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Corte Costituzionale n. 37/2015 – illegittime le assegnazioni di mansioni di dirigenti a semplici funzionari da parte dell’Agenzia delle Entrate – nullità degli atti firmati da questi funzionari ? nullità delle cartelle esattoriali Equitalia? -

Written by claps carlo on . Posted in Speciale Fermo Amministrativo ed Ipoteche

La Corte Costituzionale, con la sentenza in esame, ha dichiarato l’illegittimità costituzionale del’art. 8, comma 24, del d.l. n. 16 del 2012, come convertito, che ha contribuito all’indefinito protrarsi nel tempo di un’assegnazione asseritamente temporanea di mansioni superiori, senza provvedere alla copertura dei posti dirigenziali vacanti da parte dei vincitori di una procedura concorsuale aperta e pubblica.  In sostanza, L’Agenzia delle Entrate,  dando  incarico di dirigenti  a semplici funzionari non in possesso della qualifica relativa, ha ecceduto nel suo potere di deroga a norme di rango superiori, al di fuori delle ipotesi tassativamente previste dalla legge, senza indicazione del termine di durata e senza che l’Ente abbia provveduto a bandire le procedure concorsuali per l’accesso alla qualifica dirigenziale. Il tutto, in violazione di quanto previsto dall’ art.97 c.3: “Agli impieghi nelle Pubbliche si accede per pubblico concorso, salvo i casi stabiliti dalla legge” . Per tali motivi, gli atti firmati in questi anni dai “semplici funzionari” promossi dirigenti, potrebbero essere tutti nulli, con conseguente nullità di tutti gli atti consegnati a Equitalia e, quindi, di tutte le conseguenti cartelle esattoriali..!!

 

SENTENZA N. 37

ANNO 2015

 

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE COSTITUZIONALE

 

composta dai signori: Presidente: Alessandro CRISCUOLO; Giudici : Paolo Maria NAPOLITANO, Giuseppe FRIGO, Paolo GROSSI, Giorgio LATTANZI, Aldo CAROSI, Marta CARTABIA, Mario Rosario MORELLI, Giancarlo CORAGGIO, Giuliano AMATO, Silvana SCIARRA, Daria de PRETIS, Nicolò ZANON,

 

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

 

nel giudizio di legittimità costituzionale dell’art. 8, comma 24, del decreto-legge 2 marzo 2012, n. 16 (Disposizioni urgenti in materia di semplificazioni tributarie, di efficientamento e potenziamento delle procedure di accertamento), convertito, con modificazioni, dall’art. 1, comma 1, della legge 26 aprile 2012, n. 44, promosso dal Consiglio di Stato, sezione quarta giurisdizionale, nei procedimenti riuniti vertenti tra l’Agenzia delle entrate e Dirpubblica − Federazione del Pubblico Impiego (già Dirpubblica − Federazione dei funzionari, delle elevate professionalità, dei professionisti e dei dirigenti delle pubbliche amministrazioni e delle Agenzie) ed altri, con ordinanza del 26 novembre 2013, iscritta al n. 9 del registro ordinanze 2014 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 8, prima serie speciale, dell’anno 2014.

Visti l’atto di costituzione di Dirpubblica, nonchè gli atti di intervento del Codacons (Coordinamento delle associazioni per la difesa dell’ambiente e dei diritti degli utenti e dei consumatori) e del Presidente del Consiglio dei ministri;

udito nell’udienza pubblica del 24 febbraio 2015 il Giudice relatore Nicolò Zanon;

uditi gli avvocati Gino Giuliano per il Codacons, Carmine Medici per Dirpubblica e l’avvocato dello Stato Fabrizio Fedeli per il Presidente del Consiglio dei ministri.

 

Ritenuto in fatto

 

1.− Con ordinanza del 26 novembre 2013 (r.o. n. 9 del 2014), il Consiglio di Stato, sezione quarta giurisdizionale, ha sollevato, in riferimento agli artt. 3, 51 e 97 della Costituzione, questione di legittimità dell’art. 8, comma 24, del decreto-legge 2 marzo 2012, n. 16 (Disposizioni urgenti in materia di semplificazioni tributarie, di efficientamento e potenziamento delle procedure di accertamento), convertito, con modificazioni, dall’art. 1, comma 1, della legge 26 aprile 2012, n. 44.

La disposizione impugnata, fatti salvi i limiti previsti dalla legislazione vigente per le assunzioni nel pubblico impiego, autorizza l’Agenzia delle dogane, l’Agenzia delle entrate e l’Agenzia del territorio ad espletare procedure concorsuali, da completare entro il 31 dicembre 2013, per la copertura delle posizioni dirigenziali vacanti, secondo le modalità di cui all’art. 1, comma 530, della legge 27 dicembre 2006, n. 296 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato − legge finanziaria 2007), e all’art. 2, comma 2, secondo periodo, del decreto-legge 30 settembre 2005, n. 203 (Misure di contrasto all’evasione fiscale e disposizioni urgenti in materia tributaria e finanziaria), convertito, con modificazioni, dall’art. 1, comma 1, della legge 2 dicembre 2005, n. 248. Tale autorizzazione è posta in relazione «all’esigenza urgente e inderogabile di assicurare la funzionalità operativa delle proprie strutture, volta a garantire una efficace attuazione delle misure di contrasto all’evasione», disposte da altri commi dello stesso art. 8 del d.l. n. 16 del 2012, come convertito.

La disposizione prevede, inoltre, che «[n]elle more dell’espletamento di dette procedure l’Agenzia delle dogane, l’Agenzia delle entrate e l’Agenzia del territorio, salvi gli incarichi già affidati, potranno attribuire incarichi dirigenziali a propri funzionari con la stipula di contratti di lavoro a tempo determinato, la cui durata è fissata in relazione al tempo necessario per la copertura del posto vacante tramite concorso». Dopo aver stabilito che gli incarichi in questione sono attribuiti «con apposita procedura selettiva applicando l’articolo 19, comma 1-bis, del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165», e che «[a]i funzionari cui è conferito l’incarico compete lo stesso trattamento economico dei dirigenti», la norma precisa che «[a] seguito dell’assunzione dei vincitori delle procedure concorsuali di cui al presente comma, l’Agenzia delle dogane, l’Agenzia delle entrate e l’Agenzia del territorio non potranno attribuire nuovi incarichi dirigenziali a propri funzionari con la stipula di contratti di lavoro a tempo determinato, fatto salvo quanto previsto dall’articolo 19, comma 6, del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165». I periodi finali indicano le modalità attraverso le quali si provvede agli oneri finanziari derivanti dall’attuazione delle misure ricordate.

2.− La questione di legittimità costituzionale è stata sollevata nel corso di un giudizio riunito avente ad oggetto tre ricorsi in appello, proposti dall’Agenzia delle entrate, per la riforma di altrettante sentenze del Tribunale amministrativo regionale del Lazio. Era stata tra l’altro affermata, mediante uno dei provvedimenti impugnati, l’illegittimità della delibera n. 55 del 22 dicembre 2009, assunta dal Comitato di gestione dell’Agenzia delle entrate, di proroga al 31 dicembre 2010 dei termini contenuti nell’art. 24 del regolamento di amministrazione della stessa Agenzia. Quest’ultima disposizione prevede, per inderogabili esigenze di funzionamento dell’Agenzia, ed entro un termine più volte prorogato, che le eventuali vacanze sopravvenute nelle posizioni dirigenziali possano essere provvisoriamente coperte, previo interpello e salva l’urgenza, con contratti individuali di lavoro a termine stipulati con funzionari interni, ai quali va attribuito lo stesso trattamento economico dei dirigenti.

Il TAR del Lazio, in sintesi, aveva ritenuto che la norma regolamentare attuasse un conferimento di incarichi dirigenziali a soggetti privi della relativa qualifica, in palese violazione degli artt. 19 e 52, comma 5, del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165 (Norme generali sull’ordinamento del lavoro alle dipendenze delle amministrazioni pubbliche). Di qui l’annullamento della delibera impugnata.

Nelle more del procedimento d’appello, è entrato in vigore l’art. 8, comma 24, del d.l. n. 16 del 2012, come convertito, cioè la norma censurata nel presente giudizio, che opera una sorta di trasposizione in legge di quanto previsto nel ricordato art. 24 del regolamento di amministrazione dell’Agenzia delle entrate.

Il Consiglio di Stato, respinte questioni pregiudiziali di diritto e preliminari di merito, con separata ordinanza del 26 novembre 2013, ha quindi rimesso alla Corte costituzionale la questione di legittimità costituzionale del citato art. 8, comma 24, del d.l. n. 16 del 2012, come convertito, in riferimento agli artt. 3, 51 e 97 Cost.

3.− Il giudice rimettente, in punto di rilevanza, osserva che la disposizione censurata, ponendosi «quale factum principis sopravvenuto», determinerebbe la declaratoria di improcedibilità dei ricorsi in appello per sopravvenuto difetto di interesse alla decisione. Consentendo che, nelle more dell’espletamento delle procedure concorsuali, le Agenzie delle dogane, delle entrate e del territorio, fatti salvi gli incarichi già affidati, possano attribuire incarichi dirigenziali a propri funzionari privi della corrispondente qualifica, con la stipula di contratti di lavoro a tempo determinato, la cui durata è fissata in relazione al tempo necessario per la copertura del posto vacante tramite concorso, essa determinerebbe infatti la “salvezza” del provvedimento impugnato nel giudizio a quo, cioè la delibera del Comitato di gestione dell’Agenzia delle entrate con la quale è stato modificato l’art. 24 del regolamento di amministrazione.

4.− Quanto alla non manifesta infondatezza della questione, il giudice rimettente, in primo luogo, ritiene che la norma censurata contrasti con gli artt. 3 e 97 Cost., in quanto, consentendo l’attribuzione di incarichi a funzionari privi della relativa qualifica, aggirerebbe la regola costituzionale di accesso ai pubblici uffici mediante concorso.

Si assume in sintesi, anche mediante richiami alla giurisprudenza costituzionale (ex plurimis, sentenza n. 205 del 2004), che nel concorso pubblico va riconosciuta «la forma generale ed ordinaria di reclutamento per il pubblico impiego, in quanto meccanismo strumentale al canone di efficienza dell’amministrazione». La forma concorsuale esige – secondo il rimettente – che non siano introdotte arbitrarie ed irragionevoli restrizioni nell’ambito dei soggetti legittimati alla partecipazione, ed in particolare che, pur non essendo preclusa la previsione per legge di condizioni di accesso intese a favorire il consolidamento di pregresse esperienze lavorative maturate all’interno di un’amministrazione, non sia dato luogo, salvo circostanze eccezionali, a riserva integrale dei posti disponibili in favore del personale interno, né a scivolamenti automatici verso posizioni superiori, senza concorso o comunque senza adeguate verifiche attitudinali. Inoltre, il passaggio ad una fascia funzionale superiore comporterebbe l’accesso ad un nuovo posto di lavoro corrispondente a funzioni più elevate e sarebbe esso stesso soggetto, pertanto, quale forma di reclutamento, alla regola del pubblico concorso (è citata la sentenza di questa Corte n. 194 del 2002).

A fronte di questi principi, la norma impugnata consentirebbe invece a funzionari privi della relativa qualifica, di essere destinatari, senza aver superato un pubblico concorso, di incarichi dirigenziali, quindi di accedere allo svolgimento di mansioni proprie di un’area e di una qualifica afferente ad un ruolo diverso nell’ambito dell’amministrazione.

In secondo luogo, il giudice rimettente assume che l’elusione della regola del pubblico concorso determinerebbe un vulnus al principio del buon andamento della pubblica amministrazione, con conseguente lesione, sotto questo profilo, degli artt. 3 e 97 Cost.: infatti, rappresentando il concorso la forma generale ed ordinaria di reclutamento per il pubblico impiego, esso costituisce un meccanismo strumentale al canone di efficienza dell’amministrazione e, dunque, attuativo del principio del buon andamento.

In terzo luogo, è prospettata una violazione degli artt. 3 e 97, primo comma, Cost., in relazione ai principi di legalità, imparzialità e buon andamento dell’azione amministrativa, poiché, permettendo l’attribuzione di incarichi a funzionari privi della relativa qualifica, la norma censurata consentirebbe la preposizione ad organi amministrativi di soggetti privi dei requisiti necessari, determinando una diminuzione delle garanzie dei cittadini che confidano in una amministrazione competente, imparziale ed efficiente.

Infine, secondo il giudice a quo, la disposizione censurata si porrebbe in contrasto con gli artt. 3 e 51 Cost., in quanto consentirebbe l’accesso all’ufficio di dirigente in violazione delle condizioni di uguaglianza tra i cittadini che aspirano ad accedere ai pubblici uffici e in violazione dei requisiti stabiliti dalla legge per il conferimento degli incarichi dirigenziali, posto che l’art. 19 del d.lgs. n. 165 del 2001 prevederebbe un ben diverso procedimento per il conferimento degli incarichi dirigenziali.

5.− Con atto depositato in data 4 marzo 2014 è intervenuto in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall’Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che la questione sia dichiarata infondata.

Secondo l’Avvocatura generale, l’art. 8, comma 24, del d.l. n. 16 del 2012, come convertito, non legittima le censure prospettate dal rimettente, in quanto norma a carattere assolutamente temporaneo ed eccezionale, introdotta al solo fine di garantire, nelle more dell’espletamento del concorso, il buon andamento degli uffici dell’Agenzia delle entrate. In particolare, la disposizione non consentirebbe uno scivolamento automatico nella qualifica dirigenziale dei funzionari dell’Agenzia inquadrati nella terza area funzionale, ma si limiterebbe ad attribuire a costoro mansioni dirigenziali, per il solo tempo necessario allo svolgimento del concorso. Si ricorda dalla stessa Avvocatura generale come questa Corte, con la sentenza n. 212 del 2012, abbia dichiarato l’infondatezza di una questione di legittimità costituzionale relativa ad una disposizione di legge (regionale) di contenuto asseritamente analogo a quella ora impugnata.

Ad avviso del Presidente del Consiglio dei ministri, l’eccezionalità e la temporaneità della previsione contenuta nella disposizione censurata sarebbero dimostrate anche dal fatto che l’Agenzia delle entrate ha dato effettivamente avvio a procedure concorsuali per il reclutamento di personale dirigente, attualmente in corso.

Quanto alla dedotta diminuzione delle garanzie per i cittadini, in ragione della presunta elusione della regola del concorso, l’Avvocatura generale osserva che la disposizione censurata è semmai volta ad evitare conseguenze pregiudizievoli nei riguardi delle finanze pubbliche e della collettività, che si verificherebbero qualora gli uffici delle Agenzie rimanessero privi di un responsabile.

Infine si rileva come, nelle more del presente giudizio, l’art. 8, comma 24, primo periodo, del d.l. n. 16 del 2012, come convertito, sia stato modificato dall’art. 1, comma 14, del decreto-legge 30 dicembre 2013, n. 150 (Proroga di termini previsti da disposizioni legislative), convertito, con modificazioni, dall’art. 1, comma 1, della legge 27 febbraio 2014, n. 15, che proroga al 31 dicembre 2014 il termine «per il completamento delle procedure concorsuali» e stabilisce che nelle more possono essere prorogati solo gli incarichi già attribuiti ai sensi del secondo periodo del medesimo comma 24 dell’art. 8 del d.l. n. 16 del 2012, come convertito. Secondo l’Avvocatura generale, la disposizione da ultimo richiamata non farebbe altro che confermare la volontà di garantire, da un lato, l’efficiente organizzazione degli uffici dell’Agenzia, e, dall’altro, la copertura delle vacanze organiche nel rispetto del principio generale del pubblico concorso.

6.− Nel giudizio innanzi alla Corte, con atto depositato il 4 marzo 2014, si è costituita Dirpubblica − Federazione del Pubblico Impiego, parte nel procedimento a quo, chiedendo, in primo luogo, l’accoglimento della questione di legittimità costituzionale, in riferimento agli artt. 3, 51 e 97 Cost. A tal fine, richiamati adesivamente gli argomenti del rimettente, la parte ricorda come la giurisprudenza consideri illegittimo, distinguendolo dalla reggenza, lo svolgimento di mansioni dirigenziali da parte di un funzionario, al fine di porre in evidenza che la norma censurata avrebbe fatto “salva”, perpetuandola, una prassi contra legem, impedendo la copertura delle posizioni dirigenziali vacanti attraverso procedure concorsuali.

In secondo luogo, Dirpubblica chiede che sia dichiarata l’illegittimità costituzionale in via consequenziale dell’art. 1, comma 14, del d.l. n. 150 del 2013, come convertito, entrato in vigore nelle more del presente giudizio di costituzionalità, in relazione agli artt. 3, 51 e 97 Cost. Assume, in proposito, che tale disposizione incorrerebbe nelle medesime censure già evidenziate con riguardo all’art. 8, comma 24, del d.l. n. 16 del 2012, come convertito, in quanto proroga di un anno il termine per il completamento di procedure concorsuali – per altro, a far data dall’entrata in vigore del richiamato d.l. n. 150 del 2013, non ancora avviate – e, nel frattempo, consente di prorogare o modificare gli incarichi dirigenziali già attribuiti ai sensi dell’art. 8, comma 24, secondo periodo, del d.l. n. 16 del 2012.

In terzo luogo, eccepisce l’illegittimità costituzionale dell’art. 1, comma 14, del d.l. n. 150 del 2013, come convertito, anche per violazione degli artt. 3, 24, 97, 101, 111, 113 e 117 Cost., nonché dell’art. 6, paragrafo 1, della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, firmata a Roma il 4 novembre 1950, ratificata e resa esecutiva con legge 4 agosto 1955, n. 848 (CEDU), ritenendo che la disposizione sarebbe stata adottata al fine di risolvere ex auctoritate legis una controversia pendente dinnanzi al giudice amministrativo, con ciò pregiudicando il principio di parità delle armi e il diritto di difesa e incidendo sull’esercizio della funzione giurisdizionale.

Infine, chiede che la Corte costituzionale sollevi di fronte a se stessa questione di legittimità costituzionale della legge n. 15 del 2014, nella parte in cui ha modificato l’art. 1, comma 14, del d.l. n. 150 del 2013, in riferimento agli artt. 64, primo comma, e 81, terzo comma, Cost., allegando che nel procedimento di conversione sarebbero stati violati gli artt. 40, comma 2, e 102-bis, comma 1, del Regolamento del Senato della Repubblica.

7.− Con atto depositato in data 3 marzo 2014, è intervenuto in giudizio il Codacons (Coordinamento delle associazioni per la difesa dell’ambiente e dei diritti degli utenti e dei consumatori), chiedendo, in adesione alle argomentazioni del rimettente Consiglio di Stato, l’accoglimento della questione di legittimità costituzionale.

In ordine all’ammissibilità del proprio intervento, osserva che l’Associazione, per espressa previsione statutaria, «[t]utela il diritto alla trasparenza, alla corretta gestione e al buon andamento delle pubbliche amministrazioni». Rileva, inoltre, di aver spiegato intervento ad opponendum nel giudizio a quo, notificato in data 18 febbraio 2014 e depositato in data 20 febbraio 2014.

8.− Nell’imminenza dell’udienza pubblica, in data 3 febbraio 2015, ha depositato ulteriore memoria l’Avvocatura generale dello Stato. Oltre a ribadire le argomentazioni già illustrate, eccepisce l’inammissibilità delle censure sollevate da Dirpubblica sull’art. 8, comma 24, del d.l. n. 16 del 2012, in relazione a tutti i parametri non evocati nell’ordinanza di rimessione.

9.− Dirpubblica, in data 3 febbraio 2015, ha depositato a sua volta una memoria in cui, dopo aver illustrato le vicende successive alla proposizione della questione di costituzionalità, ribadisce la richiesta di accoglimento della questione sollevata e di estensione della dichiarazione d’incostituzionalità, ai sensi dell’art. 27 della legge 11 marzo 1953, n. 87 (Norme sulla costituzione e sul funzionamento della Corte costituzionale), all’art. 1, comma 14, del d.l. n. 150 del 2013, come convertito, sia in riferimento agli artt. 3, 51 e 97 Cost., già evocati nella memoria depositata in data 4 marzo 2014, sia in riferimento agli artt. 3, 24, 97, 101, 111, 113 e 117 Cost., quest’ultimo in relazione alla norma interposta di cui all’art. 6, paragrafo 1, della CEDU.

Chiede, inoltre, che la dichiarazione di illegittimità costituzionale consequenziale sia estesa, per gli stessi motivi, all’art. 1, comma 8, del decreto-legge 31 dicembre 2014, n. 192 (Proroga di termini previsti da disposizioni legislative).

10.− In data 2 febbraio 2015, ha depositato memoria il Codacons, insistendo sia per la propria legittimazione ad intervenire in giudizio, sia per l’accoglimento della questione.

 

Considerato in diritto

 

1.− Il Consiglio di Stato, sezione quarta giurisdizionale, ha sollevato, in riferimento agli artt. 3, 51 e 97 della Costituzione, questione di legittimità dell’art. 8, comma 24, del decreto-legge 2 marzo 2012, n. 16 (Disposizioni urgenti in materia di semplificazioni tributarie, di efficientamento e potenziamento delle procedure di accertamento), convertito, con modificazioni, dall’art. 1, comma 1, della legge 26 aprile 2012, n. 44.

La disposizione censurata, in relazione alla «esigenza urgente e inderogabile di assicurare la funzionalità» delle strutture delle Agenzie delle dogane, delle entrate e del territorio, e per «garantire una efficace attuazione delle misure di contrasto all’evasione» contenute in altri commi dello stesso art. 8 del d.l. n.16 del 2012, come convertito, autorizza le Agenzie ricordate ad espletare procedure concorsuali, da completarsi entro il 31 dicembre 2013, per la copertura delle posizioni dirigenziali vacanti, attraverso il richiamo alla disciplina contenuta nell’art. 1, comma 530, della legge 27 dicembre 2006, n. 296 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato − legge finanziaria 2007), e nell’art. 2, comma 2, secondo periodo, del decreto-legge 30 settembre 2005, n. 203 (Misure di contrasto all’evasione fiscale e disposizioni urgenti in materia tributaria e finanziaria), convertito, con modificazioni, dall’art. 1, comma 1, della legge 2 dicembre 2005, n. 248.

In questo contesto, la disposizione censurata aggiunge una specifica previsione, che costituisce l’effettivo oggetto delle censure del giudice a quo, e che opera in due distinte direzioni: fa salvi, per il passato, gli incarichi dirigenziali già affidati dalle Agenzie in parola a propri funzionari, e consente, nelle more dell’espletamento delle procedure concorsuali prima richiamate, di attribuire incarichi dirigenziali a propri funzionari, mediante la stipula di contratti di lavoro a tempo determinato, la cui durata è fissata in relazione al tempo necessario per la copertura del posto vacante tramite concorso. Questi incarichi sono attribuiti, afferma la disposizione censurata, con «apposita procedura selettiva», applicandosi l’art. 19, comma 1-bis, del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165 (Norme generali sull’ordinamento del lavoro alle dipendenze delle amministrazioni pubbliche). Dopo aver precisato che ai funzionari cui è conferito l’incarico compete lo stesso trattamento economico dei dirigenti, la disposizione in questione conclude che le Agenzie ricordate non potranno attribuire nuovi incarichi dirigenziali, secondo le modalità appena descritte e fatto salvo quanto previsto dall’art. 19, comma 6, del d.lgs. n. 165 del 2001, dal momento della «assunzione dei vincitori delle procedure concorsuali di cui al presente comma».

1.1.− Il giudice a quo è investito, tra l’altro, dell’impugnazione di una sentenza di annullamento della delibera del Comitato di gestione dell’Agenzia delle entrate (n. 55 del 22 dicembre 2009), con la quale è stato modificato l’art. 24 del regolamento di amministrazione della stessa Agenzia. Tale ultima norma, regolando la «copertura provvisoria di posizioni dirigenziali», consente la stipulazione di contratti a termine con i funzionari interni, fino all’attuazione delle procedure di accesso alla dirigenza e comunque non oltre una scadenza che – al momento dell’impugnativa – era fissata al 31 dicembre 2010. Il giudice rimettente pone in evidenza come la norma censurata – entrata in vigore nelle more del giudizio principale – operi una trasposizione in legge di quanto stabilito nella disposizione regolamentare cui si riferisce l’impugnativa, e condizioni dunque l’esito del giudizio a quo, ponendosi «quale factum principis sopravvenuto», che determinerebbe una declaratoria di improcedibilità per sopravvenuta carenza di interesse alla decisione.

1.2.− Ad avviso del giudice a quo, consentendo l’attribuzione di incarichi a funzionari privi della relativa qualifica, l’art. 8, comma 24, del d.l. n. 16 del 2012, come convertito, aggirerebbe la regola costituzionale di accesso ai pubblici uffici mediante concorso, in violazione degli artt. 3 e 97 Cost. Viene, a tal proposito, richiamata la giurisprudenza costituzionale che riconosce nel concorso pubblico la forma generale ed ordinaria di reclutamento per il pubblico impiego, quale procedura strumentale al canone di efficienza dell’amministrazione, ciò che, riguardo all’assegnazione di funzioni direttive, priverebbe di legittimazione arbitrarie preclusioni di accesso, riserve integrali di posti o forme di attribuzione automatica in favore del personale interno. La norma censurata, sempre secondo il giudice a quo, consentirebbe invece a funzionari, privi della relativa qualifica, di accedere, senza aver superato un pubblico concorso, ad un «ruolo» diverso nell’ambito della propria amministrazione.

L’elusione della regola del pubblico concorso determinerebbe anche un vulnus al principio del buon andamento, con conseguente ulteriore lesione, sotto questo diverso profilo, degli artt. 3 e 97 Cost. Ancora, la disposizione censurata violerebbe gli artt. 3 e 97, primo comma, Cost., in relazione ai principi di legalità, imparzialità e buon andamento dell’azione amministrativa, poiché, permettendo l’attribuzione di incarichi a funzionari privi della relativa qualifica, consentirebbe la preposizione ad uffici amministrativi di soggetti privi dei requisiti necessari, determinando una diminuzione delle garanzie dei cittadini che confidano in una amministrazione competente, imparziale ed efficiente.

Il rimettente prospetta, infine, una violazione degli artt. 3 e 51 Cost., poiché l’accesso a funzioni dirigenziali sarebbe consentito, in deroga al principio di uguaglianza, pur nell’assenza dei requisiti stabiliti dalla legge (e, in particolare, dall’art. 19 del citato d.lgs. n. 165 del 2011).

2.− In via preliminare, va ribadito quanto stabilito nell’ordinanza della quale è stata data lettura in udienza, allegata alla presente sentenza, in ordine all’inammissibilità dell’intervento del Codacons (Coordinamento delle associazioni per la difesa dell’ambiente e dei diritti degli utenti e dei consumatori) nel presente giudizio di legittimità costituzionale.

3.− La questione va esaminata entro i limiti del thema decidendum individuato dall’ordinanza di rimessione, dato che non possono essere prese in considerazione le censure svolte dalla parte del giudizio principale, con riferimento a parametri costituzionali ed a profili non evocati dal giudice a quo (ex plurimis, sentenze n. 211 e n. 198 del 2014, n. 275 del 2013, n. 310, n. 227 e n. 50 del 2010).

4.− La questione è fondata.

4.1.− Secondo la costante giurisprudenza di questa Corte, nessun dubbio può nutrirsi in ordine al fatto che il conferimento di incarichi dirigenziali nell’ambito di un’amministrazione pubblica debba avvenire previo esperimento di un pubblico concorso, e che il concorso sia necessario anche nei casi di nuovo inquadramento di dipendenti già in servizio. Anche il passaggio ad una fascia funzionale superiore comporta «l’accesso ad un nuovo posto di lavoro corrispondente a funzioni più elevate ed è soggetto, pertanto, quale figura di reclutamento, alla regola del pubblico concorso» (sentenza n. 194 del 2002; ex plurimis, inoltre, sentenze n. 217 del 2012, n. 7 del 2011, n. 150 del 2010, n. 293 del 2009).

In apparenza, la disposizione impugnata non si pone in contrasto diretto con tali principi. Essa non conferisce in via definitiva incarichi dirigenziali a soggetti privi della relativa qualifica, bensì consente, in via asseritamente temporanea, l’assunzione di tali incarichi da parte di funzionari, in attesa del completamento delle procedure concorsuali.

Tuttavia, l’aggiramento della regola del concorso pubblico per l’accesso alle posizioni dirigenziali in parola si rivela, sia alla luce delle circostanze di fatto, precedenti e successive alla proposizione della questione di costituzionalità, nelle quali la disposizione impugnata si inserisce, sia all’esito di un più attento esame della fattispecie delineata dall’art. 8, comma 24, del d.l. n. 16 del 2012.

4.2.− Per colmare le carenze nell’organico dei propri dirigenti, l’Agenzia delle entrate ha, negli anni, fatto ampio ricorso ad un istituto previsto dall’art. 24 del proprio regolamento di amministrazione. Tale disposizione consente, «[p]er inderogabili esigenze di funzionamento dell’Agenzia», la copertura provvisoria delle eventuali vacanze verificatesi nelle posizioni dirigenziali, previo interpello e previa specifica valutazione dell’idoneità degli aspiranti, mediante la stipula di contratti individuali di lavoro a termine con propri funzionari, con l’attribuzione dello stesso trattamento economico dei dirigenti, «fino all’attuazione delle procedure di accesso alla dirigenza» e, comunque, fino ad un termine finale predeterminato. Questo termine finale è stato di volta in volta prorogato, a partire dal 2006, con apposite delibere del Comitato di gestione dell’Agenzia. Al momento della proposizione della questione di legittimità costituzionale dell’art. 8, comma 24, del d.l. n. 16 del 2012, come convertito, esso risultava fissato al 31 dicembre 2010. Successivamente alla proposizione della questione, il termine è stato prorogato altre due volte, da ultimo (con delibera n. 51 del 29 dicembre 2011) «al 31 maggio 2012».

Le reiterate delibere di proroga del termine finale hanno di fatto consentito, negli anni, di utilizzare uno strumento pensato per situazioni peculiari quale metodo ordinario per la copertura di posizioni dirigenziali vacanti. Secondo la giurisprudenza, nell’ambito dell’ordinamento del lavoro alle dipendenze delle pubbliche amministrazioni, l’illegittimità di questa modalità di copertura delle posizioni dirigenziali deriva dalla sua non riconducibilità, né al modello dell’affidamento di mansioni superiori a impiegati appartenenti ad un livello inferiore, né all’istituto della cosiddetta reggenza. Il primo modello, disciplinato dall’art. 52 del d.lgs. n. 165 del 2001, prevede l’affidamento al lavoratore di mansioni superiori, nel caso di vacanza di posto in organico, per non più di sei mesi prorogabili fino a dodici, qualora siano state avviate le procedure per la copertura dei posti vacanti, ma è applicabile solo nell’ambito del sistema di classificazione del personale dei livelli, non già delle qualifiche, e in particolare non è applicabile (ed è illegittimo se applicato) laddove sia necessario il passaggio dalla qualifica di funzionario a quella di dirigente (sentenza di questa Corte n. 17 del 2014; nella giurisprudenza di legittimità, ex plurimis, Corte di cassazione, sezione lavoro, sentenze 12 aprile 2006, n. 8529, e 26 marzo 2010, n. 7342).

Invero, l’assegnazione di posizioni dirigenziali a un funzionario può avvenire solo ricorrendo al secondo modello, cioè all’istituto della reggenza, regolato in generale dall’art. 20 del d.P.R. 8 maggio 1987, n. 266 (Norme risultanti dalla disciplina prevista dall’accordo del 26 marzo 1987 concernente il comparto del personale dipendente dai Ministeri). La reggenza si differenzia dal primo modello perché serve a colmare vacanze nell’ufficio determinate da cause imprevedibili, e viceversa si avvicina ad esso perché è possibile farvi ricorso a condizione che sia stato avviato il procedimento per la copertura del posto vacante, e nei limiti di tempo previsti per tale copertura. Straordinarietà e temporaneità sono perciò caratteristiche essenziali dell’istituto (ex plurimis, Corte di cassazione, sezioni unite civili, sentenze 22 febbraio 2010, n. 4063, 16 febbraio 2011, n. 3814, 14 maggio 2014, n. 10413). Ebbene, le reiterate proroghe del termine previsto dal regolamento di organizzazione dell’Agenzia delle entrate per l’espletamento del concorso per dirigenti e, conseguentemente, per l’attribuzione di funzioni dirigenziali mediante la stipula di contratti individuali di lavoro a termine con propri funzionari, con l’attribuzione dello stesso trattamento economico dei dirigenti, hanno indotto la giurisprudenza amministrativa (TAR Lazio, Roma, seconda sezione, sentenze 30 settembre 2011, n. 7636, e 1° agosto 2011, n. 6884) a ritenere carenti, nella fattispecie prevista dall’art. 24 del regolamento di amministrazione dell’Agenzia delle entrate, i due presupposti ricordati della straordinarietà e della temporaneità, a non configurarla come un’ipotesi di reggenza e quindi a considerarla in contrasto con la disciplina generale di cui agli artt. 19 e 52 del d.lgs. n. 165 del 2001.

In questo quadro normativo e giurisprudenziale, e nella relativa vicenda processuale, interviene il legislatore, attraverso la disposizione sospettata di illegittimità costituzionale.

La norma impugnata esordisce autorizzando le Agenzie delle entrate, del territorio e delle dogane ad espletare procedure concorsuali, da completarsi entro il 31 dicembre 2013, per la copertura delle posizioni dirigenziali vacanti, attraverso il richiamo alla disciplina contenuta nell’art. 1, comma 530, della l. n. 296 del 2006 e nell’art. 2, comma 2, secondo periodo, del d.l. n. 203 del 2005, come convertito. L’autorizzazione in parola è rafforzata attraverso un riferimento alla «esigenza urgente e inderogabile di assicurare la funzionalità» delle strutture delle Agenzie e alla necessità di garantire «una efficace attuazione delle misure di contrasto all’evasione» contenute in altri commi dello stesso art. 8 del d.l. n. 16 del 2012, come convertito.

In realtà, del tutto indipendentemente dalla norma impugnata, l’indizione di concorsi per la copertura di posizioni dirigenziali vacanti è resa possibile da norme già vigenti, che lo stesso art. 8, comma 24, del d.l. n. 16 del 2012, come convertito, si limita a richiamare senza aggiungervi nulla (si veda l’art. 2, comma 2, del d.l. n. 203 del 2005, come convertito). Inoltre, considerando le regole organizzative interne dell’Agenzia delle entrate e la possibilità di ricorrere all’istituto della delega, anche a funzionari, per l’adozione di atti a competenza dirigenziale − come affermato dalla giurisprudenza tributaria di legittimità sulla provenienza dell’atto dall’ufficio e sulla sua idoneità ad esprimerne all’esterno la volontà (ex plurimis, Corte di cassazione, sezione tributaria civile, sentenze 9 gennaio 2014, n. 220; 10 luglio 2013, n. 17044; 10 agosto 2010, n. 18515; sezione sesta civile − T, 11 ottobre 25012, n. 17400) – la funzionalità delle Agenzie non è condizionata dalla validità degli incarichi dirigenziali previsti dalla disposizione censurata. Sicché l’obbiettivo reale della disposizione in esame è rivelato dal secondo periodo della norma in questione, ove, da un lato, si fanno salvi i contratti stipulati in passato tra le Agenzie e i propri funzionari, dall’altro si consente ulteriormente che, nelle more dell’espletamento delle procedure concorsuali, da completare entro il 31 dicembre 2013, le Agenzie attribuiscano incarichi dirigenziali a propri funzionari, mediante la stipula di contratti di lavoro a tempo determinato, la cui durata è fissata in relazione al tempo necessario per la copertura del posto vacante tramite concorso.

Dopo la proposizione della questione di legittimità costituzionale, il termine originariamente fissato per il «completamento» delle procedure concorsuali viene prorogato due volte. Dapprima, l’art. 1, comma 14, primo periodo, del decreto-legge 30 dicembre 2013, n. 150 (Proroga di termini previsti da disposizioni legislative), convertito, con modificazioni, dall’art. 1, comma 1, della legge 27 febbraio 2014, n. 15, lo ha spostato al 31 dicembre 2014, purché le procedure fossero indette entro il 30 giugno 2014, con la precisazione che, nelle more, era possibile prorogare o modificare solo gli incarichi dirigenziali già attribuiti, non invece conferirne di nuovi. Successivamente, l’art. 1, comma 8, del decreto-legge 31 dicembre 2014, n. 192 (Proroga di termini previsti da disposizioni legislative), lo ha ulteriormente prorogato al 30 giugno 2015.

Benché il legislatore abbia esplicitamente precisato, in questi interventi di proroga, che non è consentito conferire nuovi incarichi a funzionari interni, è indubbio che gli interventi descritti abbiano aggravato gli aspetti lesivi della disposizione impugnata. In tal modo, infatti, il legislatore apparentemente ha riaffermato, da un lato, la temporaneità della disciplina, fissando nuovi termini per il completamento delle procedure concorsuali, ma, dall’altro, allontanando sempre di nuovo nel tempo la scadenza di questi, ha operato in stridente contraddizione con l’affermata temporaneità.

4.3.− La norma impugnata ha cura di esibire, quale caratteristica essenziale, la propria temporaneità: il ricorso alla descritta modalità di copertura delle posizioni dirigenziali vacanti sarebbe provvisorio, strettamente collegato all’indizione di regolari procedure concorsuali per l’accesso alla dirigenza, da completarsi entro un termine ben identificato, che la disposizione impugnata, in origine, fissava al 31 dicembre 2013.

Tuttavia, l’art. 8, comma 24, del d.l. n. 16 del 2012, come convertito, inserisce in tale costruzione un elemento d’incertezza, nella parte in cui stabilisce che, fatto salvo quanto disposto dall’art. 19, comma 6, del d.lgs. n. 165 del 2001, le Agenzie interessate non potranno attribuire nuovi incarichi dirigenziali a propri funzionari «[a] seguito dell’assunzione dei vincitori delle procedure concorsuali di cui al presente comma». Questo significa che al termine, certo nell’an e nel quando, del completamento delle procedure concorsuali – nelle cui more è possibile attribuire incarichi dirigenziali con le modalità descritte – si affianca un diverso termine, certo nella sola attribuzione del diritto all’assunzione, ma incerto nel quando, perché tra il completamento delle procedure concorsuali (coincidente con l’approvazione delle graduatorie) e l’assunzione dei vincitori, può trascorrere, per i più diversi motivi, anche un notevole lasso di tempo.

È quindi lo stesso tenore testuale della disposizione impugnata a non escludere che, pur essendo concluse le operazioni concorsuali, le Agenzie interessate possano prorogare, per periodi ulteriori, gli incarichi dirigenziali già conferiti a propri funzionari, in caso di ritardata assunzione di uno o più vincitori. In questo senso, in contraddizione con l’affermata temporaneità, il termine finale fissato dalla disposizione impugnata finisce per non essere «certo, preciso e sicuro» (sentenza n. 102 del 2013).

Per questo, non è conferente il richiamo, effettuato dall’Avvocatura generale dello Stato, alla fattispecie normativa scrutinata con la sentenza di questa Corte n. 212 del 2012. In tale sentenza, l’infondatezza della questione derivava dalla circostanza per cui la norma di legge (regionale) impugnata consentiva, in assenza di personale con qualifica dirigenziale, che talune delle suddette funzioni potessero essere attribuite a funzionari della categoria più elevata non dirigenziale, fino all’espletamento dei relativi concorsi e, comunque, per non più di due anni. Come si vede, in quel caso il termine finale della copertura delle vacanze attraverso il conferimento d’incarichi non era ancorato ad un evento incerto nel quando come l’assunzione dei vincitori, ma era fissato perentoriamente.

Anche considerando il tenore letterale della norma impugnata, quindi, il carattere di temporaneità della soluzione da essa prevista, sul quale insiste l’Avvocatura generale dello Stato, tende a scolorire fin quasi ad annullarsi.

4.4.− Si aggiunga, per quanto necessario, che la regola del concorso non è certo soddisfatta dal rinvio che la stessa norma impugnata opera all’art. 19, comma 1-bis, del d.lgs. n. 165 del 2001, nella parte in cui stabilisce che gli incarichi dirigenziali ai funzionari «sono attribuiti con apposita procedura selettiva». In realtà, la norma di rinvio si limita a prevedere che l’amministrazione renda conoscibili, anche mediante pubblicazione di apposito avviso sul sito istituzionale, il numero e la tipologia dei posti che si rendono disponibili nella dotazione organica e i criteri di scelta, stabilendo, altresì, che siano acquisite e valutate le disponibilità dei funzionari interni interessati. I contratti non sono dunque assegnati attraverso il ricorso ad una procedura aperta e pubblica, conformemente a quanto richiesto dagli artt. 3, 51 e 97 Cost. (sentenze n. 217 del 2012, n. 150 e n. 149 del 2010, n. 293 del 2009, n. 453 del 1990).

4.5.− In definitiva, l’art. 8, comma 24, del d.l. n. 16 del 2012, come convertito, ha contribuito all’indefinito protrarsi nel tempo di un’assegnazione asseritamente temporanea di mansioni superiori, senza provvedere alla copertura dei posti dirigenziali vacanti da parte dei vincitori di una procedura concorsuale aperta e pubblica. Per questo, ne va dichiarata l’illegittimità costituzionale per violazione degli artt. 3, 51 e 97 Cost.

Posto che le ricordate proroghe di termini fanno corpo con la norma impugnata, producendo unitamente ad essa effetti lesivi, ed anzi aggravandoli, in applicazione dell’art. 27 della legge 11 marzo 1953, n. 87 (Norme sulla costituzione e sul funzionamento della Corte costituzionale), la dichiarazione di illegittimità costituzionale va estesa all’art. 1, comma 14, del d.l. 30 dicembre 2013, n. 150, come convertito, e all’art. 1, comma 8, del d.l. 31 dicembre 2014, n. 192. E proprio perché tali disposizioni hanno carattere consequenziale e concorrono a integrare la disciplina impugnata, non vi sono ostacoli ad estendere ad esse la dichiarazione d’illegittimità costituzionale, pur trattandosi di disposizioni normative sopravvenute al giudizio a quo. Infatti, «l’apprezzamento di questa Corte, ai sensi dell’art. 27 della legge 11 marzo 1953, n. 87, non presuppone la rilevanza delle norme ai fini della decisione propria del processo principale, ma cade invece sul rapporto con cui esse si concatenano nell’ordinamento, con riguardo agli effetti prodotti dalle sentenze dichiarative di illegittimità costituzionali» (sentenza n. 214 del 2010).

 

Per Questi Motivi

LA CORTE COSTITUZIONALE

 

1) dichiara l’illegittimità costituzionale dell’art. 8, comma 24, del decreto-legge 2 marzo 2012, n. 16 (Disposizioni urgenti in materia di semplificazioni tributarie, di efficientamento e potenziamento delle procedure di accertamento), convertito, con modificazioni, dall’art. 1, comma 1, della legge 26 aprile 2012, n. 44;

2) dichiara, ai sensi dell’art. 27 della legge 11 marzo 1953, n. 87, l’illegittimità costituzionale dell’art. 1, comma 14, del decreto-legge 30 dicembre 2013, n. 150 (Proroga di termini previsti da disposizioni legislative), convertito, con modificazioni, dall’art. 1, comma 1, della legge 27 febbraio 2014, n. 15;

3) dichiara, ai sensi dell’art. 27 della legge 11 marzo 1953, n. 87, l’illegittimità costituzionale dell’art 1, comma 8, del decreto-legge 31 dicembre 2014, n. 192 (Proroga di termini previsti da disposizioni legislative).

Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 25 febbraio 2015.

F.to:

Alessandro CRISCUOLO, Presidente

Nicolò ZANON, Redattore

Gabriella Paola MELATTI, Cancelliere

Depositata in Cancelleria il 17 marzo 2015.

Il Direttore della Cancelleria

F.to: Gabriella Paola MELATTI

Allegato:

Ordinanza Letta All'udienza Del 24 Febbraio 2015

ORDINANZA

 

Rilevato che nel giudizio promosso dal Consiglio di Stato, sezione IV giurisdizionale, con ordinanza 26 novembre 2013 (reg. ord. n. 9 del 2014), è intervenuto, con atto depositato il 3 marzo 2014, il Codacons (Coordinamento delle associazioni per la difesa dell'ambiente e dei diritti degli utenti e dei consumatori);

che, secondo la costante giurisprudenza di questa Corte, possono partecipare al giudizio in via incidentale di legittimità costituzionale le sole parti del giudizio principale e i terzi portatori di un interesse qualificato, immediatamente inerente al rapporto sostanziale dedotto in giudizio e non semplicemente regolato, al pari di ogni altro, dalla norma o dalle norme oggetto di censura (tra le tante, ordinanza n. 240 del 2014, sentenza n. 162 del 2014 e relativa ordinanza letta all'udienza dell'8 aprile 2014, ordinanza n. 156 del 2013, ordinanza n. 150 del 2012 e relativa ordinanza letta all'udienza del 22 maggio 2012, sentenza n. 293 del 2011, sentenza n. 118 del 2011, sentenza n. 138 del 2010 e relativa ordinanza letta all'udienza del 23 marzo 2010);

che, in questo caso, i rapporti sostanziali dedotti in causa concernono profili attinenti alla posizione dei funzionari e dei dirigenti pubblici, i quali non hanno alcuna incidenza diretta sulla posizione giuridica del Codacons;

che, inoltre, i rapporti sostanziali dedotti in causa solo in via indiretta ed eventuale possono riguardare gli interessi della collettività indistinta dei consumatori, che il Codacons si propone di rappresentare (v. sentenza n. 420 del 1994 e relativa ordinanza letta all'udienza dell'8 novembre 1994);

che, infine, pur avendo il Codacons presentato, in data 20 febbraio 2014, richiesta di intervento nel giudizio principale, è inammissibile, nel giudizio costituzionale in via incidentale, l'intervento del soggetto che, nel giudizio a quo, si sia costituito soltanto dopo la sollevazione della questione di legittimità costituzionale (sentenza n. 223 del 2012, ordinanza n. 295 del 2008, sentenza n. 315 del 1992).

Per Questi Motivi

LA CORTE COSTITUZIONALE

 

dichiara inammissibile, nel presente giudizio di costituzionalità, l'intervento del Codacons (Coordinamento delle associazioni per la difesa dell'ambiente e dei diritti degli utenti e dei consumatori).

F.to: Alessandro Criscuolo, Presidente

 

 

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Preavviso di fermo – illegittimo se iscritto sull’unico veicolo del contribuente utilizzato per recarsi a lavoro –vizio parziale del fermo travolge intero provvedimento – 03.04.2014. -

Written by claps carlo on . Posted in Speciale Fermo Amministrativo ed Ipoteche

La Commissione Tributaria Provinciale di Milano, con la sentenza in esame, ha precisato che, quando il fermo amministrativo iscritto dalla società di riscossione, abbia ad oggetto un veicolo che viene adoperato dal contribuente per recarsi a lavoro e, quest’ultimo non abbia altri mezzi di locomozione,  l'autovettura oggetto del provvedimento amministrativo deve essere considerata, a tutti gli effetti, bene strumentale e indispensabile per lo svolgimento dell'attività lavorativa. Pertanto,  il bene non può essere sottoposto a fermo amministrativo. Inoltre, la Commissione ha anche precisato che il provvedimento di fermo amministrativo è per sua natura analogo all'atto di precetto nell'ambito del processo dell'esecuzione civile e come tale deve essere considerato nella sua interezza. Da ciò consegue che vizio anche un vizio parziale dello stesso travolge l'intero atto.

 

 

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA COMMISSIONE TRIBUTARIA PROVINCIALE DI MILANO

VENTIQUATTRESIMA SEZIONE

riunita con l'intervento dei Signori:

BRECCIAROLI PAOLO - Presidente

DE ROSA LUISA - Relatore

REPOSSI GABRIELLA - Giudice

ha emesso la seguente

SENTENZA

- sul ricorso n. (...)/13

spedilo il 14/10/2013

- avverso FERMO AMMINISTRATIVO n. (...) IPOTECAR.-ALTRO

- avverso FERMO AMMINISTRATIVO n. (...) REGISTRO

- avverso FERMO AMMINISTRATIVO n. (...)TARSU/TIA

contro: AGENTE DI RISCOSSIONE MILANO EQUITALIA NORD S.P.A.

proposto dai ricorrenti:

(...)

(...)

difeso da:

(...)

(...)

difeso da:

ZAMBELLO DR. GIUSEPPE CUCCU DR. PAOLO

PARMA PR

 

Svolgimento del processo

Ricorso avverso preavviso di fermo amministrativo n. (...) - TARSO - TASSE AUTO - REGISTRO - INFR.S. - PERIODO dal 2001 al 2009 nonché 2011 Il sig. (...) ha impugnato, con ricorso inviato in data 3 ottobre 2013, il preavviso di fermo amministrativo,datato 14 agosto 2013, comunicato da EQUITALIA NORD S.P.A., relativo all'autovettura (...) e conseguente all'iscrizione a ruolo della somma di Euro 16.349,93, con riferimento a n. 11 cartelle relative a TARSU, Tasse auto, Registro e infrazioni al codice della strada per il periodo dal 2001 al 2009 nonché 2011.

Il ricorrente assume che il fermo amministrativo sarebbe avvenuto sull'autovettura che egli utilizza quotidianamente per recarsi presso il luogo di lavoro che si trova a circa 24 km. di distanza dalla propria abitazione; dunque, la procedura adottata da EQUITALIA NORD S.P.A. sarebbe illegittima e ciò anche in ragione di quanto previsto dall'art. 62 del D.P.R. n. 602 del 1973 e dall'art 52 del cosiddetto "Decreto del Fare".

Ritiene, poi, la comunicazione di preavviso di fermo amministrativo illegittima in quanto non riporterebbe

tutti gli elementi idonei a far conoscere al contribuente il titolo sul quale si fonda la riscossione. L'atto sarebbe, altresì, nullo per mancata allegazione degli atti prodromici e ciò ai sensi di quanto previsto dall'art.

3, comma 3, della L. n. 241 del 1990 e dall'art. 7 della L. n. 212 del 2000. Mancherebbe, inoltre, la prova dell'esistenza delle prodromiche cartelle di pagamento e di avvenuta notifica delle stesse. Ritiene, altresì, che molti dei tributi relativi alle somme indicate nella comunicazione in parola risulterebbero, comunque,

prescritti. Lamenta, poi, la mancata indicazione delle modalità di calcolo degli aggi e degli interessi. Anche la notifica dell'atto impugnato risulterebbe irregolare. Ed infatti, la comunicazione non sarebbe valida a causa dell'inesistenza della relazione di notifica. Inoltre, la notifica non sarebbe valida in quanto avvenuta a mezzo del servizio postale.

Infine, qualora EQUITALIA NORD S.P.A. non fosse in grado di produrre il relativo avviso di ricevimento, la notifica sarebbe da ritenersi inesistente.

Chiede, pertanto, in via pregiudiziale, di annullare la comunicazione di preavviso di fermo amministrativo impugnata per la mancata allegazione delle cartelle di pagamento; di annullare la comunicazione di preavviso di fermo amministrativo per prescrizione dei tributi iscritti a ruolo; di dichiarare l'illegittimità della comunicazione del preavviso di fermo amministrativo impugnato stante la strumentalità dell'autoveicolo di proprietà del ricorrente; in via principale, di dichiarare giuridicamente inesistente la comunicazione di preavviso di fermo amministrativo: a) in caso di mancata produzione in sede di udienza da parte di EQUITALIA NORD S.P.A. delle cartelle di pagamento e dei relativi avvisi di ricevimento; b) per vizi, di giuridica inesistenza e/o di nullità delle cartelle di pagamento; c) per la mancata e regolare compilazione della relazione di notifica; d) per l'eventuale impossibilità da parte del Concessionario della Riscossione di dimostrare che il procedimento di notifica della comunicazione di preavviso di fermo amministrativo sia stato effettuato da un soggetto abilitato alla notifica; e) per violazione delle disposizioni previste per la stesura della relazione di notifica di cui agli artt. 149 c.p.c., art. 26 del D.P.R. n. 602 del 1973 e della L. n. 890 del 1982;

di dichiarare la nullità della comunicazione di preavviso di fermo amministrativo impugnata: a) per mancata indicazione del conteggio degli interessi e degli aggi addebitati; b) per mancata indicazione dei funzionari responsabili dei ruoli; c) per lesione degli artt. 3, 24 e 97 della Costituzione; con vittoria di spese ed onorari di giudizio.

EQUITALIA NORD S.P.A., costituitasi in giudizio con comparsa in data 12 marzo 2014, nel confermare la correttezza del proprio operato, contesta le argomentazioni difensive del ricorrente.

In particolare, contesta, in prima battuta, la giurisdizione del Giudice adito in quanto parte delle sanzioni amministrative poste a fondamento della comunicazione oggetto del presente giudizio sarebbero riferibili a

violazioni del Codice della Strada e, pertanto, il giudice competente sarebbe quello ordinario e non quello tributario. Ritiene, poi, che non sia necessaria, una allegazione degli atti presupposti in quanto regolarmente notificati al contribuente.

Per quanto attiene l'eccezione di prescrizione, rileva che in presenza di iscrizione a ruolo con successiva notifica della cartella di pagamento il termine prescrizionale sarebbe decennale e non più quinquennale. Nel caso di specie il termine decennale non sarebbe trascorso.

Chiede, nel merito, di dichiarare il difetto di giurisdizione relativamente ai crediti di natura non tributaria a favore del giudice ordinario; di dichiarare il ricorso inammissibile ed comunque infondato; con vittoria di spese ed onorari di lite.

Con successiva memoria illustrativa in data 24 marzo 2014, il ricorrente sviluppa le proprie argomentazioni difensive e chiede di dichiarare giuridicamente inesistente e/o nulla la comunicazione di preavviso di fermo amministrativo del 14 agosto 2013 impugnata per tutte le motivazioni addotte nel ricorso introduttivo e nella memoria illustrativa.

Alla pubblica udienza del 3 aprile 2014, tenutasi a seguito della relativa istanza presentata dalla parte, sono presenti per il ricorrente il dr. P. Cuccu nonché il rappresentante dell'Ufficio.

Motivi della decisione

La Commissione, esaminati gli atti e la documentazione prodotta, ritiene di poter accogliere il ricorso presentato dal contribuente.

Si rileva, anzitutto, che il fermo amministrativo de quo ha ad oggetto l'autovettura di proprietà dal ricorrente, il quale risulta essere residente in Milano, (...). Risulta, altresì, che il medesimo ricorrente presti la propria attività in qualità di lavoratore dipendente presso (...) azienda sita in (...) e che dista circa 24 Km dal suo luogo di residenza. Non avendo altri mezzi per recarsi al lavoro, l'autovettura in questione deve essere considerata a tutti gli effetti bene strumentale e indispensabile per lo svolgimento dell'attività lavorativa.

Pertanto, laddove il bene oggetto del fermo amministrativo, provvedimento analogo al pignoramento mobiliare, sia da ritenersi necessario al processo lavorativo e non risulta che vi siano beni analoghi tali da consentire comunque al debitore lo svolgimento della propria attività lavorativa, il bene non può essere sottoposto a fermo amministrativo.

Inoltre, è da rilevare che mancano agli atti le cartelle di pagamento notificate al ricorrente, atti che risultano prodromici alla procedura di fermo amministrativo. Ne consegue che il provvedimento in parola risulta nullo a tutti gli effetti.

Quest'ultimo provvedimento è per sua natura analogo all'atto di precetto nell'ambito del processo dell'esecuzione civile e come tale deve essere considerato nella sua interezza. Da ciò consegue che il vizio sopra rilevato travolge l'intero atto, a prescindere dalla parziale incompetenza del giudice adito.

In ragione di quanto sopra la Commissione accoglie il ricorso e conseguentemente dichiara la nullità dell'atto impugnato.

Per quanto attiene le spese di giudizio, data la situazione, si ritiene equo disporne la compensazione.

P.Q.M.

la Commissione dichiara la nullità dell'atto impugnato. Spese compensate.

Così deciso in Camera di consiglio Milano, il 3 aprile 2014.

 

Fonte: www.aidacon.it

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Tribunale di Napoli - fermo amministrativo - competenza Giudice di Pace - 20.12.2013.

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Importante  sentenza del Tribunale di Napoli, in materia di fermo amministrativo, con particolare riferimento alla competenza del Giudice di Pace, in materia di opposizione  all’esecuzione.  

 

 

                                                                                     

                                                                                       

                                                    REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

IL TRIBUNALE DI NAPOLI

- Quinta Sezione Civile -

in composizione monocratica, in persona del Giudice, dott. Salvatore Di Lonardo, ha pronunziato

la seguente

SENTENZA

nella causa civile iscritta al n. 15331/2012 del ruolo generale degli affari contenziosi dell'anno

2010, avente ad

OGGETTO: "opposizione a fermo amministrativo", e vertente

TRA

(......)., rappresentato e difeso dall'Avv. (......);

E

Equitalia Sud spa (P. IVA 11210661002), rappresentata e difesa dall'Avv. (......).

CONCLUSIONI

All'udienza del 26 febbraio 2013, i procuratori delle parti hanno concluso come da processo verbale che qui di seguito si trascrive: "E' presente per parte attrice l'Avv. (......) per delega del  procuratore costituito, la quale conclude chiedendo l'accoglimento di tutte le proprie domande e richieste già formulate nei propri atti difensivi e nei precedenti verbali di udienza.

E' altresì presente per parte convenuta l'Avv. (......) per delega del procuratore costituito, la quale si oppone alle avverse istanze e conclude chiedendo l'accoglimento delle domande ed eccezioni contenute nei precedenti scritti difensivi e nei verbali di udienza.

I procuratori presenti chiedono disporsi la trattazione mista ai sensi del secondo comma dell'art. 281 quinquies cpc con conseguente fissazione dell'udienza di discussione orale della causa e previa concessione dei termini per il deposito delle comparse conclusionali".

RAGIONI DI FATTO E DI DIRITTO DELLA DECISIONE

- I -

(......). ha proposto opposizione avverso l'atto di fermo amministrativo disposto sul motociclo tg. (...) dall'agente per la riscossione, Equitalia Sud spa, ai sensi dell'art. 86 DPR 602/73, all'uopo  deducendo, da un lato, l'inesistenza e la sopravvenuta prescrizione del credito e, dall'altro, numerosi vizi afferenti alla regolarità formale del provvedimento impugnato, della procedura esattoriale e della notifica dei relativi atti.

Si è costituita in giudizio la società convenuta, la quale sul presupposto che il ruolo è stato formato sulla base di sanzioni amministrative per violazioni al codice della strada, ha eccepito in via pregiudiziale l'incompetenza funzionale del Tribunale (per essere competente il Giudice di Pace) e l'omessa integrazione del contraddittorio nei confronti dell'ente impositore.

La decisione in ordine all'eccezione di incompetenza necessita di una premessa.

E' ormai noto che in materia di fermo (ma, analoghe osservazioni valgono per il preavviso di fermo  e per l'iscrizione ipotecaria di cui all'art. 77 DPR 602/73) la giurisdizione tra giudice ordinario e  tributario si ripartisce a seconda la natura del credito azionato, con la conseguenza che ove il provvedimento opposto acceda a sanzioni per contravvenzioni al codice della strada, va dichiarata la giurisdizione del giudice ordinario, attesa la natura extratributaria del credito.

Sennonché, analoga uniformità di vedute non è riscontrabile con riguardo alla ripartizione di competenza nell'ambito della giurisdizione ordinaria. Proprio di recente, infatti, la Suprema Corte, affermata la natura di atto dell'esecuzione in senso proprio del fermo amministrativo, ha ricondotto il relativo processo di impugnazione nell'ambito dell'opposizione all'esecuzione già iniziata, ex art. 615, comma 2, c.c.. Ha, quindi, affermato la competenza esclusiva del Tribunale, quale giudice dell'esecuzione, ma solo in relazione alla fase sommaria: "... la natura propriamente esecutiva del provvedimento (come dell'afferente preavviso), di "iscrizione di ipoteca" e/o di "fermo di beni mobili registrati" esclude la competenza del giudice di pace, appartenendo la stessa unicamente al Tribunale. In altri termini, una volta ritenuto che il preavviso è atto esecutivo, l'opposizione allo stesso va qualificata come opposizione ad esecuzione già iniziata, con la conseguenza che la competenza (per la fase sommaria) è regolata dal comma 2 dell'art. 615 cod. proc. civ., per cui l'atto andava indirizzato al Tribunale, in qualità di giudice dell'esecuzione" (Cass. 10 ottobre/4

novembre 2013 n. 24729).

Nella piena consapevolezza del superiore significato di indirizzo che le sentenze della Suprema  Corte assumono rispetto al giudice di merito, ai sensi e per volontà dell'art. 65 r.d. 30.1.1941 n. 12, tale opinione, per quanto autorevolmente sostenuta, non può essere condivisa, in quanto: - a) è un dato pacifico sia in dottrina che in giurisprudenza, ed è arduo metterne in discussione la valenza generale, che anche l'esecuzione mediante ruolo (al pari di quella ordinaria) ha inizio con il pignoramento; tant'è che la stessa Suprema Corte, proprio in ragione di tale presupposto, ha escluso che in relazione al provvedimento di fermo trovi applicazione l'art. 50, comma 2, DPR 602/73, avendosi riguardo ad un atto "funzionale a portare a conoscenza del debitore la pretesa dell'Amministrazione finanziaria", ma non "inserito come tale nella sequenza procedimentale dell'espropriazione forzata; pertanto, il concessionario non deve provvedere alla preventiva notifica dell'avviso contenente l'intimazione ad adempiere l'obbligazione risultante dal ruolo ex art. 50, comma secondo, del d.P.R. 29 settembre 1973, n. 602, disposizione, questa, applicabile solo nel circoscritto ambito dell'esecuzione forzata" (Cass. 4 dicembre 2011, n. 26052; nello stesso senso,  con riguardo all'iscrizione ipotecaria ex art. 77 cit., Cass. 20 giugno 2012 n. 10234);

- b) contraddice, senza alcuna giustificazione, altri precedenti pronunce dello stesso Supremo

Collegio, con le quali meglio si è chiarito che l'opposizione di fermo si configura come "opposizione all'esecuzione forzata- sia pure nella fase prodromica di opposizione a precetto ex art. 615" (così, Cass. 16 ottobre 2012, n. 17749);

- c) è smentita dall'attuale disposizione legislativa di cui all'art. 19 D. Lgs. 546/1992 che – come pure si è precisato in sede di legittimità -, nel prevedere l'immediata impugnabilità del provvedimento di fermo innanzi alla Commissione Tributaria, denota la chiara volontà del legislatore di "escludere il fermo di beni mobili registrati dalla sfera tipica dell'espropriazione  forzata", stante l'esclusione di giurisdizione prevista dall'art. 2 del D.Lgs. 546/92 cit. per le controversi riguardanti gli atti dell'esecuzione forzata.

- III -

Esclusa la competenza funzionale del giudice dell'esecuzione, resta da stabilire il riparto di  competenza tra il Tribunale ed il Giudice di Pace. In materia, la più recente elaborazione giurisprudenziale è caratterizzata dal seguente principio di diritto: "la competenza per l'impugnazione di un provvedimento di fermo amministrativo, previsto dall'art. 86 del d.P.R. 29 settembre 1973, n. 602 (o anche, come nella specie, di un semplice "preavviso", istituto introdotto nella prassi sulla base di istruzioni fornite dall'Agenzia delle Entrate alle società di riscossione), relativo a crediti non di natura tributaria è, in base all'art. 9, comma 2, cod. proc. civ., inderogabilmente del tribunale, in virtù della natura esecutiva del provvedimento in discussione" (Cass. SS.UU. n. 21068/2012, 17844/2012, 10147/2012,).

La massima trova origine nella pronuncia n. 20931 del 12 ottobre 2011, con la quale le Sezioni  Unite della Suprema Corte, hanno precisato quanto segue: "Nell'ambito, poi, della giurisdizione ordinaria, la natura propriamente esecutiva del provvedimento (come dell'afferente preavviso) di "iscrizione di ipoteca" e/o di "fermo di beni mobili registrati" esclude la competenza del giudice di pace, appartenendo la stessa unicamente al Tribunale. Il provvedimento detto - ... -, infatti (...), come evidenziato, peraltro, anche dalla sedes materiae delle norme che regolamentano ciascuno, trova la sua esclusiva collocazione funzionale nell'ambito della "espropriazione forzata", ovverosia della procedura di riscossione coattiva del credito, quante volte (beninteso) la notifica e/o la conoscenza del "provvedimento" non costituisca (come specificamente va escluso nel caso) solo l'occasione" per impugnare (innanzi al giudice avente giurisdizione in base alla natura tributaria, previdenziale, sanzionatoria, ordinaria del credito e, se rilevante, al valore dello stesso) la stessa  pretesa creditoria ("titolo") che il concessionario intende (solo) realizzare coattivamente. La

competenza in questione, conseguentemente, nel vigente assetto istituzionale della giurisdizione civile ordinaria, va riconosciuta (ratione materiae) soltanto al "tribunale" perché solo questo giudice, per l'art. 9 c.p.c. (...), "e" altresì esclusivamente competente ... per l'esecuzione forzata..."  (......)".

- IV -

A sommesso parere dell'odierno giudicante, i principi affermati nella pronuncia da ultimo trascritta devono essere letti tenendo conto della fattispecie processuale concreta oggetto della decisione che - si faccia bene attenzione - non riguardava la pretesa creditoria, ma il potere dell'agente della riscossione di disporre il fermo; potere che, ad avviso del giudice di merito, era riservato alla direzione regionale delle entrate. E' noto, infatti, che il criterio distintivo fra l'opposizione all'esecuzione e l'opposizione agli atti esecutivi si individua considerando che, con la prima, si contesta l'an dell'esecuzione, cioè il diritto della parte istante di procedere ad esecuzione forzata per difetto originario o sopravvenuto del titolo esecutivo ovvero - nell'esecuzione per espropriazione - della pignorabilità dei beni, mentre, con la seconda, si contesta solo la legittimità dello svolgimento  dell'azione esecutiva attraverso il processo, deducendosi l'esistenza di vizi formali degli atti compiuti o dei provvedimenti adottati nel corso del processo esecutivo e di quelli preliminari all'azione esecutiva.

Nel caso esaminato dai giudici di legittimità, dunque, rilevavano vizi propri del procedimento di  esecuzione esattoriale e, pertanto, si trattava di "opposizione agli atti esecutivi", sì che coerentemente è stata affermata la competenza esclusiva del Tribunale, quale giudice dell'esecuzione, con espresso richiamo del precedente insegnamento di Cass. n. 5342/09, espresso,  per l'appunto, con riferimento alle controversie di cui all'art. 617 cpc. Non pare corretto, dunque, inferire dalla massima giurisprudenziale di cui innanzi l'affermazione, generale ed astratta, secondo cui in materia di opposizione a fermo amministrativo la competenza a decidere spetterebbe sempre ed in ogni caso al Tribunale.

Del resto, le Sezioni Unite nella citata pronuncia hanno avvertito che "la tutela giudiziaria  esperibile nei riguardi del provvedimento di iscrizione di ipoteca e dell'omologo fermo amministrativo dei beni mobili registrati deve realizzarsi davanti al giudice ordinario con le forme dell'opposizione all'esecuzione o agli atti esecutivi"; aggiungendo, altresì, che tali atti trovano la loro collocazione nell'ambito della "espropriazione forzata", ovverosia della procedura di riscossione coattiva del credito, sempreché non costituiscano "solo l'occasione" per l'instaurazione del giudizio di opposizione. Se ciò si verifica - si legge nel  prosieguo della sentenza - la giurisdizione o la competenza deve essere individuata in base alla natura tributaria, previdenziale, sanzionatoria o ordinaria del credito e, se rilevante, anche in  ragione del valore della pretesa creditoria ("titolo") che "il concessionario intende (solo) realizzare coattivamente".

Ebbene, ritiene chi scrive che il provvedimento di fermo (così come il preavviso o l'iscrizione ipotecaria) sia "occasione" della causa di opposizione tutte le volte in cui oggetto di contestazione non è la legittimità dell'atto in sé considerato, ma il rapporto obbligatorio sottostante o, altrimenti  detto, l'esistenza del credito per il cui soddisfacimento è stata attivata la procedura esattoriale e per la quale sono stati azionati gli strumenti di cautela previsti dagli artt. 86 e 77 DPR 602/73.

Così è certamente (e lo si ricava esplicitamente dalla pronunzia di cui sopra) laddove il provvedimento di fermo sia stato adottato in forza di verbale di accertamento o di ordinanza prefettizia ex artt. 203 e 204 CdS e l'opponente, essendone venuto a conoscenza per la prima volta,  intenda contestare la violazione; nel qual caso, la competenza a decidere spetta indiscutibilmente al Giudice di Pace.

Lo stesso, però, deve dirsi anche per l'ipotesi in cui si facciano valere fatti successivi al titolo volti  ad eccepire il venir meno del credito o del titolo stesso (si pensi, rispettivamente, al pagamento o alla prescrizione ed all'annullamento in sede giudiziaria del verbale di accertamento o dell'ordinanza ingiunzione), non potendo la competenza mutare a seconda del diverso momento in cui si verifica la reazione del debitore. Un esempio può aiutare a meglio comprendere.

Tizio, già multato per una infrazione al codice della strada, dopo oltre cinque anni dalla notifica del verbale di accertamento si vede raggiunto da una cartella di pagamento.  Nessuno dubiterebbe, alla luce dell'attuale panorama giurisprudenziale (fra le tante, cfr., Cass.  15149/2005), che l'eccezione di prescrizione debba essere fatta valere nelle forme di cui all'art. 615, comma 1, cpc, innanzi al Giudice di Pace.

Potrebbe accadere, però, che Tizio, incurante della pretesa di pagamento, e confidando nell'altrui buon senso di non eseguire coattivamente un credito prescritto, decide di non proporre opposizione. A distanza di tempo, suo malgrado, viene aggredito da un provvedimento di fermo o (il che è lo stesso) da un'iscrizione ipotecaria; per modo che, costretto a reagire, decide di opporsi, facendo valere quella stessa eccezione di prescrizione che ben avrebbe potuto proporre prima,  avverso la cartella esattoriale.

E' evidente che il riparto di competenza tra tribunale e giudice di pace non può variare sol perché Tizio è rimasto inerte di fronte alla cartella di pagamento e, pertanto, anche in tal caso, l'opposizione va proposta nelle medesime forme ed innanzi allo stesso giudice di cui sopra. Viepiù: Tizio potrebbe addirittura attendere il pignoramento dei propri beni e, verificatasi tale evenienza, il giudice dell'esecuzione, adito per il provvedimento di sospensione, deve rimettere le parti, giusta l'art. 616 cpc, innanzi al giudice competente (per l'appunto, il giudice di pace) per la fase di merito.

Con il che si dimostra che, a prescindere dall'atto impugnato e dal momento in cui è proposta l'opposizione, la sentenza che decide sulla eccezione di prescrizione del credito deve essere sempre emessa dallo stesso organo giudicante, che, nell'esempio di cui sopra, si identifica nel Giudice di Pace.

- V -

Se si condivide la premessa che precede, è giocoforza ammettere che nella materia de qua, al pari di quanto accade per l'opposizione a cartella esattoriale, non può affermarsi una regola di competenza unica, dipendendo la stessa dai motivi fatti valere dall'opponente e, in ultima istanza, dall'oggetto del giudizio, a seconda che esso sia circoscritto alla mera "legittimità dell'atto" ovvero si estenda anche al "rapporto". Solo nel primo caso, vertendosi in materia di opposizione agli atti esecutivi, può affermarsi la competenza funzionale del Tribunale, mentre nel secondo, trovano applicazione gli ordinari criteri per materia e per valore previsti dal codice di rito e dalla legislazione speciale. Conseguentemente, nella specifica materia delle sanzioni amministrative per contravvenzioni stradali (che direttamente interessa la presente controversia), il giudizio di opposizione contro il provvedimento di fermo o di iscrizione ipotecaria segue i criteri di ripartizione della competenza già affermati in tema di impugnazione della cartella esattoriale; per  modo che devono ritenersi possibili le seguenti azioni: - a) l'opposizione ex art. 22 L. 689/81 (oggi ex art. 6 e 7 D.Lgs. 150/2011) innanzi al Giudice di Pace, nei casi in cui il provvedimento impugnato è emesso senza essere preceduto dalla notifica dell'ordinanza -ingiunzione o del verbale di accertamento di violazione del codice della strada - ovviamente, senza neppure la precedente notificazione della cartella di pagamento -, onde consentire all'interessato di recuperare l'esercizio  del mezzo di tutela previsto dalla legge con riguardo agli atti sanzionatori; ciò avviene, in particolare, allorché l'opponente, premesso di non aver mai ricevuto la notifica della cartella di pagamento o di altro atto dell'agente per la riscossione, contesti il contenuto del verbale che è da lui conosciuto per la prima volta e svolga, quindi, doglianze, riguardanti il merito della pretesa sanzionatoria, che non ha potuto contestare in precedenza;

- b) l'opposizione all'esecuzione ex art. 615, comma 1, cpc, allorquando si contesti la legittimità della iscrizione al ruolo e del conseguente provvedimento di fermo o di iscrizione ipotecaria per la  mancanza di un titolo legittimante (oltre agli esempi già svolti dell'annullamento in sede  giurisdizione del verbale di accertamento o dell'ordinanza ingiunzione, si pensi all'ipotesi in cui sia stato proposto ricorso al Prefetto ex art. 203 CdS e ciò nonostante la procedura esattoriale ha avuto inizio sulla base del verbale di accertamento) o si adducano fatti estintivi sopravvenuti alla formazione del titolo esecutivo (il pagamento o la prescrizione); con la conseguenza che essendo il  rimedio esperito prima dell'inizio dell'esecuzione (rectius, del pignoramento), giudice competente deve ritenersi, in applicazione del criterio dettato dall'art. 615, primo comma, cod. proc. civ., quello ritenuto idoneo dal legislatore a conoscere della sanzione, cioè quello stesso indicato dalla legge come competente per l'opposizione al provvedimento sanzionatorio;

- c) l'opposizione agli atti esecutivi, ai sensi dell'art. 617 cod. proc. civ., laddove ci si duole della ritualità formale del provvedimento di fermo o della cartella esattoriale o, ancora, si adducano vizi  di forma del procedimento di esecuzione esattoriale, compresi i vizi strettamente attinenti alla notifica degli atti.

- VI -

Ebbene, con riferimento alla fattispecie in esame (per la quale l'infrazione al codice della strada non è oggetto di contestazione) i rilievi svolti con riferimento all'infondatezza del credito ed alla sopravvenuta estinzione per prescrizione si configurano quali motivi di "opposizione all'esecuzione", ex art. 615 cpc, per i quali, vertendosi in materia di sanzioni amministrative per violazione al codice della strada, va affermata per le ragioni di cui sopra la competenza per materia del Giudice di Pace, innanzi al quale, pertanto, il processo dovrà essere riassunto.

Né la causa potrebbe essere radicata presso questo Tribunale in ragione della connessione  soggettiva dei procedimenti di opposizione (all'esecuzione ed agli atti esecutivi), dovendo ritenersi  consentito lo spostamento del processo innanzi al giudice superiore solo in ipotesi di competenza per valore (cfr., Cass. 16357/2010), laddove nella fattispecie in esame si verte in tema di competenza funzionale.

Da ultimo, è il caso di rilevare, che il rispetto del principio della ragionevole durata del processo impone, pur in difetto della presenza in questa sede dell'ente impositore (quale litisconsorte necessario, secondo l'orientamento di questo giudice già espresso in altri precedenti), di definire con immediatezza la proposta opposizione all'esecuzione.

- VII -

Vanno qualificati, invece, quali motivi di opposizione agli atti esecutivi, ex art. 617, i numerosi vizi  denunciati dall'attore rispetto alla regolarità della procedura esecutiva, ivi compresi quelli attinenti  alla notifica degli atti dell'agente per la riscossione.

Per vero, si legge in alcune massime giurisprudenziali che allorquando -come pure è dato riscontrare nel caso in esame - si contesti "la legittimità dell'iscrizione a ruolo per omessa notifica della stessa cartella" è ravvisabile un'opposizione all'esecuzione, ex art. 615 cpc (così ad esempio, Cass. 9180/06, per la quale, però, l'inciso testè trascritto non si ritrova nella parte motiva della sentenza). Sennonché è preferibile aderire al diverso insegnamento esplicitato in altre pronunce  della Suprema Corte, ove si afferma che la contestazione "dei vizi di forma del procedimento di esecuzione esattoriale, compresi i vizi strettamente attinenti la notifica della cartella" costituisce opposizione agli atti esecutivi (in tal senso, si veda, Cass. 15149/2005 e, in tempi più recenti, Cass. 4139/2010. In termini ancor più espliciti, si veda Cass. 9912/2001: "L'opposizione alla cartella  esattoriale emessa per la riscossione di una sanzione amministrativa, per mancato rispetto delle modalità della notifica, ai sensi degli artt. 25 e 26 d.P.R. 29 settembre 1973 n. 602, costituisce impugnazione per vizi formali, e perciò configura opposizione agli atti esecutivi"). Del resto, pacificamente nell'ambito delle procedure esecutive ordinarie i vizi relativi alla notifica del titolo esecutivo, del precetto o del pignoramento sono considerati vizi formali e, in quanto tali, rientrano nella sfera di operatività dell'art. 617 del codice di rito.

Ciò detto, la proposta opposizione va dichiarata inammissibile non essendovi prova del rispetto del termine di venti giorni previsto dall'art. 617 cpc: l'opponente, infatti, si è limitato a dedurre, senza  neppure dimostrarlo, di essere venuto a conoscenza del provvedimento di fermo "solo per caso, a seguito di segnalazioni pregiudizievoli nel circuito finanziario". In proposito, va in tal sede condiviso il principio di elaborazione giurisprudenziale, secondo il quale, nell'ipotesi in cui il contribuente, in difetto di conoscenza legale, sia venuto comunque a conoscenza dell'atto impugnato, eventualmente anche per propria iniziativa (dimostrando ciò con il fatto stesso della proposizione dell'opposizione), non può limitarsi ad allegare di avere avuto detta conoscenza, senza fornire la prova del momento in cui l'ha acquisita ai fini della dimostrazione della tempestività dell'opposizione, giacché ragionando in questi termini, risulterebbe vanificata la stessa prescrizione di perentorietà del termine previsto dall'articolo 617 (si veda, in proposito, Cass. 7051/2012). Le spese di lite, in ragione dell'obiettiva problematicità delle questioni trattate, possono essere integralmente compensate tra le parti.

P.Q.M.

Il Tribunale di Napoli, in composizione monocratica, in persona del Giudice, dott. Salvatore Di Lonardo, definitivamente pronunciando sulla domanda proposta da (......). contro Equitalia Sud spa, nel procedimento iscritto al n. 15331/2012 RG, ogni contraria istanza ed eccezione disattesa, così provvede:

- 1) dichiara inammissibile l'opposizione agli atti esecutivi;

- 2) dichiara la propria incompetenza per materia in relazione alla proposta opposizione all'esecuzione, per essere competente il giudice di pace e fissa per la riassunzione del processo il termine di mesi tre;

- c) compensa le spese di lite.

Così deciso in Napoli in data 20 dicembre 2013.

Depositata in Cancelleria il 20 dicembre 2013. 

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Corte d’Appello Lecce, Sez.Lavoro, sentenza n° 668/2014 - Prescrizione crediti e cartella esattoriale non opposta: no applicazione analogica art. 2953 cc - 14.03.2014 -

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Alla luce di un più approfondito esame della materia, non può che ritenere che solo il credito derivante da una sentenza passata in giudicato si prescrive entro il termine di dieci anni, per diretta applicazione dell’art. 2953 c.c. (che in quanto norma di carattere eccezionale, non può estendersi per analogia a casi semplicemente assimilabili), mentre, se la definitività del credito non deriva da un provvedimento giurisdizionale irrevocabile, vale il termine di prescrizione di cinque anni previsto dalla norma specifica (Cass. 10.12.2009 n. 25790)” (C. App., Sez. Lav., Sent. N. 668/2014 del 14/03/2014).

 

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

La Corte di Appello di Lecce – Sezione Lavoro

Sentenza 4 marzo 2013 – 14 marzo 2014, n. 668

 

 

Riunita in Camera di Consiglio e composta dai seguenti Magistrati:

 

1) Dott. Vittorio Delli Noci Presidente Rel.

 

2) Dott. Giuseppe Viggiani Consigliere

 

3) Dott.ssa Caterina Mainolfi Consigliere

 

ha emesso la seguente

 

SENTENZA

 

nella causa civile in materia di lavoro, previdenza ed assistenza, in grado di appello, iscritta al n. 249/2013 del Ruolo Generale, Sez. Lav. App., promossa

 

DA

 

EQUITALIA SUD S.p.a., già Equitalia E.TR S.p.a., in persona del suo Amministratore Delegato dott. B. Mineo, con sede in Roma, rappresentata e difesa dall’avv. ........., come da mandato in atti.

 

APPELLANTE

 

CONTRO

 

........., rappresentata e difesa dall’avv. ........., come da mandato in atti.

 

NONCHE’

 

I.N.P.S. e S.C.C.I. S.p.a., in persona dei rispettivi rappresentanti legali pro-tempore, rappresentati e difesi dall’avv. ........., come da procura generale alle liti indicata in atti.

 

APPELLATI

 

OGGETTO: Opposizione avverso intimazione di pagamento.

 

APPELLO avverso sentenza del Tribunale di Brindisi n. 4078/12 del 27.11.2012.

 

Alla udienza del 4.3.2014 la causa è stata decisa sulle conclusioni come in atti riportate.

 

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

 

Con ricorso depositato il 13.4.2011 ......... proponeva opposizione avverso la intimazione di pagamento relativa alla cartella esattoriale n. 024 2003 001462817000, notificata da Equitalia E.Tr. S.p.a. il 14.3.2003 per contributi dovuti all’INPS in relazione all’anno 2001.

 

A sostegno della opposizione, eccepiva la mancata notifica della cartella esattoriale e la prescrizione del credito vantato; concludeva per l’annullamento dell’atto opposto.

 

Si costituivano l’INPS, la S.C.C.I. S.p.a. ed Equitalia e contestavano la fondatezza della opposizione.

 

Il Tribunale di Brindisi, quale Giudice del Lavoro, con sentenza del 27.11.2012, ritenuta fondata l’eccezione di prescrizione, accoglieva la opposizione e, per l’effetto, annullava l’atto di intimazione opposto, compensando le spese.

 

Proponeva appello Equitalia Sud S.p.a., già Equitalia E.Tr. S.p.a., con ricorso depositato l’8.2.2013 e rilevava che, nella specie, i termini prescrizionali erano decennali, con la conseguenza che non si era verificata la prescrizione come riconosciuta dal giudice di primo grado.

 

Chiedeva, pertanto, in riforma della impugnata sentenza, il rigetto della opposizione come a suo tempo proposta.

 

Si costituiva la ......... con memoria depositata il 28.1.2014 e contestava la fondatezza dell’appello, del quale chiedeva l’integrale rigetto.

 

L’INPS e la S.C.C.I. S.p.a. resistevano.

 

Alla odierna udienza di discussione, la causa veniva decisa, sulla base delle conclusioni di cui in atti, come da separato dispositivo.

 

MOTIVI DELLA DECISIONE

 

L’appello è infondato.

 

Ed invero, alla fattispecie in esame va applicata la prescrizione quinquennale, così come correttamente ritenuto dal primo giudice.

 

La società appellante sostiene l’applicabilità della prescrizione decennale ex art. 2953 c.c., sul presupposto che i crediti vantati sarebbero portati da una cartella di pagamento non opposta, assimilabile – a suo dire – ad un giudicato civile.

 

In contrario, però, va rilevato che l’art. 2953 c.c. parla di “sentenza di condanna passata in giudicato”, alla quale non può assimilarsi la cartella di pagamento opposta.

 

In proposito, la S.C. ha affermati, in caso più o meno analogo, che “l’ingiunzione fiscale, in quanto espressione del potere di autoaccertamento e di autonomia della P.A., ha natura di atto amministrativo che cumula in sé le caratteristiche del titolo esecutivo e del precetto, ma è priva di attitudine ad acquistare efficacia di giudicato”, con la conseguenza della inapplicabilità dell’art. 2953 c.c. ai fini della prescrizione (Cass. 25.5.2007 n. 12263).

 

Questa Corte non ignora il proprio precedente citato dalla società Equitalia, ma, alla luce di un più approfondito esame della materia, non può che ritenere che solo il credito derivante da una sentenza passata in giudicato si prescrive entro il termine di dieci anni, per diretta applicazione dell’art. 2953 c.c. (che, in quanto norma di carattere eccezionale, non può estendersi per analogia a casi semplicemente assimilabili), mentre, se la definitività del credito non deriva da un provvedimento giurisdizionale irrevocabile, vale il termine di prescrizione di cinque anni previsto dalla norma specifica (Cass. 10.12.2009 n. 25790).

 

Ogni altra questione rimane assorbita.

 

Le spese del presente grado di giudizio sostenute dalla ......... vanno accollate alla società appellante, con distrazione.

 

Le spese verso l’INPS e la S.C.C.I. S.p.a. vanno compensate, anche in considerazione del fatto che gli enti suindicati si sono costituiti il giorno prima dell’udienza.

 

P.Q.M.

 

La Corte di Appello di Lecce – Sezione Lavoro;

 

Visto l’art. 427 c.p.c.;

 

definitivamente pronunciando sull’appello proposto con ricorso dell’8.2.2013 da Equitalia Sud S.p.a. nei confronti di ........., dell’INPS e della S.C.C.I. S.p.a. avverso la sentenza del 27.11.2012 del Tribunale di Brindisi, così provvede:

 

Rigetta l’appello,

 

Condanna la società appellante al pagamento, in favore della ........., delle spese di questo grado, liquidate in € 1.100,00 ex D.M. n. 140/12, oltre accessori come per legge, con distrazione in favore dell’avv. ..........

 

Così deciso in Lecce il 4.3.2013.

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Corte di Cassazione 6395/2014 - estratto ruolo - impugnabilità - insussistenza - 19.03.2014. -

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La Corte di Cassazione torna ad occuparsi dell’impugnabilità dell’estratto ruolo,  contraddicendo quanto stabilito dalla recentissima sentenza 2248/14, del 03 febbraio 2014.  In particolare, la Suprema Corte ha stabilito che: “l’estratto di ruolo, che e' atto interno all'Amministrazione, non puo' essere oggetto di autonoma impugnazione, ma deve essere impugnato unitamente all'atto impositivo, notificato di regola con la cartella nella quale il ruolo viene trasfuso, in difetto non sussistendo un interesse concreto e attuale del contribuente, ex art. 100 c.p.c., ad instaurare una lite tributaria, che non ammette azioni di accertamento negativo del tributo (Cass. 66010/13); e cio', perfino nel caso in cui l'estratto di ruolo sia notificato di seguito alla cartella di pagamento, e non in luogo di essa, atteso che detto atto non esprime una pretesa tributaria autonoma da quella portata dalla cartella, sulla quale soltanto si fonda l'azione esecutiva (Cass. 1837/10”. )

 

 

Suprema Corte di Cassazione - Sezione Tributaria

Sentenza del 19 marzo 2014, n. 6395

 

 

Ritenuto in fatto

 

 

 1. La societa' A. s.p.a. proponeva separati ricorsi, in data 9.4.08 e 26.9.08, alla CTP di Verona avverso il ruolo ordinario e la cartella di pagamento, emessi dall'Ufficio per la riscossione della somma di ? 320.082,06, relativa ad IRPEG, IRAP ed IVA per l'anno 2003, nonche' a spese giudiziarie per l'anno 2007.

2. La Commissione Tributaria adita, riuniti i ricorsi, li respingeva, condannando la ricorrente alle spese di lite.

 

3. L'appello proposto dalla contribuente avverso la decisione di primo grado veniva, altresi', disatteso dalla CTR del Veneto con sentenza n. 82/15/10, depositata il 3.5.10, con la quale il giudice di seconde cure riteneva correttamente effettuata la notifica della cartella di pagamento, nonche' insussistenti i vizi della stessa denunciati dall'appellante.

 

3.1. Con la stessa pronuncia veniva, del pari, rigettato l'appello incidentale condizionato, proposto da E.N. s.p.a., con il quale veniva riproposta la questione concernente il difetto di legittimazione passiva dell'ente, gia' disattesa dal giudice di primo grado.

 

4. Per la cassazione della sentenza n. 82/15/10 ha proposto, quindi, ricorso la A. s.p.a. articolando sei motivi, illustrati, altresi', con memoria ex art. 378 c.p.c. E.Nord s.p.a., gia' E.N. s.p.a., ha replicato con controricorso, contenente, altresi', ricorso incidentale condizionato affidato ad un solo motivo. L'Agenzia delle Entrate - del pari evocata in giudizio dallacontribuente - non ha svolto attivita' difensiva.

 

 Considerato in diritto

 

 1. Con il primo motivo di ricorso, la A. s.p.a. denuncia la violazione e falsa applicazione degli artt. 26 d. P.R. n. 602/73, 112 c.p.c., 2697 c.c., in relazione all'art. 360 n. 3 c.p.c., nonche' l'omessa o insufficiente motivazione su un punto decisivo della controversia, in relazione all'art. 360 n. 5 c.p.c.

 

1.1. Avrebbe, invero, errato la CTR, a parere della ricorrente, nel ritenere - a fronte della incontestata circostanza che il plico raccomandato, contenente la cartella di pagamento era stato consegnato all'ufficiale postale direttamente da E.N. s.p.a., agente della riscossione, e non da alcuno dei soggetti autorizzati, a norma dell'art. 26, co. 1 d.P.R. 602/73 - che

 

l'Amministrazione avesse adempiuto l'onere di provare la ritualita' della notifica dell'atto in questione; notificazione, nella specie, da considerarsi invalida, atteso che la consegna del plico all'ufficio postale, per la spedizione, era stata effettuata da soggetto non legittimato per legge.

 

1.2. In ogni caso, dal momento che la seconda parte del co. 1 della norma di cui all'art. 26 d.P.R. 602/73 adopera - anche con riferimento alla modalita' alternativa di notifica della cartella di pagamento costituita dall'invio mediante raccomandata con avviso di ricevimento - il termine "notifica" ("la notifica puo' essere seguita anche mediante invio di raccomandata..."), sarebbe stato necessario che la consegna all'ufficiale postale fosse effettuata da uno dei soggetti previsti dalla prima parte della stessa disposizione come abilitati alla notifica dell'atto (ufficiali della riscossione o altri soggetti abilitati dal concessionario, messi comunali o agenti della polizia municipale, previa convenzione tra comune e concessionario). Diversamente opinandosi, infatti, - a parere della A s.p.a. - la consegna all'ufficiale postale del plico contenente la cartella di pagamento da parte di un soggetto diverso dai soggetti legittimati alla notificazione previsti per legge, non consentirebbe, in difetto di una relata di notifica, di verificare la legittimazione alla notifica del soggetto agente.

 

Ed e' indubitabile che gli ufficiali della riscossione - nominati dal concessionario, a norma dell'art. 42 del d.lgs. n. 112/99 - ed abilitati alla notifica della cartella ex art. 26 d.P.R. 602/73, siano soggetti diversi dal concessionario della riscossione, il quale non e' ricompreso tra coloro che sono legittimati alla notifica della cartella, ai sensi dell'art. 26 cit.

 

1.3. Ne discenderebbe, che essendo stata - nel caso concreto - la spedizione della cartella effettuata da un soggetto(direttamente il concessionario E.Noraos), non previsto dalla legge, la notifica dell'atto, contrariamente all'assunto della CTR, sarebbe da considerarsi giuridicamente inesistente.

 

1.4. Il motivo e' infondato.

 

1.4.1. A norma dell'art. 26 d.P.R. 602/73, infatti, la notificazione puo' essere eseguita "anche mediante invio" diretto dell'atto mediante lettera raccomandata con avviso di ricevimento, nel qual caso la notifica si perfeziona con la ricezione da parte del destinatario, alla data risultante dall'avviso di ricevimento, senza necessita' di redigere un'apposita relata di notifica(Cass. 14327/09). L'accertamento circa la coincidenza tra la persona cui la cartella e' destinata e quella cui e' consegnata e', difatti, di competenza esclusiva dell'ufficiale postale, che vi provvede con un atto (l'avviso di ricevimento della raccomandata) assistito dall'efficacia probatoria di cui all'art. 2700 c.c., avendo natura di atto pubblico (Cass. 11708/11).

 

E, non a caso, il penultimo comma del citato art. 26, dispone che il concessionario e' obbligato a conservare per cinque anni la matrice o la copia della cartella con la relazione dell'avvenuta notificazione o l'avviso di ricevimento, in ragione della forma di notificazione prescelta, al fine di esibirla su richiesta del contribuente o dell'Amministrazione. In tale ultima ipotesi, pertanto, e' l'avviso di ricevimento a garantire l'esatta individuazione del destinatario dell'atto, tenendo luogo della notifica di cui alla prima parte del citato art. 26, ed a fare fede della sua spedizione da parte del soggetto legittimato, che in tal caso e' direttamente il concessionario, agente della riscossione (Cass. 11708/11).

 

1.4.2. Il fatto che, nel caso concreto, a consegnare la cartella all'ufficiale postale sia stato un soggetto, ossia direttamente l'agente della riscossione (il concessionario, gia' esattore), e non l'ufficiale della riscossione da questi nominato (o altro soggetto abilitato dal succitato art. 26, co. 1, prima parte), non rileva, dunque, in alcun modo ai fini della validita' della notifica della cartella, posto che tale modalita' di notifica a mezzo posta - alternativa a quella di cui alla prima parte dell'art. 26, co. 1, cit., questa si' di competenza esclusivamente dei soli soggetti ivi indicati - resta del tutto affidata al concessionario stesso, che puo' darvi corso nelle modalita' ritenute piu' opportune, nonche' all'ufficiale postale. E', per vero, quest'ultimo a garantire - come dianzi detto -, dandone atto nell' avviso di ricevimento, che la notifica sia stata effettuata su istanza del soggetto legittimato, a prescindere da colui che gli abbia materialmente consegnato il plico, e che vi sia effettiva coincidenza tra il soggetto cui la cartella e' destinata e quello cui essa e', in concreto, consegnata.

 

1.4.3. Del tutto irrilevante, pertanto, - come corretta- mente ritenuto dalla CTR - e' il fatto che il concessionario, agente della riscossione, non sia inserito nel novero dei soggetti indicati dalla prima parte del co. 1 della disposizione succitata (ufficiali della riscossione, soggetti da questi abilitati, messi comunali e agenti della polizia municipale), considerato che la norma non prevede affatto - in caso di opzione, da parte del concessionario della riscossione, per la notifica a mezzo posta - che la consegna all'ufficiale postale debba essere necessariamente effettuata da determinati soggetti, ed in particolare da quelli suindicati.

 

1.4.4. Il motivo in esame deve, di conseguenza, essere rigettato.

 

2. Con il secondo, terzo e sesto motivo di ricorso - che, per la loro evidente connessione, vanno esaminati congiuntamente - la A s.p.a. denuncia la violazione e falsa applicazione degli artt. 19, co. 1, lett. d) e 21, co. 1 d.lgs. 546/92, 12, co. 3 d.P.R. 602/73, 112 c.p.c. e 24 Cost., in relazione all'art. 360 nn. 3 e 4 c.p.c.

 

2.1. La CTR, a parere della ricorrente, avrebbe, invero, omesso del tutto di pronunciarsi sulla illegittimita' del ruolo, in quanto emesso in violazione del disposto di cui all'art. 12, co. 3 del d.P.R. 602/73, poiche' mancante dell'indicazione del codice fiscale della societa' contribuente, del riferimento al precedente atto di accertamento, e di una - sia pur minima - motivazione in ordine alla pretesa fiscale iscritta a ruolo.

 

2.2. Il giudice di appello sarebbe, dipoi, incorso nella violazione e/o falsa applicazione degli artt. 19, co. 1, lett. d) e 21, co. 1 del d.lgs n. 546/92, avendo - sulla base di un'inesatta interpretazione di tali disposizioni - escluso la necessita' della notifica del ruolo nella sua interezza, oltre che della relativa cartella di pagamento.

 

2.3. Sarebbe, infine, incorsa nella violazione della disposizione di cui all'art. 24 Cost. la CTR, laddove - con motivazione del tutto incongrua - avrebbe escluso l'incidenza della mancata notifica del ruolo sul diritto di difesa della societa'contribuente.

 

2.4. Tali censure sono infondate.

 

2.4.1. Va anzitutto rilevato, infatti, che la CTR non aveva obbligo alcuno di pronunciarsi sui pretesi vizi del ruolo, essendo stata notificata alla A s.p.a. la relativa cartella di pagamento, impugnata dalla medesima unitamente al ruolo, ai sensi dell'art. 19, co. 1, lett. d) d.lgs. 546/92.

 

2.4.1.1. Va - per vero - osservato, con riguardo agli atti impugnabili ex art. 19 cit., che i ruoli sono atti interni dell'amministrazione, i cui vizi solo eccezionalmente, in base a norme specifiche (ad es., art. 17 del d.P.R. n. 602/73, che stabilisce i termini di decadenza entro i quali i ruoli devono diventare esecutivi), ovvero quando i relativi estratti siano notificati al contribuente in luogo della cartella, ed assumano, quindi, la natura di atti impositivi (cfr., in tal senso, Cass. 724/10), si riverberano sul rapporto tributario individuale; e, pertanto, solo in tali casi si rendono impugnabili. La cartella esattoriale costituisce, per converso, l'atto impositivo attraverso il quale il contribuente assume contezza dell'iscrizione a ruolo ed i cui vizi comportano l'illegittimita' della pretesa tributaria, con la conseguenza che e' avverso di essa che va rivolta, di regola, l'impugnazione (cfr. Cass. 139/04; 4301/05).

 

2.4.1.2.  In via di principio, dunque, l'estratto di ruolo, che e' atto interno all'Amministrazione, non puo' essere oggetto di autonoma impugnazione, ma deve essere impugnato unitamente all'atto impositivo, notificato di regola con la cartella nella quale il ruolo viene trasfuso, in difetto non sussistendo un interesse concreto e attuale del contribuente, ex art. 100 c.p.c., ad instaurare una lite tributaria, che non ammette azioni di accertamento negativo del tributo (Cass. 66010/13); e cio', perfino nel caso in cui l'estratto di ruolo sia notificato di seguito alla cartella di pagamento, e non in luogo di essa, atteso che detto atto non esprime una pretesa tributaria autonoma da quella portata dalla cartella, sulla quale soltanto si fonda l'azione esecutiva (Cass. 1837/10). Per tali ragioni, pertanto, non appare condivisibile l'assunto di una recente pronuncia di questa Corte (Cass., ord. n. 2248/14), secondo cui la mera consegna da parte di un dipendente dell'Ufficio di una copia dell'estrattodi ruolo, non seguita dalla formale notifica del ruolo in luogo della cartella, potrebbe legittimare l'impugnativa da parte del contribuente. E' evidente, infatti, che, in tale evenienza, il ruolo resta pur sempre un atto interno all'Ufficio e non puo' acquisire la veste giuridica di un vero e proprio atto impositivo.

 

2.4.1.3. In definitiva, dunque, l'estratto di ruolo potra' essere impugnato in quelle sole ipotesi in cui - per espresse previsioni normative - esso venga ad incidere direttamente sul rapporto tributario individuale, ovvero allorquando venga ad essere notificato al contribuente da solo, in luogo della cartella di pagamento, assumendo, in tal modo, la natura di un atto impositivo autonomamente impugnabile. Ma nessuna delle due evenienze si e' verificata nel caso concreto, con la conseguenza, che non puo' ravvisarsi, nella specie, un obbligo per la CTR di pronunciarsi autonomamente sui pretesi vizi del ruolo, trasfuso nella cartella di pagamento regolarmente notificata alla A. s.p.a.

 

2.4.2. Di conseguenza, essendo la cartella il veicolo per far valere in giudizio i vizi dell'iscrizione a ruolo, quest'ultimo - contrariamente a quanto sostenuto dalla ricorrente, non va notificato autonomamente, come si evince dal disposto dell'art. 21, co. 1, seconda parte del d.lgs. 546/92, a tenore del quale "la notificazione della cartella di pagamento vale anche come notificazione del ruolo".

 

2.4.3. Quanto alla dedotta violazione del disposto di cui all'art. 24 Cost., va osservato che la possibilita' di impugnazione della cartella esattoriale, ritualmente notificata alla contribuente, e di far valere mediante la stessa i vizi dell'iscrizione a ruolo (Cass. S.U. 14472/02), vale di certo - fatte salve specifiche ipotesi, non ricorrenti nella specie - ad escludere una negativa incidenza sul diritto di difesa del contribuente che - stando alla formulazione del presente motivo di ricorso - deriverebbe dalla mera omessa notifica integrale anche del ruolo. Il che, del resto, si desume dalla disposizione dall'art. 19, co. 1, lett d) d.lgs 546/92 che prevede, non a caso, l'impugnazione congiunta dei due atti (Cass. 139/04). D'altro canto, la ricorrente non ha neppure dedotto - in conformita' al principio di autosufficienza del ricorso - quale concreto vulnus del proprio diritto di difesa sia ad essa derivato dalla mancata notifica integrale del solo ruolo, essendole stata notificata ritualmente la relativa cartella di pagamento, completa di tutti gli elementi, ivi compresa - come detto - l'indicazione del responsabile del procedimento.

 

2.5. I motivi suesposti vanno, pertanto, rigettati.

 

3. Con il quarto motivo di ricorso, la A. s.p.a.

 

denuncia la violazione e falsa applicazione degli artt. 25, co. 2 del d.P.R. n. 602/73, in relazione all'art. 360 n. 3 c.p.c., nonche' l'omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione su un punto decisivo della controversia, in relazione all'art. 360 n. 5 c.p.c.

 

3.1. La CTR non avrebbe, invero, indicato le ragioni per le quali abbia ritenuto di disattendere l'eccezione della contribuente, relativa al fatto che le somme indicate nella cartella di pagamento non troverebbero specifica indicazione nel ruolo. Quest'ultimo, infatti, conterrebbe cumulativamente l'indicazione di ventinove partite tra le quali, secondo la CTR - la quale, pero', non avrebbe adeguatamente esposto le ragioni del proprio convincimento al riguardo - sarebbe ricompresa anche la partita di pertinenza della A. s.p.a.

 

3.2. La mancata specifica indicazione di tale partita nel ruolo comporterebbe, pertanto, ad avviso della ricorrente, la nullita' della cartella di pagamento ai sensi dell'art. 25, co. 2 d.P.R. 602/73, per l'impossibilita' della stessa di contenere - come previsto dalla norma - l'intimazione ad adempiere lo stesso obbligo risultante dal ruolo.

 

3.3. La censura e' infondata per le medesime ragioni in precedenza esposte.

 

3.3.1. La cartella, quale atto che porta a conoscenza del contribuente l'iscrizione a ruolo del tributo, e che - salvi i casi suindicati - e' l'unico atto a poter costituire oggetto di impugnazione, non puo' di certo essere inficiata per il mero fatto che non sia, in tutto e per tutto conforme al ruolo, costituente atto interno che non esprime una pretesa tributaria autonoma da quella portata dalla cartella, sulla quale soltanto si fonda l'azione esecutiva. E' quest'ultima, per vero, a costituire l'unico valido veicolo processuale per impugnare i vizi propri del ruolo (Cass. 1630/08; 6610/13), tra i quali non puo', di certo, annoverarsi il fatto che esso - in special modo se riferito a piu' partite relative a diversi contribuenti - sia piu' generale ed onnicomprensivo rispetto alla cartella, che individualizza la pretesa fiscale in relazione al singolo, specifico, contribuente, dando attuazione e concretezza alle previsioni generali del ruolo.

 

3.3.2. Il motivo in esame non, puo', pertanto, che essere rigettato.

 

4. Con il quinto motivo di ricorso, la A. s.p.a.

 

denuncia la violazione e falsa applicazione dell'art. 7, co. 2, lett. a) della l. n. 212/00, in relazione all'art. 360 n. 3 c.p.c., nonche' l'omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione su un punto decisivo della controversia, in relazione all'art. 360 n. 5 c.p.c.

 

4.1. La CTR sarebbe incorsa nella violazione della norma succitata, avendo escluso - peraltro con motivazione del tutto insufficiente ed incongrua - che la mancata indicazione del responsabile del procedimento, nel ruolo oggetto di impugnativa da parte del contribuente, potesse tradursi in nullita' dell'iscrizione a ruolo. E questo per il solo fatto che il nominativo in parola era, per contro, regolarmente inserito nella relativa cartella di pagamento.

 

4.2. Il motivo e' infondato.

 

4.2.1. Ed invero, perfino con riferimento alla cartella esattoriale - costituente, come dianzi detto, l'unico atto esecutivo a rilevanza esterna - si e', invero, affermato che la cartella che ometta di indicare il responsabile del procedimento, se riferita a ruoli consegnati (come nel caso concreto) agli agenti della riscossione in data anteriore al 1° giugno 2008, pur essendo inviolazione dell'art. 7, co. 2, lett. a) della l. n. 212/00, non e' affetta ne' da nullita', atteso che l'art. 36, co. 4-ter, del d.l. n. 248/07 (convertito dalla l. n. 31/08), ha previsto tale sanzione solo in relazione alle cartelle riferite ai ruoli consegnati agli agenti della riscossione a decorrere dal 1° giugno 2008, e neppure dal meno grave vizio della annullabilita'. Cio' in quanto la disposizione di cui all'art. 7 della l. n. 212/00 e' priva di sanzione, e la violazione in parola non incide direttamente sui diritti costituzionali del destinatario.

 

Puo' aggiungersi che, laddove si ritenga tale norma applicabile alla fattispecie concreta, potrebbe anche trovare applicazione - secondo alcune pronunce di questa Corte - l'art. 21 octies della l. n. 241/90, il quale, allo scopo di sanare con efficacia retroattiva tutti gli eventuali vizi procedimentali non influenti sul diritto di difesa, prevede la non annullabilita' del provvedimento adottato in violazione di norme sul procedimento o sulla forma degli atti, qualora, per la natura vincolata del provvedimento, come nel caso della cartella esattoriale, il suo contenuto dispositivo non avrebbe potuto essere diverso da quello in concreto adottato (cfr. Cass.S.U. 11722/10; Cass. 4516/12).

 

4.2.2. E' di chiara evidenza, pertanto, che, a fortiori, siffatta omessa indicazione del responsabile del procedimento nel solo ruolo non puo' ritenersi pregiudizievole per il contribuente, e tale, quindi, da indurre la nullita' dell'iscrizione a ruolo, laddove nella cartella sia fatta, invece, - come nella specie - regolare menzione del responsabile del procedimento.

 

4.3. La censura va, di conseguenza disattesa.

 

5. Per tali ragioni, dunque, il ricorso principale proposto dalla A. s.p.a. deve essere integralmente rigettato, restandone assorbito il ricorso incidentale condizionato proposto dalla E.Nord s.p.a., e con il quale la medesima ripropone la questione concernente il difetto di legittimazione passiva dell'ente, disattesa dai giudici di prime e seconde cure.

 

6. Le spese del presente giudizio di legittimita' seguono la soccombenza, nella misura di cui in dispositivo.

 

P.Q.M.

 

 Rigetta il ricorso principale proposto dalla A. s.p.a., assorbito il ricorso incidentale della E.Nord s.p.a.; condanna la ricorrente principale alle spese del presente giudizio, che liquida in ? 16.000,00, oltre ad ? 200,00 per esborsi ed accessori di legge.

 

 

 

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