamento, sulla cui base era stata iscritta dal concessionario per la riscossione la predetta ipoteca, allegando l'inesistenza della notifica della cartella medesima e la decadenza dell'ufficio dal potere di procedere alla riscossione in relazione all'anno d'imposta 2000;
b) il ricorrente aveva avuto notizia di detta cartella solo a seguito della ricezione dell'avviso di iscrizione dell'ipoteca di cui all'art. 77 del d.P.R. n. 602 del 1973, in quanto in detto avviso era fatta menzione della cartella de qua;
c) resistono in giudizio, chiedendo la reiezione del ricorso, sia l'Agenzia delle entrate, ufficio di Roma 1, sia il concessionario per la riscossione, quest'ultimo eccependo anche il difetto di giurisdizione del giudice adito;
che il giudice a quo premette altresi', in punto di diritto, che:
a) la giurisdizione del giudice tributario in ordine alle controversie relative all'iscrizione delle ipoteche effettuate a garanzia di crediti tributari e' stata disposta, successivamente all'instaurazione del giudizio, dall'art. 35, comma 26-quinquies, del decreto-legge 4 luglio 2006, n. 223 (Disposizioni urgenti per il rilancio economico e sociale, per il contenimento e la razionalizzazione della spesa pubblica, nonche' interventi in materia di entrate e di contrasto all'evasione fiscale), convertito con modificazioni dall'art. 1, comma 1, della legge 4 agosto 2006, n. 248, che ha a tal fine modificato, con effetto dal 12 agosto 2006, l'art. 19 del d.lgs. n. 546 del 1992;
b) tale norma attributiva di giurisdizione non puo' trovare applicazione nel giudizio principale, perche' quest'ultimo e' stato instaurato, appunto, anteriormente all'entrata in vigore della norma;
c) in forza dell'art. 3 del d.lgs. n. 546 del 1992, la Commissione adita deve dunque limitarsi, nella specie, a declinare la propria giurisdizione, senza disporre la translatio iudicii della causa innanzi al giudice dotato di giurisdizione e, di conseguenza, senza «salvare gli effetti sostanziali e processuali della domanda»; che, quanto alla non manifesta infondatezza delle questioni, il rimettente afferma che la disposizione denunciata - non prevedendo che il giudice tributario, nel dichiarare il proprio difetto di giurisdizione, disponga la translatio iudicii innanzi al giudice dotato di giurisdizione - viola gli artt. 24, 111 e 113 della Costituzione;
che, quanto alla violazione degli artt. 24 e 113 Cost., il giudice a quo afferma che la mancata previsione della translatio iudicii nel caso di declinatoria della giurisdizione - escludendo la conservazione degli effetti sostanziali e processuali della domanda tempestivamente proposta davanti al giudice tributario - comporterebbe «di fatto», in caso di successiva proposizione della stessa domanda innanzi al giudice giurisdizionalmente competente, il decorso medio tempore del termine decadenziale di sessanta giorni dalla data di notificazione dell'atto impugnato fissato dall'art. 21 del d.lgs. n. 546 del 1992 per la proposizione del ricorso dinnanzi al giudice tributario;
che, quanto invece alla violazione dell'art. 111 Cost., il rimettente ritiene che la disposizione censurata - nella parte in cui non prevede la translatio iudicii - viola il principio della ragionevole durata del processo, perche' «vanificherebbe l'attivita' processuale svolta» davanti al giudice privo di giurisdizione e, quindi, risulterebbe «collidente con il diritto costituzionale alla durata ragionevole del processo che metta capo ad una pronuncia sul merito»;
che, sulla rilevanza delle sollevate questioni, il giudice rimettente, richiamando le proprie premesse in punto di diritto, afferma di essere privo di giurisdizione, ratione temporis, in ordine alla controversia sull'iscrizione ipotecaria oggetto del giudizio principale e di non poter disporre la translatio iudicii;
che il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, e' ritualmente intervenuto in giudizio, chiedendo che le questioni siano dichiarate inammissibili o infondate;
che, secondo la difesa erariale, in primo luogo la rimettente Commissione tributaria non ha considerato che, nella fattispecie, essa ha giurisdizione a conoscere della causa, alla luce del prevalente orientamento di legittimita' secondo cui l'art. 5 del codice di procedura civile - nello stabilire in generale il principio della perpetuatio iurisdictionis - non si applica qualora un sopravvenuto mutamento legislativo comporti l'attribuzione della giurisdizione al giudice che, al momento della domanda, ne era privo;
che pertanto, conclude la difesa erariale, tali questioni sono inammissibili, in quanto fondate su un erroneo presupposto interpretativo;
che, in secondo luogo, dette questioni sono inammissibili - sempre secondo l'Avvocatura generale - perche' il diritto vivente gia' riconosce la possibilita' che, a seguito della pronuncia declinatoria della giurisdizione, le parti proseguano la causa dinnanzi al giudice fornito di giurisdizione «con salvezza dei diritti acquisiti» e, percio', il risultato perseguito dal giudice rimettente e' gia' raggiungibile in via ermeneutica;
che infine, per la difesa erariale, un ulteriore profilo di inammissibilita' deriva dal fatto che le questioni, come sollevate, sono prive di rilevanza nel giudizio a quo, in quanto «la sede in cui avrebbe potuto assumere rilievo l'eventuale incostituzionalita' di una normativa che non riconoscesse la translatio iudicii sarebbe soltanto il giudizio di prosecuzione»;
che il contribuente si e' costituito con un atto depositato fuori termine. Considerato che la Commissione tributaria provinciale di Roma dubita, in riferimento agli artt. 24, 111 e 113 della Costituzione, della legittimita' dell'art. 3 del decreto legislativo 31 dicembre 1992, n. 546 (Disposizioni sul processo tributario in attuazione della delega al Governo contenuta nell'art. 30 della legge 30 dicembre 1991, n. 413), nella parte in cui detta disposizione - nel disporre che «Il difetto di giurisdizione delle commissioni tributarie e' rilevato, anche d'ufficio, in ogni stato e grado del processo» (comma 1) e che «E' ammesso il regolamento preventivo di giurisdizione previsto dall'art. 41, primo comma, del codice di procedura civile» (comma 2) - «non consente al giudice tributario che declini la giurisdizione di disporre la continuazione del processo con salvezza degli effetti sostanziali e processuali della domanda»;
che, secondo la Commissione rimettente, la norma denunciata - non prevedendo, nel caso di declinatoria della giurisdizione, la translatio iudicii innanzi al giudice giurisdizionalmente competente, con salvezza degli effetti sostanziali e processuali della domanda - viola:
a) gli artt. 24 e 113 Cost., perche' determina «la decadenza dal diritto di proporre ricorso nel termine perentorio di sessanta giorni dalla data di notificazione dell'atto impugnato, ex art. 21, comma primo del citato d.lgs. n. 546 del 1992» e, conseguentemente, «la perdita del diritto alla tutela delle proprie situazioni giuridiche soggettive»;
b) l'art. 111 Cost., perche' «vanific[a] l'attivita' processuale svolta» davanti al giudice privo di giurisdizione e, quindi, risulta «collidente con il diritto costituzionale alla durata ragionevole del processo che metta capo ad una pronuncia sul merito»; che, quanto alla rilevanza, il giudice rimettente, dopo aver riferito che il giudizio principale ha ad oggetto due diverse controversie - riguardanti, rispettivamente, una cartella di pagamento e l'iscrizione ipotecaria effettuata a garanzia dei crediti indicati nella cartella medesima -, afferma di essere privo di giurisdizione, ratione temporis, in ordine alla controversia sull'iscrizione ipotecaria e di dover emettere, pertanto, una pronuncia di declinatoria della giurisdizione, senza poter disporre la translatio iudicii; che le questioni sollevate sono manifestamente inammissibili per una pluralita' di motivi; che, in primo luogo, il giudice rimettente fonda la rilevanza delle sollevate questioni muovendo da interpretazioni della normativa in tema di perpetuatio iurisdictionis e di translatio iudicii che sono non solo immotivatamente difformi da quelle accolte dal diritto vivente, ma anche non conformi a Costituzione;
che, in particolare, il rimettente ritiene:
a) in base agli artt. 5 del codice di procedura civile, nonche' 2, 3 e 19 del d.lgs. n. 546 del 1992, di non aver giurisdizione, ratione temporis, in ordine alla controversia - costituente uno degli oggetti del giudizio principale - riguardante l'iscrizione di ipoteca effettuata a garanzia di crediti tributari;
b) in base al citato art. 3 del d.lgs. n. 546 del 1992, di non poter disporre la translatio iudicii a seguito della declinatoria della propria giurisdizione;
che, quanto al presupposto interpretativo sub a), il medesimo giudice correttamente rileva che solo successivamente alla proposizione del ricorso e' entrato in vigore l'art. 35, comma 26-quinquies, del decreto-legge 4 luglio 2006, n. 223 (Disposizioni urgenti per il rilancio economico e sociale, per il contenimento e la razionalizzazione della spesa pubblica, nonche' interventi in materia di entrate e di contrasto all'evasione fiscale), convertito, con modificazioni, dall'art. 1, comma 1, della legge 4 agosto 2006, n. 248, il quale, modificando l'art. 19 del d.lgs. n. 546 del 1992, ha attribuito alla giurisdizione del giudice tributario, a partire dal 12 agosto 2006, la cognizione delle controversie relative all'iscrizione delle predette ipoteche;
che da tale corretto rilievo il giudice a quo giunge, tuttavia, alla non consequenziale conclusione che il menzionato ius superveniens costituito dall'art. 35, comma 26-quinquies, del decreto-legge n. 223 del 2006 non ha l'effetto di attribuire la giurisdizione tributaria anche in ordine alle controversie, concernenti le iscrizioni ipotecarie effettuate a garanzia di crediti tributari, instaurate davanti al giudice tributario (come nella specie) anteriormente al 12 agosto 2006;
che, il rimettente, infatti, omette di considerare che, in base al diritto vivente, l'art. 5 cod. proc. civ. - secondo cui «La giurisdizione e la competenza si determinano con riguardo alla legge vigente e allo stato di fatto esistente al momento della proposizione della domanda, e non hanno rilevanza rispetto ad esse i successivi mutamenti della legge o dello stato medesimo» - va interpretato in conformita' alla sua ratio, che e' quella di favorire e non di impedire la perpetuatio iurisdictionis, con la conseguenza che il giudice originariamente privo di giurisdizione (o competenza) non puo', per ragioni di economia processuale, dichiarare la propria carenza di giurisdizione (o competenza), ove nel corso del giudizio sia sopravvenuta una legge idonea ad attribuirgli la giurisdizione (o competenza) medesima (ex plurimis, le pronunce della Corte di cassazione, sezioni unite: ordinanza n. 857 del 2008; sentenze n. 16289 del 2007, n. 20322 del 2006, n. 18126 del 2005, n. 4820 del 2005, n. 3877 del 2004);
che, pertanto - in base alla regola della «competenza sopravvenuta» desumibile da tale consolidata interpretazione dell'art. 5 cod. proc. civ. -, il citato art. 35, comma 26-quinquies, del decreto-legge n. 223 del 2006, e' idoneo a radicare, nella controversia relativa all'iscrizione ipotecaria oggetto del giudizio principale, la giurisdizione del giudice tributario a quo, adito anteriormente al 12 agosto 2006, quando era ancora privo di giurisdizione al riguardo; che, quanto al presupposto interpretativo sub b) - per cui, in base alla disposizione denunciata, il giudice non potrebbe disporre la translatio iudicii a seguito della declinatoria della propria giurisdizione - il rimettente omette di considerare sia che, a seguito della pronuncia di questa Corte n. 77 del 2007 (anteriore all'ordinanza di rimessione), la normativa in materia deve interpretarsi nel senso che va «espunto dall'ordinamento» il «principio per cui la declinatoria della giurisdizione comporta l'esigenza di instaurare ex novo il giudizio senza che gli effetti sostanziali e processuali prodotti dalla domanda originariamente proposta si conservino nel nuovo giudizio»; sia che, ancor prima di detta pronuncia, la giurisprudenza di legittimita', in via interpretativa, aveva ammesso la translatio iudicii tra giudici speciali e giudice ordinario (Cassazione, sezioni unite civili, sentenze n. 5431 del 2008 e n. 4109 del 2007);
che, dunque, il giudice rimettente non ha neppure tentato di attribuire alle disposizioni in tema di perpetuatio iurisdictionis e di translatio iudicii interpretazioni diverse da quelle da lui prospettate e tali da escludere l'illegittimita' costituzionale della disposizione denunciata: tanto piu' che, nel caso di specie, tali interpretazioni conformi alla Costituzione non solo sono possibili, ma sono state recepite dalla giurisprudenza di legittimita' o da questa stessa Corte (con la citata sentenza n. 77 del 2007);
che la mancata utilizzazione dei poteri interpretativi che la legge riconosce, in via esclusiva, al giudice rimettente e la mancata esplorazione di diverse soluzioni ermeneutiche al fine di far fronte al dubbio di costituzionalita' ipotizzato integrano omissioni tali da rendere manifestamente inammissibili le sollevate questioni di legittimita' costituzionale (ex plurimis: ordinanze n. 85 del 2007; n. 32 del 2007; n. 299 del 2006; n. 315 del 2002);
che, in secondo luogo, le motivazioni addotte in ordine alla non manifesta infondatezza delle sollevate questioni si pongono in insanabile contrasto con le stesse premesse da cui muove il rimettente, con conseguente manifesta inammissibilita' delle questioni medesime;
che, in particolare, il giudice a quo riferisce che il giudizio principale, ai sensi del terzo periodo del comma 3 dell'art. 19 del d.lgs. n. 546 del 1992 (secondo cui «la mancata notificazione di atti autonomamente impugnabili, adottati precedentemente all'atto notificato, ne consente l'impugnazione unitamente a quest'ultimo»), ha ad oggetto l'impugnazione:
a) di una cartella di pagamento concernente crediti tributari, in relazione alla quale il contribuente deduce come unico motivo di invalidita' l'inesistenza della sua notificazione, con conseguente decadenza dell'amministrazione finanziaria dal potere di procedere alla riscossione;
b) dell'avviso, regolarmente notificato, dell'iscrizione ipotecaria effettuata a garanzia dei crediti tributari indicati nella suddetta cartella, in relazione al quale il contribuente deduce, come unico motivo di invalidita', l'inesistenza della notificazione dell'atto presupposto costituito dalla citata cartella;
che, pertanto, la definizione nel merito della controversia sub a) (relativa alla omessa notificazione della cartella di pagamento ed agli effetti, conseguenti a tale omissione, sul potere di procedere alla riscossione del credito tributario) e' logicamente e giuridicamente pregiudiziale rispetto alla definizione nel merito della controversia sub b) (relativa alla invalidita' dell'iscrizione ipotecaria, derivante dall'asserita inesistenza della notificazione della predetta cartella), nel senso che l'accoglimento od il rigetto del ricorso relativo alla cartella di pagamento comporta necessariamente l'accoglimento od il rigetto del ricorso relativo all'avviso di iscrizione ipotecaria: e cio' indipendentemente dall'individuazione dei giudici giurisdizionalmente competenti a decidere ciascuna delle due controversie;
che, in ordine alla menzionata controversia sub a), relativa alla cartella di pagamento, lo stesso giudice tributario a quo esattamente ritiene sussistere la propria giurisdizione in forza del combinato disposto degli artt. 2, comma 1, e 19, comma 1, lettera d), del citato d.lgs. n. 546 del 1992;
che, per l'effetto, la sua decisione su detta controversia non potrebbe mai comportare, nella specie, la paventata «perdita del diritto alla tutela delle [...] situazioni giuridiche soggettive» del contribuente; e cio' neppure nel caso (peraltro insussistente, come sopra rilevato) in cui il giudice tributario difettasse di giurisdizione in ordine all'altra controversia oggetto del giudizio principale, relativa all'iscrizione ipotecaria, e non fosse consentita la translatio iudicii al giudice ordinario;
che, infatti, il giudice tributario rimettente non si avvede che la pronuncia che egli deve emettere sulla validita' della cartella di pagamento (in esito ad una controversia in ordine alla quale non deve declinare la giurisdizione) non risulterebbe affatto «vanificata» dalla pronuncia di declinatoria di giurisdizione in ordine alla diversa e consequenziale controversia sull'iscrizione ipotecaria, perche' il giudice ordinario - anche se adito ex novo (senza, cioe', translatio iudicii) in ordine a tale ultima controversia - dovrebbe comunque sostanzialmente conformarsi, nel merito, al decisum del giudice tributario sulla controversia pregiudiziale relativa alla cartella di pagamento, ne' potrebbe applicare, in quanto giudice ordinario (come gia' rilevato in precedenza), termini di decadenza previsti dalla legge esclusivamente per il ricorso davanti al giudice tributario;
che dunque, anche sotto tale profilo, le questioni sono manifestamente inammissibili per illogicita', perche' le censure prospettate dal giudice a quo presuppongono necessariamente la carenza di giurisdizione del giudice tributario anche in ordine alla controversia sulla cartella di pagamento: carenza di giurisdizione che, pero', e' negata dallo stesso giudice. Visti gli artt. 26, secondo comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87, e 9, comma 2, delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale.

Per questi motivi

LA CORTE COSTITUZIONALE

Dichiara la manifesta inammissibilita' delle questioni di legittimita' costituzionale dell'art. 3 del decreto legislativo 31 dicembre 1992, n. 546 (Disposizioni sul processo tributario in attuazione della delega al Governo contenuta nell'art. 30 della legge 30 dicembre 1991, n. 413), sollevate, in riferimento agli artt. 24, 111 e 113 della Costituzione, dalla Commissione tributaria provinciale di Roma con l'ordinanza indicata in epigrafe. Cosi' deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 3 novembre 2008.
Il Presidente: Flick
Il redattore: Gallo
Il cancelliere: Di Paola
Depositata in cancelleria il 7 novembre 2008.
Il direttore della cancelleria: Di Paola
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Corte Costituzionale Ordinanza n° 364 – fermo amministrativo – 07.11.08. -

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Images: corte costituzionale.jpgGiudizio di legittimita' costituzionale in via incidentale. Imposte e tasse - Riscossione delle imposte - Fermo di beni mobili registrati - Criteri e limiti al potere del concessionario della riscossione di disporre il fermo nonche' obbligatorieta' della motivazione di detto provvedimento con riferimento al timore di perdere la garanzia del credito e della proporzionalita' rispetto al patrimonio del contribuente - Mancata previsione - Denunciata violazione del principio di ragionevolezza e del diritto alla difesa, incidenza sul diritto al lavoro e sulla liberta' di iniziativa economica nonche' contrasto con i principi di buon andamento e imparzialita' della pubblica amministrazione e lesione dei principi del giusto processo - Questioni estranee al thema decidendum del giudizio principale - Difetto di rilevanza e, comunque, difetto di motivazione sulla rilevanza - Manifesta inammissibilita' delle questioni. (GU n. 47 del 12-11-2008 )



LA CORTE COSTITUZIONALE


composta dai signori: Presidente: Giovanni Maria FLICK; Giudici: Francesco AMIRANTE, Ugo DE SIERVO, Paolo MADDALENA, Alfio FINOCCHIARO, Alfonso QUARANTA, Franco GALLO, Luigi MAZZELLA, Gaetano SILVESTRI, Sabino CASSESE, Maria Rita SAULLE, Giuseppe TESAURO, Paolo Maria NAPOLITANO;

ha pronunciato la seguente
Ordinanza nel giudizio di legittimita' costituzionale dell'art. 86 del d.P.R. 29 settembre 1973, n. 602 (Disposizioni sulla riscossione delle imposte sul reddito), nel testo risultante dalla sostituzione del primo comma ad opera dell'art. 1, comma 1, lettera q), del decreto legislativo 27 aprile 2001, n. 193 (Disposizioni integrative e correttive del decreto legislativo 26 febbraio 1999, n. 46, e decreto legislativo 13 aprile 1999, n. 112, in materia di riordino della disciplina relativa alla riscossione), e quale interpretato autenticamente dall'art. 3, comma 41, del decreto-legge 30 settembre 2005, n. 203 (Misure di contrasto all'evasione fiscale e disposizioni urgenti in materia tributaria e finanziaria), convertito, con modificazioni, dall'art. 1, comma 1, della legge 2 dicembre 2005, n. 248, promosso con ordinanza depositata il 23 novembre 2007 dalla Commissione tributaria provinciale di Cosenza, nel giudizio vertente tra Marcello Deietti e Concessionario E.TR. Esazione Tributi S.p.A., iscritta al n. 125 del registro ordinanze 2008 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 19, 1ª serie speciale, dell'anno 2008.
Visto l'atto di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri;
Udito nella Camera di consiglio del 8 ottobre 2008 il giudice relatore Franco Gallo.
Ritenuto che, nel corso di un giudizio avente ad oggetto l'impugnazione del preavviso del fermo amministrativo dell'autovettura di un contribuente - preavviso notificato il 28 dicembre 2005 ed emesso dalla competente societa' concessionaria per la riscossione dei tributi, in relazione al mancato pagamento di tre cartelle di pagamento del canone RAI e della TARSU, per un credito complessivo di € 846,34 -, la Commissione tributaria provinciale di Cosenza, con ordinanza depositata il 23 novembre 2007, ha sollevato, in riferimento agli artt. 3, 4, 24, 41, 97 e 111 della Costituzione, questioni di legittimita' costituzionale dell'art. 86 del d.P.R. 29 settembre 1973, n. 602 (Disposizioni sulla riscossione delle imposte sul reddito), nel testo risultante dalla sostituzione del primo comma ad opera dell'art. 1, comma 1, lettera q), del decreto legislativo 27 aprile 2001, n. 193 (Disposizioni integrative e correttive del decreto legislativo 26 febbraio 1999, n. 46, e decreto legislativo 13 aprile 1999, n. 112, in materia di riordino della disciplina relativa alla riscossione), e quale interpretato autenticamente dall'art. 3, comma 41, del decreto-legge 30 settembre 2005, n. 203 (Misure di contrasto all'evasione fiscale e disposizioni urgenti in materia tributaria e finanziaria), convertito, con modificazioni, dall'art. 1, comma 1, della legge 2 dicembre 2005, n. 248, nella parte in cui:
a) non fissa criteri e limiti ai poteri del concessionario della riscossione in ordine all'adozione del provvedimento di fermo di beni mobili registrati;
b) non prevede che detto provvedimento sia motivato con riferimento alla sussistenza del fondato timore di perdere la garanzia del credito ovvero alla necessita', in relazione alla consistenza patrimoniale del contribuente, di emetterlo;
che la Commissione rimettente preliminarmente osserva che la resistente societa' concessionaria per la riscossione ha provato in giudizio l'avvenuta notificazione di almeno due delle tre cartelle di pagamento poste a base del preavviso di fermo, mentre il contribuente non ha dimostrato di aver effettuato il pagamento relativo a dette cartelle;
che, secondo il medesimo rimettente, sono infondate tutte le censure proposte dal ricorrente avverso il provvedimento impugnato e cioe':
a) l'eccepita decadenza della resistente dal potere di riscossione, per la tardiva iscrizione a ruolo del credito tributario;
b) la dedotta illegittimita' del fermo per la mancata preventiva notificazione dell'avviso previsto dall'art. 50, secondo comma, del d.P.R. n. 602 del 1973;
c) l'eccepita prescrizione dei crediti fatti valere dalla suddetta concessionaria; che, in particolare, detta Commissione afferma che:
a) la denunciata decadenza non sussiste, perche' attiene ad una «fase di competenza dell'ente impositore», non evocato in giudizio;
b) la notifica del citato avviso di cui all'art. 50, secondo comma, del d.P.R. n. 602 del 1973 e' «necessaria solo prima che si inizi la fase della espropriazione forzata in senso proprio»;
c) i crediti fatti valere dalla concessionaria non sono prescritti, «non essendo decorso il termine di prescrizione decennale dalla notifica delle cartelle di pagamento»; che, quanto al giudizio principale, la medesima Commissione afferma, altresi', che:
a) l'art. 35, comma 26-quinquies, del decreto legge 4 luglio 2006, n. 223 (Disposizioni urgenti per il rilancio economico e sociale, per il contenimento e la razionalizzazione della spesa pubblica, nonche' interventi in materia di entrate e di contrasto all'evasione fiscale), convertito, con modificazioni, dalla legge 4 agosto 2006, n. 248 - nel modificare l'art. 19 del decreto legislativo 31 dicembre 1992, n. 546 - ha attribuito alla giurisdizione del giudice tributario la cognizione delle controversie concernenti il fermo sui mobili registrati, quale delineato dalle ultime modifiche legislative di tale istituto;
b) pur risultando infondati i motivi del ricorso e «sussistenti i presupposti formali per l'adozione del provvedimento» di fermo, «va [...] esaminata la questione relativa alla legittimita' del fermo in se'»;
che, su queste premesse, il giudice rimettente afferma, quanto alla non manifesta infondatezza delle sollevate questioni, che la norma censurata viola: a) gli artt. 3 e 97 Cost., perche' il provvedimento di fermo:
a.1) puo' essere disposto dal concessionario anche per crediti «assolutamente irrisori», come nella specie (€ 846,34), posto che l'art. 12-bis del «d.lgs. n. 46/1999» (recte: d.P.R. n. 602 del 1973, articolo introdotto dall'art. 4 del decreto legislativo 26 febbraio 1999, n. 46, recante «Riordino della disciplina della riscossione mediante ruolo, a norma dell'articolo 1 della legge 28 settembre 1998, n. 337») vieta l'iscrizione a ruolo solo dei crediti inferiori a lire 20.000 (corrispondenti a € 10,33);
a.2) non deve essere motivato in ordine al fumus boni iuris ed al periculum in mora;
a.3) non e' sottoposto ad alcun preventivo vaglio giurisdizionale di ammissibilita', a differenza delle ipotesi di ipoteca e sequestro conservativo previste dall'art. «11» (recte: 22) del d.lgs. 18 dicembre 1997, n. 472, in materia di sanzioni amministrative tributarie;
a.4) e' rimesso all'assoluta ed insindacabile discrezionalita' del concessionario, cosi' da rendere possibile, in concreto, una ingiustificata disparita' di trattamento di casi analoghi;
a.5) non e' soggetto ad un termine finale di efficacia, potendo essere emesso dopo l'inutile decorso del termine di sessanta giorni dalla notificazione della cartella di pagamento (tramite il richiamo, contenuto nel primo comma del denunciato art. 86 del d.P.R. n. 602 del 1973, al primo comma dell'art. 50 dello stesso decreto) e potendo conservare la sua efficacia, nelle more, anche se «l'esecuzione sia iniziata negli ordinari termini di prescrizione del titolo»;
b) l'art. 111 Cost., perche', non consentendo alcun sindacato in ordine alla legittimita' sostanziale del provvedimento di fermo (provvedimento che, pure, «comporta gravi limitazioni di diritti costituzionalmente protetti per il contribuente»), si pone in contrasto con il principio della parita' delle armi nel processo;
c) l'art. 24 Cost., perche' - a differenza dell'art. 496 del codice di procedura civile, il quale prevede la riducibilita' del pignoramento quando il valore del bene pignorato superi l'importo del credito per cui si procede e delle spese - non consente la riduzione del fermo quando l'importo del credito sia manifestamente sproporzionato, per difetto, al valore del bene mobile registrato assoggettato al fermo;
d) gli artt. 4 e 41 Cost., perche', l'iscrizione del fermo su un veicolo, comportando l'assoluta indisponibilita', anche «di fatto», del bene (data la confisca e la sanzione amministrativa previste, per il caso di circolazione del veicolo sottoposto a fermo, dall'art. 214, comma 8, del d.lgs. 30 aprile 1992, n. 285, recante il «Nuovo codice della strada»), incide irragionevolmente, «non essendo previsto alcun rapporto di proporzionalita'», sulla sfera di diritti costituzionalmente garantiti del contribuente, «quali il diritto al lavoro ed alla libera iniziativa economica»;
che, quanto alla rilevanza, il giudice a quo osserva che, in difetto dell'accoglimento delle sollevate questioni, «del tutto legittimo sotto il profilo formale si appaleserebbe il provvedimento del concessionario», «avendo il concessionario dimostrato pienamente l'avvenuta notifica di almeno due delle cartelle di pagamento poste a base del provvedimento impugnato»;
che il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, e' intervenuto in giudizio, chiedendo che le questioni siano dichiarate inammissibili o infondate;
che, secondo la difesa erariale, le questioni sono inammissibili per manifesta irrilevanza, attenendo a profili estranei al thema decidendum, «essendo precluso, in materia, un sindacato ex officio sul provvedimento»; che, nel merito, sempre per la difesa erariale, le questioni sono manifestamente infondate, perche' il provvedimento di fermo dei beni mobili registrati:
a) e' atto funzionale all'espropriazione forzata (viene citata la sentenza delle sezioni unite della Corte di cassazione n. 2053 del 2006) e, pertanto, i suoi limiti quantitativi e temporali di efficacia trovano rispondenza nell'entita' del credito e nella durata dell'inadempimento;
b) e' soggetto al pieno sindacato giurisdizionale, nelle forme dell'opposizione all'esecuzione o agli atti esecutivi, come previsto dall'art. 57 del d.P.R. n. 602 del 1973 (vengono citate, oltre alla gia' menzionata sentenza delle sezioni unite della Corte di cassazione, le ordinanze della Corte costituzionale n. 297 e n. 161 del 2007);
che, sempre sul merito delle questioni, l'Avvocatura generale osserva che:
a) la riduzione del fermo, auspicata dal rimettente, non e' tecnicamente possibile, posto che «l'autovettura o circola o non circola»;
b) per tornare nella piena disponibilita' del veicolo e' sufficiente il pagamento del debito. Considerato che la Commissione tributaria provinciale di Cosenza dubita, in riferimento agli artt. 3, 4, 24, 41, 97 e 111 della Costituzione, della legittimita' dell'art. 86 del d.P.R. 29 settembre 1973, n. 602 (Disposizioni sulla riscossione delle imposte sul reddito) - nel testo risultante dalla sostituzione del primo comma ad opera dell'art. 1, comma 1, lettera q), del decreto legislativo 27 aprile 2001, n. 193 (Disposizioni integrative e correttive del decreto legislativo 26 febbraio 1999, n. 46, e decreto legislativo 13 aprile 1999, n. 112, in materia di riordino della disciplina relativa alla riscossione), e quale interpretato autenticamente dall'art. 3, comma 41, del decreto-legge 30 settembre 2005, n. 203 (Misure di contrasto all'evasione fiscale e disposizioni urgenti in materia tributaria e finanziaria), convertito, con modificazioni, dall'art. 1, comma 1, della legge 2 dicembre 2005, n. 248 -, nella parte in cui:
a) non fissa criteri e limiti ai poteri del concessionario della riscossione in ordine all'adozione del provvedimento di fermo di beni mobili registrati;
b) non prevede che detto provvedimento sia motivato con riferimento alla sussistenza del fondato timore di perdere la garanzia del credito ovvero alla necessita', in relazione alla consistenza patrimoniale del contribuente, di emetterlo; che, in particolare, ad avviso del rimettente, la norma censurata viola gli artt. 3 e 97 Cost., perche' il provvedimento di fermo: puo' essere disposto dal concessionario anche per crediti «assolutamente irrisori»; non deve essere motivato in ordine al fumus boni iuris ed al periculum in mora; non e' sottoposto ad alcun preventivo vaglio giurisdizionale di ammissibilita'; e' rimesso all'assoluta ed insindacabile discrezionalita' del concessionario, cosi' da rendere possibile, in concreto, una ingiustificata disparita' di trattamento di casi analoghi; non e' soggetto ad un termine finale di efficacia;
che, sempre ad avviso del rimettente, la norma censurata viola altresi':
a) l'art. 111 Cost., perche', non consentendo alcun sindacato in ordine alla legittimita' sostanziale del provvedimento, si pone in contrasto con il principio della parita' delle armi nel processo;
b) l'art. 24 Cost., perche' - a differenza dell'art. 496 del codice di procedura civile - non consente la riduzione del fermo quando l'importo del credito sia manifestamente sproporzionato, per difetto, al valore del bene mobile registrato assoggettato al fermo;
c) gli artt. 4 e 41 Cost., perche', l'iscrizione del fermo su un veicolo, comportando l'assoluta indisponibilita' del bene (date la confisca e la sanzione amministrativa previste, per il caso di circolazione del veicolo sottoposto a fermo, dall'art. 214, comma 8, del d.lgs. 30 aprile 1992, n. 285, recante il «Nuovo codice della strada»), incide irragionevolmente sulla sfera di diritti costituzionalmente garantiti del contribuente, «quali il diritto al lavoro ed alla libera iniziativa economica»; che tali questioni sono manifestamente inammissibili, per difetto di rilevanza nel giudizio a quo e, comunque, per difetto di motivazione in ordine alle ragioni per le quali profili di illegittimita' dell'impugnato provvedimento di fermo non prospettati dalle parti rientrebbero nel thema decidendum del giudizio principale; che, infatti, secondo quanto si evince dal testo dell'ordinanza di rimessione, l'oggetto del giudizio principale attiene alla legittimita' del provvedimento del fermo sotto i soli profili:
a) della decadenza del Concessionario dal potere di riscossione per la tardiva iscrizione a ruolo del credito tributario;
b) della mancata preventiva notificazione dell'avviso previsto dall'art. 50, secondo comma, del d.P.R. n. 602 del 1973;
c) della prescrizione dei crediti fatti valere dal suddetto Concessionario;
che, tuttavia, la medesima Commissione tributaria rimettente ritiene non fondate tali censure;
che, pertanto, esulano dalla prospettazione del ricorrente nel giudizio principale tutti i profili in relazione ai quali il giudice a quo ha sollevato d'ufficio questioni di legittimita' costituzionale, e cioe', come gia' sopra visto:
a) l'arbitrio del concessionario nel disporre la misura;
b) l'omessa previsione legislativa di un obbligo di motivazione della misura medesima;
c) la mancata previsione di un preventivo vaglio giurisdizionale della stessa;
d) l'omessa previsione di un termine finale di efficacia del fermo;
e) la lesione del diritto di difesa del contribuente;
f) la lesione, ad opera dell'iscrizione del fermo su un veicolo, di ulteriori diritti costituzionalmente garantiti del contribuente medesimo; che l'invocata dichiarazione di illegittimita' costituzionale della norma oggetto di censura non puo' avere alcuna incidenza nel giudizio a quo, dovendo essa essere pronunciata con riferimento a circostanze, quali quelle sopra menzionate, che risultano estranee al thema decidendum del giudizio principale (ex plurimis, ordinanza n. 149 del 2006). Visti gli artt. 26, secondo comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87, e 9, comma 2, delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale.

Per questi motivi

LA CORTE COSTITUZIONALE

Dichiara la manifesta inammissibilita' delle questioni di legittimita' costituzionale dell'art. 86 del d.P.R. 29 settembre 1973, n. 602 (Disposizioni sulla riscossione delle imposte sul reddito), nel testo risultante dalla sostituzione del primo comma ad opera dell'art. 1, comma 1, lettera q), del decreto legislativo 27 aprile 2001, n. 193 (Disposizioni integrative e correttive del decreto legislativo 26 febbraio 1999, n. 46, e Decreto legislativo 13 aprile 1999, n. 112, in materia di riordino della disciplina relativa alla riscossione), e quale interpretato autenticamente dall'art. 3, comma 41, del decreto-legge 30 settembre 2005, n. 203 (Misure di contrasto all'evasione fiscale e disposizioni urgenti in materia tributaria e finanziaria), convertito, con modificazioni, dall'art. 1, comma 1, della legge 2 dicembre 2005, n. 248, sollevate, in riferimento agli artt. 3, 4, 24, 41, 97 e 111 della Costituzione, dalla Commissione tributaria provinciale di Cosenza con l'ordinanza in epigrafe.
Cosi' deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale,
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Corte Costituzionale Ordinanza n° 37 – Attribuzione alle Commissioni Tributarie della giurisdizione della cognizione della validita' dell'ipoteca sugli immobili -05.02.2010.

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Images: corte costituzionale.jpgGiudizio di legittimita' costituzionale in via incidentale. Giurisdizioni speciali - Giurisdizione tributaria - Attribuzione alle Commissioni tributarie della giurisdizione della cognizione della validita' dell'ipoteca sugli immobili iscritta dal concessionario della riscossione - Questione (concernente la giurisdizione) sollevata d'ufficio in sede di appello dopo che in primo grado il giudice si sia pronunciato nel merito - Preclusione per intervenuto giudicato implicito, secondo la piu' recente giurisprudenza delle Sezioni unite della Corte di cassazione - Difetto di motivazione sulla rilevanza della questione - Manifesta inammissibilita'. - D.lgs. 31 dicembre 1992, n. 546, artt. 2 e 19, comma 1, lett. e-bis). - Costituzione, art. 102. (GU n. 6 del 10-2-2010



                                                         LA CORTE COSTITUZIONALE



composta dai signori: Presidente: Francesco AMIRANTE; Giudici: Ugo DE SIERVO, Paolo MADDALENA, Alfio FINOCCHIARO, Alfonso QUARANTA, Franco GALLO, Luigi MAZZELLA, Gaetano SILVESTRI, Sabino CASSESE, Maria Rita SAULLE, Giuseppe TESAURO, Paolo Maria NAPOLITANO, Giuseppe FRIGO, Alessandro CRISCUOLO, Paolo GROSSI;
ha pronunciato la seguente
Ordinanza nel giudizio di legittimita' costituzionale degli artt. 2 e 19, comma 1, lettera e-bis), del decreto legislativo 31 dicembre 1992, n. 546 (Disposizioni sul processo tributario in attuazione della delega al Governo contenuta nell'art. 30 della legge 30 dicembre 1991, n. 413), promosso dalla Commissione tributaria regionale del Veneto nel procedimento vertente tra Equitalia Nomos s.p.a. e Angelo F. con ordinanza del 22 gennaio 2009, iscritta al n. 149 del registro ordinanze 2009 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 21, 1ª serie speciale, dell'anno 2009.
Visto l'atto di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri;
Udito nella camera di consiglio del 13 gennaio 2010 il Giudice relatore Paolo Maddalena.
Ritenuto che nel corso di un giudizio di appello promosso da Equitalia Nomos s.p.a., agente della riscossione per la Provincia di Treviso, nei confronti di Angelo F., la Commissione tributaria regionale del Veneto, con ordinanza in data 22 gennaio 2009, ha sollevato, in riferimento all'art. 102 della Costituzione, questione di legittimita' costituzionale degli artt. 2 e 19, comma 1, lettera e-bis), del decreto legislativo 31 dicembre 1992, n. 546 (Disposizioni sul processo tributario in attuazione della delega al Governo contenuta nell'art. 30 della legge 30 dicembre 1991, n. 413), nella parte in cui devolvono alla giurisdizione tributaria la cognizione della validita' dell'ipoteca legale iscritta dal concessionario della riscossione ai sensi dell'art. 77 del decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 602 (Disposizioni sulla riscossione delle imposte sul reddito), e successive modificazioni; c
he il rimettente premette: che il contribuente ha impugnato dinanzi alla Commissione tributaria provinciale di Treviso l'avviso in data 14 febbraio 2007 di iscrizione di ipoteca legale sui terreni di sua proprieta', notificato dal concessionario a seguito di morosita' nel pagamento di tributi iscritti a ruolo e notificati mediante cartelle di pagamento;
che il giudice di primo grado ha accolto il ricorso ed ha annullato l'iscrizione ipotecaria, «in assenza dell'avvio dell'azione esecutiva nell'anno dall'avvenuta notifica delle cartelle di pagamento, salva l'intimazione ad adempiere l'obbligo risultante dal ruolo entro cinque giorni»;
e che oggetto del giudizio di appello e' la legittimita' o meno dell'ipoteca, essendo stata questa iscritta «senza trasmettere al contribuente le intimazioni di pagamento previste» dall'art. 50, comma 2, del d.P.R. n. 602 del 1973, «allorche' la procedura esecutiva non sia iniziata entro un anno dalla notifica delle cartelle di pagamento»;
che il giudice a quo osserva che lo stabilire se il titolo in base al quale l'ipoteca e' stata iscritta sia rispondente ai requisiti previsti dall'art. 77 del d.P.R. n. 602 del 1973, rientra nella giurisdizione delle commissioni tributarie, secondo quanto stabilisce la lettera e-bis), aggiunta all'art. 19, comma 1, del d.lgs. n. 546 del 1992 dall'art. 35, comma 26-quinquies, del decreto-legge 4 luglio 2006, n. 223 (Disposizioni urgenti per il rilancio economico e sociale, per il contenimento e la razionalizzazione della spesa pubblica, nonche' in materia di entrate e di contrasto all'evasione fiscale), convertito, con modificazioni, dalla legge 4 agosto 2006, n. 248;
che la Commissione tributaria regionale dubita, in riferimento all'art. 102 Cost., della legittimita' costituzionale della devoluzione di tale controversia alla giurisdizione tributaria, e cio' per «l'oggetto del sindacato commesso al giudice» e «la natura delle situazioni giuridiche sacrificate dall'esecuzione forzata sui beni del debitore»;
che il giudice rimettente ricorda che la giurisprudenza costituzionale ha precisato che l'attribuzione alla giurisdizione tributaria di controversie non aventi natura tributaria comporta la violazione del divieto costituzionale di istituire giudici speciali: tale orientamento - espresso riguardo alle controversie sulle tariffe di cui sia esclusa la natura tributaria, in quanto la loro attribuzione alla giurisdizione tributaria «snatura» la materia originariamente attribuita alla cognizione del giudice speciale (sentenza n. 64 del 2008) - e' stato, piu' di recente, riaffermato riguardo alle sanzioni che conseguano alla violazione di disposizioni non aventi natura tributaria, ritenute estranee all'oggetto della giurisdizione tributaria ancorche' irrogate da uffici finanziari (sentenza n. 130 del 2008);
che, secondo il rimettente, analogamente a quanto si verifica nell'art. 2839 cod. civ., l'indagine sulla regolarita' del procedimento previsto dall'art. 77 del d.P.R. n. 602 del 1973 non ha carattere estrinseco e formale, ma investe l'ipoteca nella sua sostanza, determinandone la nullita' per la giuridica impossibilita' del conservatore di procedere alla sua iscrizione ai sensi dell'art. 2840 cod. civ.: attribuirne la cognizione al giudice tributario significherebbe snaturarne le funzioni cognitorie di giudice speciale, in violazione dell'art. 102 Cost.;
che nel giudizio dinanzi alla Corte e' intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, che ha concluso per la manifesta infondatezza della questione;
che, secondo la difesa erariale, non sarebbe rinvenibile, nella giurisprudenza costituzionale, l'affermazione di un principio di necessaria attribuzione al giudice ordinario di tutte le controversie esecutive e, tanto meno, di quelle che coinvolgono atti prodromici all'esecuzione;
che la questione - osserva l'Avvocatura - e' stata sollevata in relazione ad una fattispecie nella quale la pretesa originaria aveva contenuto tributario, di talche' essa non investe il profilo dell'attribuzione della giurisdizione al giudice tributario in ordine a provvedimenti di iscrizione di ipoteca posti a garanzia di crediti del concessionario originariamente non tributari;
che la configurazione della giurisdizione delle commissioni tributarie quale giurisdizione generale sul rapporto tributario, cui il legislatore e' pervenuto per effetto di successivi interventi sull'art. 2 del d.lgs. n. 546 del 1992, avvalorerebbe la razionalita' di un simile riparto e, quindi, dell'attribuzione al giudice tributario delle controversie nelle quali il contribuente o un coobbligato contestino al concessionario il titolo per l'iscrizione dell'ipoteca ai sensi dell'art. 77 del d.P.R. n. 602 del 1973: questo titolo si costituisce infatti al completamento di una fattispecie i cui elementi - ne faccia, o meno, parte anche l'avviso ex art. 50, comma 2, del d.P.R. n. 602 del 1973 - si collocano, tutti, all'interno del rapporto tributario, nel contesto del quale si rinvengono i presupposti dell'iscrizione a ruolo, della successiva notifica della cartella di pagamento, della definitivita' di tale atto nonche' quello, eventuale, della responsabilita' in solido di altri debitori;
che la difesa erariale ricorda, infine, che la giurisprudenza delle Sezioni unite della Corte di cassazione - escludendo che possano essere devolute alla cognizione delle commissioni tributarie, oltre alle controversie riguardanti iscrizioni che non hanno titolo in crediti tributari, anche queste ultime, nel caso in cui le contestazioni siano sollevate da terzi estranei al rapporto di imposta - sarebbe gia' pervenuta, in via interpretativa, ad una soluzione in linea con i principi affermati dalla Corte costituzionale nelle sentenze n. 64 e n. 130 del 2008.
Considerato che la questione sollevata, in riferimento all'art. 102 della Costituzione, dalla Commissione tributaria regionale del Veneto investe gli artt. 2 e 19, comma 1, lettera e-bis), del decreto legislativo 31 dicembre 1992, n. 546 (Disposizioni sul processo tributario in attuazione della delega al Governo contenuta nell'art. 30 della legge 30 dicembre 1991, n. 413), nella parte in cui devolvono alla giurisdizione tributaria la cognizione della validita' dell'ipoteca legale iscritta dal concessionario della riscossione ai sensi dell'art. 77 del decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 602 (Disposizioni sulla riscossione delle imposte sul reddito), e successive modificazioni; che la questione involge un dubbio sulla costituzionalita' della norma di legge attributiva della giurisdizione al giudice a quo ed e' sollevata da un giudice d'appello - la Commissione tributaria regionale del Veneto - che si e' posto d'ufficio il problema della propria giurisdizione, a fronte di una sentenza di primo grado che aveva deciso nel merito il ricorso del contribuente; che, benche' l'art. 37 cod. proc. civ. e l'art. 3 del d.lgs. n. 546 del 1992 prevedano che il difetto di giurisdizione puo' essere rilevato, anche d'ufficio, in ogni stato e grado del processo, la piu' recente giurisprudenza delle Sezioni unite della Corte di cassazione (ordinanza 9 ottobre 2008, n. 24833; ordinanza 20 novembre 2008, n. 27531) e' pervenuta ad una lettura di queste disposizioni secondo la quale, allorche' il giudice di primo grado abbia pronunciato, come nella specie, nel merito, affermando, anche implicitamente, la propria giurisdizione e le parti abbiano prestato acquiescenza, non contestando la relativa sentenza sotto tale profilo, non e' consentito al giudice della successiva fase impugnatoria rilevare d'ufficio il difetto di giurisdizione, trattandosi di questione ormai coperta dal giudicato implicito;
che il giudice rimettente non si e' confrontato con questo orientamento ed ha rilevato d'ufficio una questione di difetto di giurisdizione in ordine alla quale - stando ai piu' recenti arresti delle Sezioni unite - era processualmente maturata una preclusione;
che, pertanto, la questione deve essere dichiarata manifestamente inammissibile per difetto di motivazione sulla rilevanza. Visti gli artt. 26, secondo comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87, e 9, comma 2, delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale.

Per questi motivi

                                                           LA CORTE COSTITUZIONALE

Dichiara la manifesta inammissibilita' della questione di legittimita' costituzionale degli artt. 2 e 19, comma 1, lettera e-bis), del decreto legislativo 31 dicembre 1992, n. 546 (Disposizioni sul processo tributario in attuazione della delega al Governo contenuta nell'art. 30 della legge 30 dicembre 1991, n. 413), sollevata, in riferimento all'art. 102 della Costituzione, dalla Commissione tributaria regionale del Veneto con l'ordinanza indicata in epigrafe.
Cosi' deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 27 gennaio 2010.
Il Presidente: Amirante
Il redattore: Maddalena
Il cancelliere: Di Paola
Depositata in cancelleria il 5 febbraio 2010.
Il direttore della cancelleria: Di Paola
 

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