Corte di Cassazione Ordinanza n. 6837/2022 – Cartelle esattoriali - Impugnabilità dell’estratto ruolo esattoriale – 02.03.2022 .

La Corte di Cassazione, con l’Ordinanza in esame, nonostante la recente normativa introdotta, che prevede la non impugnabilità dell’estratto ruolo esattoriale, in attesa della decisione della Corte Costituzionale, ha ritenuto l’estratto ruolo esattoriale impugnabile, in particolare, ha ribadito: “L'estratto di ruolo è atto interno all'Amministrazione da impugnare unitamente all'atto impositivo, notificato di regola con la cartella di pagamento, perché solo da quel momento sorge l'interesse ad instaurare la lite ex art. 100 c.p.c., salvo il caso in cui il ruolo e la cartella non siano stati notificati: ipotesi in cui, non potendo essere compresso o ritardato l'esercizio del diritto alla…

Corte di Cassazione Ordinanza n. 24632/2020 – ritardo o cancellazione volo aereo – richiesta pagamento compensazione pecuniaria e risarcimento del danno -competenza del giudice adito – 05.11.2020 –

Importante Ordinanza della Corte di Cassazione, relativa alla competenza e alla giurisdizione del giudice adito, in materia di compensazione pecuniaria e risarcimento danni subiti a causa del ritardo e/o della cancellazione dei voli aerei. In particolare, la Suprema Corte, richiamando una importante sentenza della Corte di Giustizia Europea, ha precisato che le due domande sono soggette ciascuna alla competenza di un giudice diverso. La domanda di pagamento dell'indennizzo previsto dal Regolamento 261/04 è soggetta alle regole di giurisdizione e di competenza "ordinarie", stabilite dal Regolamento 1215/12. Mentre la domanda di risarcimento del danno da inadempimento contrattuale è soggetta,…

Corte di Cassazione Ordinanza n. 40627/2021 – verbale di contestazione -tutor -in caso di contestazione la prova dell’omologazione spetta all’amministrazione -17.12.2021 -

Con l’Ordinanza in esame la Corte di Cassazione ha accolto il ricorso di un automobilista, ribadendo il principio enunciato dalla Corte costituzionale: “con il principio di diritto più volte enunciato da questa Corte, la quale ha chiarito che in presenza di contestazione da parte del soggetto sanzionato spetta all'Amministrazione la prova positiva dell'iniziale omologazione e della periodica taratura dello strumento”. CORTE DI CASSAZIONE II SEZIONE CIVILE ORDINANZA N. 40627 Anno 2021 Presidente: ORILIA LORENZO Relatore: GRASSO GIUSEPPE Data pubblicazione: 17/12/2021 la seguente ORDINANZA sul ricorso 31922-2018 proposto da: B. M., rappresentato e difeso dall'avvocato D. S., giusta delega in…

Corte di Cassazione Sezioni Unite Civili Sentenza n. 10012/2021 – validità notifica in caso di irreperibilità temporanea – non basta la prova della spedizione - è necessaria la prova dell’avviso di…

La Corte di Cassazione a Sezioni Unite, con la sentenza in esame ha, finalmente, risolto il contrasto interpretativo esistente sulla questione all’interno della giurisprudenza di legittimità, che vedeva contrapposte due diversi indirizzi sulla procedura notificatoria degli atti impositivi, in particolare sull’applicazione dell art. 8, legge 890/1982. Il massimo Collegio di legittimità ha “ cestinato” l’orientamento che afferma che ai fini della prova del perfezionamento della notifica postale diretta in caso di assenza temporanea del destinatario, è sufficiente che l’Ente impositore notificante produca in giudizio l’avviso di ricevimento della raccomandata contenente l’atto notificando, con…

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Corte di Cassazione n. 11141/2015 – riparto di giurisdizione in materia di esecuzione esattoriale – 29.05.2015.

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Le Sezioni Unite hanno più volte affrontato e risolto la questione relativa al riparto di giurisdizione in materia di opposizione ad esecuzione esattoriale affermando che in caso di opposizione a più cartelle esattoriali o ad unica cartella che si fondi su una pluralità di pretese, alcune delle quali di natura tributaria ed altre di natura diversa, ove l’impugnazione sia stata proposta congiuntamente, senza distinguere la natura dei crediti, innanzi al giudice ordinario, questi deve trattenere la causa innanzi a sé in relazione ai crediti d’imposta non tributari, e rimettere la causa innanzi al giudice tributario per la parte in cui il provvedimento si riferisce a crediti di competenza di quest’ultimo (da ultimo Cass. S.U. n. 15425 del 2014, in precedenza Cass. n. 14831 del 2008).

Presidente Salmè – Relatore Rubino

 

SENTENZA

sul ricorso 27073-2013 proposto da:

EQUITALIA SUD SPA ….., in persona della sua procuratrice speciale M. M., considerata domiciliata ex lege in ROMA, presso la CANCELLERIA DELLA CORTE DI CASSAZIONE, rappresentata e difesa dall'avvocato G. C. giusta procura a margine del ricorso;

- ricorrente -

contro

S. A.;

- intimata –

avverso la sentenza n. 245/2013 della CORTE D'APPELLO DI LECCE SEZ.DIST. DI TARANTO, depositata il 27/05/2013 R.G.N. 488/2011;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica

udienza del 12/02/2015 dal Consigliere Dott. LINA RUBINO;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore

Generale Dott. ROSARIO GIOVANNI RUSSO che ha concluso  per la rimessione alla Sezioni Unite ex art. 374 cpc.

I fatti

Nel 2008 S.A. proponeva opposizione all’esecuzione davanti al Tribunale di Taranto, sezione distaccata di Manduria, avverso sette intimazioni di pagamento notificatele da Equitalia Pragma s.p.a., adducendo la mancata notifica delle cartelle presupposte ed eccependo la prescrizione del debito. Equitalia costituendosi eccepiva preliminarmente il difetto di giurisdizione del giudice ordinario, trattandosi di pretese di natura tributaria.

Il Tribunale di Taranto con sentenza n. 164 del 2011 accoglieva l’opposizione, dichiarando l’inesistenza delle cartelle di pagamento opposte, con conseguente inefficacia dei successivi atti.

In appello, Equitalia ribadiva preliminarmente il difetto di giurisdizione del g.o. adito per appartenere la giurisdizione, in relazione ad intimazioni aventi ad oggetto (quasi tutte) il mancato pagamento di tributi, al giudice tributario; ribadiva comunque la già formulata eccezione di inammissibilità della opposizione, inquadrabile nell’ambito delle opposizioni agli atti esecutivi ma proposta oltre il termine dei venti giorni, e nel merito insisteva per la validità della notifica delle cartelle e per la piena valenza probatoria degli estratti di ruolo.

La Corte d’Appello di Lecce, con la sentenza qui impugnata, rigettava l’eccezione di difetto di giurisdizione, ritenendo che la produzione in giudizio degli estratti di ruolo non fosse idonea a fornire alcuna prova della natura dei crediti azionati e confermava la sentenza impugnata. Equitalia Sud s.p.a., quale cessionaria del ramo d’azienda di Equitalia Pragma s.p.a., propone ricorso articolato in sette motivi per la cassazione della sentenza n. 245 del 2013 della Corte d’Appello di Lecce – sezione distaccata di Taranto, nei confronti di S.A. . La S. , benché regolarmente intimata, non ha svolto attività difensive.

Le ragioni della decisione.

Con il primo motivo di ricorso la ricorrente lamenta la violazione e falsa applicazione dell’art. 112 c.p.c., in relazione all’art. 360 primo comma n. 4 c.p.c., avendo il giudice del merito omesso di pronunciarsi su tutta la domanda, ed in particolare sulla eccezione preliminare di inammissibilità della opposizione per violazione dell’art. 617 c.p.c. formulata sia in primo grado che in appello (richiama in ossequio al principio di autosufficienza, gli atti processuali nei quali l’eccezione fu formulata e ne riproduce il contenuto). Ribadisce che qualora il contribuente intenda muovere doglianze avverso la regolarità formale dell’atto impugnato quali il vizio di notificazione dell’atto presupposto o la mancanza dei requisiti, deve agire nelle forme dell’art. 617 c.p.c. rispettando il termine perentorio per proporre opposizione. Nel caso di specie, evidenzia che il ricorso è stato depositato il 3.7.2008 mentre le intimazioni di pagamento erano state notificate in data 15.5.2008.

Con il secondo motivo la ricorrente deduce la violazione e falsa applicazione degli artt. 615 e 617 in relazione all’art. 360, n. 3 c.p.c. ovvero lamenta che il giudice di appello, non avendo correttamente inquadrato le opposizioni proposte come agli atti esecutivi, ha poi omesso di verificarne la tempestività.

Con il terzo motivo di ricorso, la ricorrente lamenta la violazione e falsa applicazione dell’art. 57 del d.P.R. n. 602 del 1973, in relazione all’art. 360 n. 3 c.p.c.. La ricorrente sostiene che, delle sette cartelle oggetto di opposizione, quasi tutte erano relative all’omesso pagamento di tributi: per queste cartelle i giudici di merito avrebbero dovuto rilevare, in sede di verifica preliminare di ammissibilità, che l’opposizione non rientrava nei limiti fissati dall’art. 57 del d.P.R. n. 602 del 1973 ( in base al quale non sono ammissibili in materia di entrate tributarie, le opposizioni all’esecuzione tranne quelle relative alla pignorabilità dei beni e parimenti non sono ammissibili le opposizioni ex art. 617 c.p.c., relative alla regolarità formale e alla notificazione del titolo esecutivo). Deduce che, esaminando invece nel merito le opposizioni, il giudice ordinario abbia violato i limiti di riparto della giurisdizione, rimessa alle Commissioni tributarie in ordine a tutte le controversie aventi oggetto tributi di ogni genere e specie, in violazione anche dell’affermazione contenuta in S.U. n. 23667 del 2009, secondo la quale “L’inammissibilità delle opposizioni all’esecuzione e agli atti esecutivi, sancita dall’ari, 57 del d.P.R. n. 602 del 1973, riguarda, secondo quanto disposto dall’art. 29 della legge n. 46 del 1999, soltanto le entrate tributarie, per le quali la tutela giudiziaria è affidata, ai sensi dell’art. 2 del d.lgs. n. 546 del 1992, alle Commissioni tributarie“.

Con il quarto motivo la ricorrente deduce la violazione e falsa applicazione degli artt. 2697 c.c. e 115 c.p.c. in relazione all’art. 360 n. 3 c.p.c.. Con questo motivo attacca la sentenza di secondo grado laddove ha affermato che non c’è prova sul contenuto delle cartelle (e sulla scorta di questo difetto di prova la corte territoriale ha rigettato l’eccezione di difetto di giurisdizione).

Con il quinto motivo di ricorso si denuncia la violazione e falsa applicazione degli artt. 2 e 19 del d.lgs. n. 546/1992 in relazione all’art. 360, n. 1 c.p.c.. La ricorrente sostiene che ha errato in diritto la sentenza impugnata, laddove ha rigettato l’eccezione di difetto di giurisdizione tempestivamente sollevata, violando il disposto dell’art. 2 del d.lgs. n. 546 del 1992 (che, nel delimitare la giurisdizione tributaria, statuisce che appartengono ad essa tutte le controversie aventi ad oggetto tributi di ogni genere e specie comunque denominati) in combinato disposto con l’art. 19 dello stesso d.lgs. (che, nell’elencare gli atti impugnabili dinanzi alla commissione tributaria (che nell’elencare gli atti impugnabili dinanzi alla commissione tributaria enumera tra gli altri il ruolo, la cartella di pagamento, e l’avviso di mora).

Con il sesto motivo la ricorrente si duole della violazione e falsa applicazione dell’art. 2718 c.c. e degli artt. 24, 25 e 49 d.P.R. n. 602 del 1973, dell’art. 5 comma 5 del d.l. 31 dicembre 1996 n. 669 e degli artt. 1 e 6 del d.m. n. 321 del 1999 in relazione all’art. 360 n. 3 c.p.c.. Sostiene che la sentenza impugnata ha errato anche laddove ha negato valenza probatoria agli estratti di ruolo prodotti da Equitalia (unitamente alle relate di notifica delle cartelle opposte) per provare che le cartelle erano, in massima parte, relative a pretese tributarie.

Infine, con il settimo motivo, la ricorrente denuncia la violazione e falsa applicazione degli artt. 21 d.lgs. n. 546/92, 2700 c.c., 26 del d.P.R. n. 602 del 1973, 24 del d.lgs n. 46 del 1999 e 22 della legge n. 689 del 1981 in relazione all’art. 360, primo comma, n. 5 c.p.c.. La ricorrente deduce che la sentenza impugnata sarebbe altresì errata non avendo valutato un fatto decisivo per la decisione, che ha costituito oggetto di discussione nel corso del giudizio, omettendo di prendere in esame tutta la documentazione versata in atti dalla ricorrente ed in particolare le relate di notifica delle cartelle. Puntualizza dice la contribuente ha impugnato non le cartelle di pagamento ma le successive intimazioni di pagamento. Questo è possibile se il destinatario non ha ricevuto la notifica della cartella. Se invece l’ha ricevuta, ha l’onere di impugnare la cartella nel termine perentorio di sessanta giorni dalla notifica, ex art. 21, comma I del dlgs n. 546 del 1992 (qualora essa attenga ad entrate tributarie, o nel diverso termine, anch’esso perentorio, previsto dalla legge n. 689 del 1981 per le sanzioni amministrative, o nel termine previsto dal d.lgs. n. 46 del 1989 per l’omesso pagamento di contributi previdenziali), decorso il quale l’opposizione è inammissibile perché tardiva. La ricorrente precisa altresì che le cartelle esattoriali sono state notificate avvalendosi della procedura prevista dall’art. 26 del dpr n. 602 del 1973, in base al quale la notificazione può essere eseguita anche mediante invio, da parte dell’esattore, di raccomandata con avviso di ricevimento senza che per il suo perfezionamento sia dovuto il compimento di altra formalità che non la firma sull’avviso di ricevimento del destinatario o di altra persona autorizzata. Non essendo stato contestato con querela di falso il regolare svolgimento delle modalità di notificazione, esse forniscono piena prova della regolarità del procedimento notificatorio posto in essere dall’agente della riscossione. Quindi conclude dicendo che dalla data delle notifiche delle varie cartelle alla data del 3.7.2008, di proposizione dell’opposizione avverso le intimazioni di pagamento risultano ampiamente decorsi sia il termine fissato dall’art. 21 del dlg n. 546 del 92 per le pretese aventi natura tributaria sia quello fissato dall’art. 24, V comma, del d.lgs. n. 46 del 99 per le pretese aventi natura previdenziale, sia quello di cui all’art. 21 della legge n. 689 del 1981 per le pretese aventi ad oggetto sanzioni amministrative e che anche sulla eccezione di tardività della proposizione dell’opposizione vi è stata omessa pronuncia.

Vanno esaminati dapprima i motivi 3, 4, 5 e 6, tutti relativi alla giurisdizione del giudice adito. I motivi n, 4 e 6 sono relativi alla medesima questione, concernente la valenza probatoria degli estratti del ruolo al fine di stabilire se l’agente per la riscossione agisse per il recupero coattivo di pretese tributarie o meno. La soluzione della questione della valenza probatoria degli estratti di ruolo condiziona la soluzione della successiva questione se in ordine alla proposta opposizione sussistesse o meno la giurisdizione del giudice ordinario adito, posta dal terzo e dal quinto motivo. Essi sono fondati. Alla corte d’appello era stata sottoposta la questione pregiudiziale di giurisdizione del giudice adito, per essere la controversia in materia di opposizione a cartella esattoriale appartenente alla giurisdizione del giudice tributario, qualora la cartella sia stata emessa in relazione ad una pretesa tributaria dell’amministrazione. Il giudice di appello ha ristretto la motivazione della sentenza sul punto esclusivamente alla affermazione, alquanto apodittica, che nega il valore probatorio dell’estratto di ruolo. Partendo da questo assunto, il giudice di appello si è limitato ad affermare che, non essendo stato provato che l’Agente per la riscossione agisse in relazione a mancate entrate tributarie (non avendo l’estratto del ruolo alcun valore probatorio del contenuto delle cartelle), l’eccezione di difetto di giurisdizione fosse infondata, in quanto in caso di incertezza sulla natura della pretesa sussiste la giurisdizione del giudice ordinario. L’affermazione contenuta nella sentenza appellata, secondo la quale gli estratti del ruolo non sarebbero utilizzabili al fine di provare la natura del credito vantato dal concessionario, in quanto gli estratti di cartella sarebbero stati dichiarati conformi agli originali dallo stesso concessionario, e non vi sarebbe certezza sul loro contenuto, non è corretta. La sentenza qui impugnata sostiene di applicare il principio di diritto contenuto in Cass. n. 16929 del 2012, secondo il quale l’estratto di ruolo non ha forza probatoria proprio per la sua natura di estratto, ovvero per la selezione, operata a sua discrezione dall’amministrazione, nell’indicare in esso solo parte dei dati indicati nella cartella. L’affermazione della sentenza di appello contiene innanzitutto un errore di metodo, in quanto la sentenza citata non contiene l’enunciazione di un principio di diritto sul punto: la sentenza si conclude con una pronuncia di inammissibilità del ricorso per difetto di autosufficienza, proprio perché il ricorrente non avrebbe ben specificato né indicato di averlo fatto nei gradi di merito per quale ordine di motivi quell’estratto del ruolo sarebbe idoneo a sostituire la cartella. Quindi, è improprio richiamare come contenente un principio di diritto espresso dalla Corte, in ragione del quale si chiede di decidere una controversia, una affermazione contenuta in una sentenza che abbia dichiarato inammissibile il ricorso per aver il ricorrente mal posto la medesima questione. Vi è poi da dire che l’affermazione della corte d’appello si pone in contrasto con le norme che disciplinano la funzione e il contenuto dell’estratto di ruolo: il ruolo costituisce il titolo esecutivo, ex art. art. 49 del d.p.r. n. 602 del 1973 ai sensi del quale “Per la riscossione delle somme non pagate il concessionario procede ad espropriazione forcata sulla base del ruolo, che costituisce titolo esecutivo“. La cartella esattoriale non è altro che la stampa del ruolo in unico originale notificata alla parte, e, al contrario di quanto affermato dalla corte territoriale, l’estratto di ruolo è una riproduzione fedele ed integrale degli elementi essenziali contenuti nella cartella esattoriale : esso deve contenere tutti i dati essenziali per consentire al contribuente di identificare a quale pretesa dell’amministrazione esso si riferisca (e per consentire al contribuente di apprestare le sue difese e al giudice ove adito di verificare la fondatezza della pretesa creditoria o gli altri punti sollevati dall’opponente) perché contiene tutti i dati necessari ad identificare in modo inequivoco la contribuente, ovvero nominativo, codice fiscale, data di nascita e domicilio fiscale; tutti i dati indispensabili necessari per individuare la natura e l’entità delle pretese iscritte a ruolo, ovvero il numero della cartella, l’importo dovuto, l’importo già riscosso e l’importo residuo, l’aggio, la descrizione del tributo, il codice e l’anno di riferimento del tributo, l’anno di iscrizione a ruolo, la data di esecutività del ruolo, gli estremi della notifica della cartella di pagamento, l’ente creditore (indicazioni obbligatoriamente previste dall’art. 25 del d.P.R. n. 602 del 1973, oltre che dagli artt. 1 e 6 del d.m. n. 321 del 1999). Gli estratti di ruolo sono di conseguenza validi ai fini probatori e in particolare, per quanto qui interessa, per individuare a tutela di quale tipo di credito agisca l’amministrazione. Questa Corte ha già avuto modo di affermare che la copia della parte del ruolo relativa al contribuente, munita della dichiarazione di conformità all’originale resa dal collettore delle imposte, costituisce prova del credito, ai sensi dell’art. 2718 cod. civ.(secondo cui le copie parziali o le riproduzioni per estratto, rilasciate nella forma prescritta da pubblici ufficiali che ne sono depositali e sono debitamente autorizzati, fanno piena prova solo per quella parte dell’originale che riproducono letteralmente), atteso che il collettore esercita le stesse funzioni dell’esattore, di cui è coadiutore (art. 130 d.P.R. 15 maggio 1963, n. 858), e che l’esattore, pur non rientrando tra i “pubblici depositari” – cui la legge attribuisce la funzione di tenere gli atti a disposizione del pubblico e che sono obbligati, ex art. 743 cod. proc. civ., a rilasciare copia degli atti anche a chi non ne è parte – è tuttavia un “depositario” del ruolo, datogli in consegna dall’intendente di finanza (art. 24 d.P.R. 29 settembre 1973 n. 602), ed inoltre è autorizzato a rilasciarne copia, ai sensi dell’art. 14 della legge 4 gennaio 1968 n. 15 (secondo cui l’autenticazione delle copie, anche parziali, può essere fatta dal pubblico ufficiale presso il quale è depositato l’originale) (Cass. n. 25962 del 2011). L’estratto del ruolo non è quindi una sintesi del ruolo, operata a sua discrezione dallo stesso soggetto che l’ha formato, ma è la riproduzione di quella parte del ruolo che si riferisce alla o alle pretese impositive che si fanno valere nei confronti di quel singolo contribuente con la cartella notificatagli (nel senso che l’estratto di ruolo non sia altro che una riproduzione parziale del ruolo v. già Cass. n. 724 del 2010). La sentenza impugnata va cassata sul punto non essendosi attenuta al seguente principio di diritto: “L’estratto di ruolo è la fedele riproduzione della parte del ruolo relativa alla o alle pretese creditorie azionate verso il debitore con la cartella esattoriale, contenente tutti gli elementi essenziali per identificare la persona del debitore, la causa e l’ammontare della pretesa creditoria. Ne consegue che esso costituisce idonea prova della entità e della natura del credito portato dalla cartella esattoriale ivi indicata, anche ai fini della verifica della natura tributaria o meno del credito azionato, e quindi della verifica della giurisdizione del giudice adito”.

Occorre ora riprendere l’esame delle questioni poste all’attenzione della Corte con il terzo e il quinto motivo, con i quali la ricorrente lamenta che siano state violate dalla corte d’appello le norme sul riparto di giurisdizione in materia di controversie in opposizione all’esecuzione proposte avverso cartelle esattoriali emesse in buona parte in relazione ad entrate tributarie. Va precisato che questa Corte potrà provvedere all’esame diretto della proposta questione di giurisdizione, in quanto, configurando essa la denuncia di un “error in procedendo”, legittima la Corte di cassazione a verificarne la sussistenza mediante diretto esame degli atti. Dagli estratti di ruolo emergevano i dati necessari ad identificare la diverse ragioni di credito azionate contro la S. . Ciò imponeva alla corte territoriale di verificare, ragione per ragione, la sussistenza della giurisdizione del giudice ordinario, per tutte genericamente affermata sulla base della scorretta conclusione dell’impossibilità della verificazione della natura del credito di ciascuna delle cartelle, e poi, nella misura in cui essa fosse stata riconosciuta, avrebbe potuto e dovuto esaminare la fondatezza nel merito dei motivi di appello, in applicazione della nota consolidata giurisprudenza di questa Corte in ordine al riparto di giurisdizione sulle opposizioni ad esecuzioni esattoriali (richiamata anche dalla corte d’appello nella sentenza impugnata) che fissa il discrimine esclusivamente nella natura del credito azionato. Le Sezioni Unite hanno più volte affrontato e risolto la questione relativa al riparto di giurisdizione in materia di opposizione ad esecuzione esattoriale affermando che in caso di opposizione a più cartelle esattoriali o ad unica cartella che si fondi su una pluralità di pretese, alcune delle quali di natura tributaria ed altre di natura diversa, ove l’impugnazione sia stata proposta congiuntamente, senza distinguere la natura dei crediti, innanzi al giudice ordinario, questi deve trattenere la causa innanzi a sé in relazione ai crediti d’imposta non tributari, e rimettere la causa innanzi al giudice tributario per la parte in cui il provvedimento si riferisce a crediti di competenza di quest’ultimo (da ultimo Cass. S.U. n. 15425 del 2014, in precedenza Cass. n. 14831 del 2008). Essendo la questione già stata decisa dalle Sezioni Unite di questa Corte, non si rende necessario investirle nuovamente, come richiesto dal Procuratore Generale, ai sensi dell’ultima parte del primo comma dell’art. 374 cod.proc.civ.. Dall’esame della documentazione versata già in primo grado, menzionata nel ricorso per cassazione con trascrizione e indicazione della sede processuale di produzione, si evince che delle sette cartelle le cui intimazioni di pagamento sono state impugnate sei riguardavano, in tutto o in parte, il mancato pagamento di entrate tributarie (e precisamente le cartelle n. (omissis) – omesso pagamento tassa rifiuti ed altri crediti non tributari, relativi all’omesso versamento di contributi previdenziali, n. (omissis) , n. (omissis) , n. (omissis) – mancato pagamento iva, n. (omissis) – mancato pagamento di iva e imposta di registro, n. (omissis) – mancato pagamento di iva, irpef, irpeg e contributo servizio sanitario nazionale).

In accoglimento dei motivi 3 e 5 del ricorso, va quindi dichiarato il difetto di giurisdizione del giudice ordinario sulla opposizione proposta in relazione alle ragioni di credito tributarie riportate nelle cartelle sopra indicate e il cui contenuto è analiticamente riportato nelle pagine da 21 a 25 del ricorso, per essere competente la commissione tributaria provinciale. I restanti tre motivi, n. 1, n. 2 e n. 7 possono essere esaminati congiuntamente e sono fondati per quanto di ragione, in quanto la corte d’appello, delle varie questioni che le sono state sottoposte dall’appellante, si è limitata a rigettare sbrigativamente l’eccezione di difetto di giurisdizione e null’altro ha detto sulle rimanenti questioni che pur le erano state sottoposte dalla appellante ed attuale ricorrente Equitalia.

Per quanto concerne le opposizioni rientranti nella giurisdizione del giudice ordinario (che concernono la cartella n. (omissis) nella parte in cui si riferisce all’omesso pagamento di contributi previdenziali e la cartella n. (omissis) che si riferisce all’omesso pagamento di sanzioni amministrative) la causa va quindi rinviata alla Corte d’Appello di Lecce, in diversa composizione, affinché: – si pronunci sulle questioni di inammissibilità e intempestività della opposizione ex art. 617 c.p.c. proposta dalla S. ; – prenda in considerazione ogni conseguente altro aspetto del gravame ad essa proposto non precluso dalla presente pronunzia; – provveda infine, in considerazione dell’esito finale della lite, anche sulle spese di essa, comprese quelle del giudizio di legittimità. Il ricorso è stato proposto in tempo posteriore al 30 gennaio 2013, ma la ricorrente non è uscita soccombente dal giudizio di cassazione. La Corte da atto pertanto della insussistenza dei presupposti per il versamento da parte della ricorrente, ai sensi dell’art. 13 comma 1 quater del d.P.R. n. 115 del 2002 di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma del comma 1 bis dello stesso art. 13.

P.Q.M.

La Corte: – accoglie i motivi di ricorso n. 3, 4, 5 e 6, cassa la sentenza impugnata e per l’effetto dichiara il difetto di giurisdizione del giudice ordinario sulle opposizioni dispiegate da S.A. avverso le cartelle per i crediti tributari indicate nella parte motiva, dichiara la giurisdizione, per questa parte, del giudice tributario e rimette la relativa opposizione alla competente commissione tributaria provinciale, anche per le spese del giudizio di cassazione; – accoglie i motivi n. 1, 2 e 7, cassa la sentenza impugnata e rinvia la causa, laddove essa concerne crediti non tributari, alla Corte d’Appello di Lecce in diversa composizione che deciderà anche sulle spese; – da atto della insussistenza dei presupposti per il versamento da parte della ricorrente di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale. - 

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Corte di Cassazione Ordinanza 25852/2015 - Equitalia insiste nella riscossione? Colpa grave e risarcimento danni !

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La Corte di Cassazione, con l'Ordinanza in oggetto, ha ribadito un principio molto importante per i contribuenti: L' Agente della riscossione che insiste nel voler riscuotere forzatamente un credito, nonostante non ce ne siano i titoli o
i presupposti, non può nascondersi dietro al fatto di agire per conto dell'Ente impositore e che pertanto non può rinunciare all'azione. Pertanto, nel caso in cui la stessa, come nel caso di specie, insista, ingiustificatamente,nel portare avanti l'esecuzione, deve pagare, oltre alle spese processuali, anche il risarcimento al contribuente.
 L’agente alla riscossione agisce in giudizio in proprio, sia pure in virtù del sottostante mandato che la lega con l’ente titolare del credito; pertanto spetta ad Equitalia, e non al mandante, la scelta se rinunciare o meno all’azione: ne consegue che, al pari di ogni altro soggetto dotato di legittimazione processuale, anche l’agente della riscossione deve essere condannato al risarcimento del danno, oltre che alle spese processuali, nei confronti della parte vincitrice del giudizio per aver agito con colpa grave.

CORTE DI CASSAZIONE
VI SEZIONE CIVILE
ORDINANZA 23 settembre – 22 dicembre 2015, n. 25852

Presidente Ragonesi – Relatore Cristiano
Fatto e diritto


E’ stata depositata la seguente relazione:


1) Il tribunale di Torino, con decreto del 19.5.2014, ha respinto l’opposizione ex art. 98 Lfall. proposta da Equitalia Sud s.p.a per ottenere l’ammissione allo stato passivo dei Fallimento della Ciarli s.r.l. di crediti erariali insinuati con due distinte domande tardive, contrassegnate nell’elenco ai nn. T/28 e T/29.
Il tribunale ha rilevato che Equitalia aveva già chiesto ed ottenuto l’ammissione dei crediti dedotti in giudizio, che avevano formato oggetto di un’altra domanda di insinuazione tardiva (T/23), di cui quelle nn. T/28 e T/29 costituivano (per la parte di interesse) mera ed inammissibile duplicazione; ha inoltre ritenuto che l’opponente versasse in colpa grave, per aver omesso di verificare la correttezza del provvedimento di esclusione, fondato sulla medesima ragione, non solo prima della proposizione del ricorso ex art. 98 1. fall., ma persino in corso di causa, nonostante le fosse stato concesso un termine proprio a tale scopo, e l’ha pertanto condannata al pagamento, oltre che delle spese di lite, anche della somma di E 4.000, equitativamente determinata ai sensi dell’art. 96, 3° comma c.p.c.


2) Il decreto è stato impugnato da Equitalia Sud S.p.a con ricorso per cassazione affidato a tre motivi cui il Fallimento della Ciarli s.r.l. ha resistito con controricorso.


2. 1) Con il primo motivo la ricorrente contesta che potesse ravvisarsi nella specie un suo comportamento gravemente colposo, sanzionabile ai sensi dell’art. 96 3° comma c.p.c. Deduce al riguardo che l’agente per la riscossione dei tributi ha l’obbligo di riscuotere i ruoli che gli sono trasmessi dall’ente impositore e non ha alcun potere di controllo o di verifica del loro contenuto, cosicché non può essergli imputato di aver richiesto con distinte domande l’ammissione dei medesimi crediti, comunque portati da tre diversi estratti del ruolo.


2..2) Coi secondo motivo Equitalia Sud lamenta il rigetto dell’opposizione, osservando che sarebbe stato onere della controparte provare la duplicazione delle domande, non desumibile dalla mera “somiglianza” delle iscrizioni a ruolo.


2.3) Con l’ultimo motivo di ricorso la ricorrente si duole dì essere stata condannata al pagamento delle spese processuali, deducendo di aver agito nel rispetto degli obblighi impostile dalla vigente normativa in materia di riscossione ed in assoluta buona fede,


3.1) II secondo motivo, che precede gli altri in ordine logico, appare inammissibile, in quanto si limita a denunciare, peraltro in via del tutto generica, una pretesa violazione dell’ onere della prova, ma non contesta l’accertamento compiuto dai giudice del merito – sul quale si fonda la decisione impugnata- secondo cui gli estratti del ruolo allegati alle tre diverse domande facevano riferimento ai medesimi tributi, individuati con i medesimi codici, in relazione ai medesimi anni ed agli stessi importi.


3.2) Il terzo motivo appare manifestamente infondato: condannando Equitalia Sud al pagamento delle spese processuali il tribunale ha correttamente applicato l’art. art. 91 1 comma c.p.c., che prevede che le spese siano poste a carico della parte soccombente senza contemplare eccezioni di sorta, in ragione della qualità di tale parte o della sua asserita buona fede.

3.3) Anche il primo motivo appare manifestamente infondato.


L’addetto alla riscossione tributi non può infatti ritenersi esonerato dall’osservanza del disposto dell’art. 96 c.p.c. per il solo fatto di agire nella qualità di mandatario dell’ente impositore.
Come correttamente rilevato dal Fallimento controricorrente, la condanna ex art. 96 3° comma si fonda, nella specie, non già sul rilievo dell’avvenuta duplicazione delle domande, ma sul successivo comportamento processuale di Equitalia, che non solo ha ignorato le motivazioni in base alle quali esse erano state respinte dal giudice delegato, ma neppure si è curata di operare i dovuti controlli nel corso del giudizio, nonostante avesse richiesto e ottenuto un rinvio dell’udienza proprio a tale scopo.
 Ebbene, non v’è alcuna norma, fra quelle dettate in materia di riscossione dei tributi, dalla quale possa desumersi l’obbligo dell’agente di impugnare il provvedimento di esclusione del credito e di insistere per l’accoglimento di una domanda della quale, sulla scorta dei documenti che sono in suo possesso, può agevolmente verificare la manifesta infondatezza. Il mandatario, infatti, non è un mero esecutore materiale degli ordini che provengono dal mandante, ma ha piena ed autonoma capacità processuale ed è perfettamente in grado di decidere se, a fronte del rischio meramente ipotetico (e pressoché insussistente in una fattispecie quale quella in esame) di essere chiamato a rispondere del mancato riconoscimento del credito da parte dell’ente impositore, sia per lui più conveniente iniziare o proseguire un’azione che, per la sua palese pretestuosità, potrebbe comportare l’irrogazione di una sanzione ai sensi dell’art. 96 c.p.c.
 Si dovrebbe pertanto concludere per il rigetto dei ricorso, con decisione che potrebbe essere assunta in camera di consiglio, ai sensi degli arti. 375 e 380 bis c.p.c.
Il ricorrente ha depositato memoria.


Il collegio ha esaminato gli atti, ha letto la relazione e ne ha condiviso le conclusioni, non utilmente contraddette da Equitalia nella memoria depositata.


Va in primo luogo rilevata l’inammissibilità delle nuove deduzioni in fatto che la ricorrente ha illustrato per la prima volta nella memoria.


Quanto alla questione di diritto, va ribadito che l‘agente alla riscossione agisce in giudizio in proprio, sia pure in virtù del sottostante rapporto di mandato intercorrente con l’ente impositore, cosicché spetta ad esso, e non al mandante, la scelta se rinunciare o meno all’azione: ne consegue che, al pari di ogni altro soggetto dotato di legittimazione, anche l’agente soggiace alla sanzione processuale derivante dall’aver agito con colpa grave, per avere (come nel caso di specie) non solo riproposto una domanda avente ad oggetto un credito già in precedenza accertato, ma insistito per ottenerne l‘accoglimento persino dopo aver usufiuito, a sua richiesta, di un apposito termine per verificare i documenti di cui è in possesso od assumere le necessarie informazioni presso il mandante,


Non può dubitarsi, d’altro canto, dell’estraneità del contribuente al rapporto di mandato fra l’amministrazione finanziaria e l’agente, con la conseguenza che quest’ultimo non può ritenersi esonerato dalla responsabilità aggravata di cui all’art. 96 c.p.c. (della quale risponde verso la controparte processuale) in ragione della responsabilità assunta nei confronti dell’ente impositore: al di là del rilievo che, per sottrarsi alla responsabilità derivante dal rapporto di mandato, il mandatario può chiedere di essere autorizzato a chiamare in giudizio l’amministrazione mandante, spetta infatti esclusivamente all’agente di decidere se, a fronte dell’ipotetico rischio di essere chiamato a rispondere del mancato riconoscimento del credito da parte dell’ente impositore, sia per lui più conveniente iniziare o proseguire un’azione che, per la sua palese pretestuosità, potrebbe comportare [‘irrogazione di una sanzione ai sensi dell’art. 96 cit.


Ciò senza contare che, come correttamente rilevato dal Fallimento controricorrente, dovrebbe, piuttosto, essere il mandatario a rivalersi verso l’amministrazione delle spese processuali incontrate per aver dovuto promuovere, per l’errore di questa, un’azione di indebita riscossione. E ricorso deve pertanto essere respinto.


Le spese del giudizio seguono la soccombenza e si liquidano come da dispositivo.


                                                                P.Q.M.


La Corte rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese processuali, che liquida in E 1600, di cui E 100 per esborsi, oltre accessori.
Ai sensi dell’art. 13 comma 1 quater dPR n. 11512002, introdotto dall’art. 1, 17° comma, della I. n. 228 del 24.12.2012, si dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento da parte della ricorrente di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per la stessa impugnazione.

Fonte: www.aidacon.it 

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Corte di Cassazione Sezioni Unite Civili Ordinanza n. 15354/2015 – fermi amministrative e ipoteca – competenza – 22.07.2015. -

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Le Sezioni Unite della Cassazione, con la sentenza in oggetto hanno stabilito che la competenza sui ricorsi contro fermo e ipoteca iscritti da Equitalia vanno presentati al giudice ordinario (tribunale o giudice di pace) competente per valore, secondo le regole generali previste dal codice di procedura civile. Sempre che non si tratti di tributi, poiché, altrimenti, rientrano nella giurisdizione delle Commissioni Tributarie Provinciali.

 

CORTE DI CASSAZIONE CIVILE

ORDINANZA  SEZIONI UNITE  Num. 15354 Anno 2015

Presidente: SALME' GIUSEPPE

Relatore: AMENDOLA ADELAIDE

Data pubblicazione: 22/07/2015

 

ORDINANZA

sul' ricorso 24587-2013 per regolamento di competenza proposto d'ufficio dal:

TRIBUNALE DI PALMI con ordinanza depositata il 07/11/2013 r.g. n. 762/2013 nella causa tra:

O. NICOLA;

- ricorrente non costituitosi in questa fase -

contro

EQUITALIA SUD S.P.A.;

- resistente non costituitasi in questa fase –

udita la relazione della causa svolta nella pubblica

udienza del 23/06/2015 dal Consigliere Dott. ADELAIDE

AMENDOLA;

udito il P.M. in persona dell'Avvocato Generale Dott. UMBERTO APICE, che ha concluso per il dichiararsi la competenza del giudice ordinario (giudice di pace o tribunale).

 

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Il Giudice di Pace di Palmi, con sentenza del 9 aprile 2013, n. 252, dichiarò la propria incompetenza per materia a conoscere l'opposizione, proposta da Nicola Orlando, avverso il provvedimento di fermo amministrativo conseguente al mancato pagamento di cartella esattoriale relativa a sanzioni amministrative (contravvenzioni al codice della strada), di importo pari a euro 4.042,41, per l'effetto rimettendo le parti dinanzi al Tribunale.

Riassunta la causa, il giudice designato ha richiesto d'ufficio regolamento di competenza, ex art. 45 cod. proc. civ.

Ha ricordato che, nel dichiararsi incompetente, il Giudice di Pace aveva richiamato l'arresto di queste sezioni unite, secondo cui la competenza per l'impugnazione di un provvedimento di fermo amministrativo, previsto dall'art. 86 del d.P.R. 29 settembre 1973, n. 602 (o anche di un semplice "preavviso", relativo a crediti di natura non tributaria) è, in base all'art. 9, comma 2, cod. proc. civ., inderogabilmente del tribunale, in virtù della natura esecutiva del provvedimento in discussione (Cass. civ. sez. un. 12 ottobre 2011, n. 20931).

A giudizio del decidente, invece, pur dovendo essere condiviso l'orientamento di legittimità per il quale, sia il fermo di beni mobili registrati che l'ipoteca prevista dai d.P.R. n. 602 del 1973 sono atti chiaramente funzionali alla realizzazione del credito, e quindi alla esecuzione forzata,

essi, stante l'inequivocabile tenore degli artt. 491 e 502 cod. proc. civ., non sono tuttavia configurabili come atti del processo esecutivo. E invero, considerata la carenza di passaggi procedurali diretti tra l'ipoteca e il fermo, da un lato, e il pignoramento e gli atti a questo successivi dall'altra, gli istituti in discorso andrebbero ricostruiti come misure caute/ari atipiche, a contenuto inibitorio di carattere provvisorio, con la chiara funzione di garantire il soddisfacimento della pretesa di credito da parte dell'Amministrazione procedente e, come tali, certamente preordinati alla successiva esecuzione forzata. Ne conseguirebbe che la tutela giudiziaria nei loro confronti andrebbe esperita davanti al giudice ordinario, competente per valore, con il rimedio di cui all'art. 615, primo comma, cod. proc. civ.

Avviato il ricorso alla trattazione con il procedimento di cui all'art. 380 ter cod. proc. civ., il Pubblico Ministero, nella sua requisitoria scritta, ha chiesto il rigetto dell'istanza, in adesione all'arresto n. 20931 del 2011, richiamato dal Giudice di Pace.

Investita del conflitto, la sezione sesta-3 civile della Corte di cassazione, con ordinanza del 20 ottobre 2014, ha ritenuto di sottoporre al Primo Presidente la valutazione dell'opportunità di devolvere alle sezioni unite la questione se il fermo di beni mobili registrati previsto dal d.P.R. 29 settembre 1973, n. 602, art. 86 sia qualificabile come strumento di conservazione della garanzia del credito oppure come atto prodromico all'espropriazione forzata o, addirittura, come atto esecutivo e quindi, in caso di giurisdizione del giudice ordinario, se la relativa impugnazione introduca: a) una causa ordinaria di accertamento soggetta alle regole di competenza dettate dal codice di rito (prima ipotesi); b) un giudizio di opposizione cd. preventiva all'esecuzione, disciplinato dall'art. 615, comma 1 (oltre che dall'art. 618 bis cod. proc. civ., comma 1), e, quanto alla competenza, anche dall'art. 17 cod. proc. civ. e dall'art. 27, comma 1, cod. proc. civ., (seconda ipotesi, ove sia in contestazione l'an della pretesa esecutiva); c) un giudizio di opposizione cd. successiva all'esecuzione, disciplinato dall'art. 615, comma 2 (oltre che dall'art. 618 bis cod. proc. civ., comma 2), per la prima fase endoprocedimentale, e dall'art. 616 cod. proc. civ. per la seconda fase (terza ipotesi, e sempreché sia in contestazione l'an dell'agire in executivis); d) un giudizio di opposizione agli atti esecutivi, ove il vizio denunciato involga il quomodo dell'azione intrapresa, con conseguente competenza, in ogni caso, del tribunale a conoscerne, a prescindere dalla qualificazione dei fermo e dell'ipoteca come atto pre-esecutivo od esecutivo, per quanto disposto dagli artt. 9, comma 2, 617, commi 1 e 2, 480, comma 3, 27 secondo comma, cod. proc. civ.

MOTIVI DELLA DECISIONE

I Come evidenziato nell'ordinanza di rimessione, mentre la questione della natura giuridica del fermo di beni mobili registrati è sostanzialmente neutra allorché il giudizio di impugnazione debba svolgersi, in ragione del carattere tributario del credito tutelato, innanzi alle Commissioni tributarie, posto che l'art. 19, comma primo, lett. e-tery del d.lgs. 31 dicembre 1992, n. 546, non detta una disciplina differenziata, quanto alle forme e ai termini di proposizione dell'impugnazione, né, ovviamente, quanto alla competenza, a seconda della tipologia del vizio fatto valere, questa, qualora l'impugnazione appartenga alla giurisdizione del giudice ordinario, rileva, ove si configuri il fermo come atto preordinato alla esecuzione o come atto esecutivo, al fine di ascrivere l'opposizione, rispettivamente, al primo o al secondo comma

dell'art. 615 cod. proc. civ., oppure al primo o al secondo comma dell'art. 617 cod. proc. civ.. Ciò significa, in punto di competenza, che, se si contesta l'an della pretesa esecutiva, la stessa sarà ripartita tra giudice di pace e tribunale, fatta eccezione per i crediti di natura previdenziale, per i quali è in ogni caso competente il tribunale, in funzione di giudice del lavoro; mentre, se il vizio denunciato involge il quomodo dell'azione esecutiva, la competenza, ex artt. 9, secondo comma, 617, commi 1 e 2, 480, comma 3, 27 secondo comma, cod. proc. civ., spetterà sempre al tribunale. A ciò aggiungasi, sotto il profilo del rito, che, inquadrato il giudizio di opposizione nell'ambito, di volta in volta, degli artt. 615 o 617 cod. proc. civ., esso

giammai potrà svolgersi secondo la struttura bifasica preconizzata dagli artt. 616 o 618 cod. proc. civ., dovendo comunque essere trattato - nella pacifica assenza, con riferimento alla procedura di fermo, di un giudice dell'esecuzione - davanti a un unico giudice.

I predetti inconvenienti vengono invece superati, ove si acceda alla configurazione del fermo (e del preavviso di fermo), come atti né esecutivi, né prodromici alla esecuzione, ma di natura cautelare e/o coercitiva, posto che, a fronte di tale ricostruzione, l'impugnativa delle misure dovrebbe avvenire secondo le regole del rito ordinario di cognizione e nel rispetto delle norme generali in tema di riparto di competenza per materia e per valore, configurandosi, la relativa iniziativa giudiziaria, come un'azione di accertamento negativo della pretesa dell'esattore di eseguire il fermo, azione in relazione alla quale il giudice adito sarà chiamato a conoscere sia della misura coercitiva che del merito della pretesa creditoria.

2 Tanto premesso, ai fine di chiarire i termini della questione sottoposta allo scrutinio nomofilattico delle sezioni unite, sembra opportuno ripercorrere, almeno per grandi linee, l'evoluzione dell'istituto.

Esso venne introdotto dall'art. 5 del d.l. n. 669 del 1996, convertito dalla legge n. 30 del 1997, il cui articolo 90 bis prevedeva che: qualora in sede di riscossione coattiva di crediti iscritti a ruolo non sia possibile, per mancato reperimento del bene, eseguire il pignoramento dei veicoli a motore e degli autoscafi di proprietà del contribuente iscritti in pubblici registri, la Direzione regionale delle entrate ne dispone il fermo.

La ratio della norma era dunque, all'evidenza, solo quella di impedire la circolazione del mezzo al fine di consentirne il ritrovamento e il successivo pignoramento.

Il d.lgs. n. 26 del 1999 sostituì integralmente il titolo II del d.P.R. 29 settembre 1973, n. 602, nel quale era contenuto l'art. 91 bis, innanzi riportato: in particolare, la disciplina del fermo venne trasferita nell'art. 86, all'interno del Capo III, espressamente intitolato "Disposizioni particolari in materia di espropriazione di beni mobili registrati". Peraltro la misura, la cui adozione rimase affidata alla determinazione dell'ufficio finanziario, fu estesa a tutti i beni mobili del debitore o dei coobbligati iscritti in pubblici registri.

Con il d.lgs. n. 193 del 2001 il potere discrezionale di disporre il fermo fu affidato direttamente al concessionario, dopo l'inutile decorso del termine di cui all'art. SO, primo comma, del predetto decreto (n. 602 del 1973), e cioè dopo il decorso di sessanta giorni dalla notificazione della cartella di pagamento: con il che il provvedimento venne svincolato dall'esito negativo del pignoramento per mancato reperimento del bene.

L'art. 3, comma 41, del d.l. n. 203 del 2005, convertito dalla legge n. 248 del 2005, chiarì poi, con norma di interpretazione autentica, che, fino alla emanazione del decreto ministeriale con il quale sarebbero stati stabiliti le modalità, i termini e le procedure per l'attuazione del fermo, questo poteva essere eseguito dai concessionari nel rispetto delle disposizioni di cui al D.M.

n. 503 del 1998. Per il che l'Agenzia delle Entrate adottò una risoluzione con la quale consentì ai concessionari di procedere in via diretta al fermo, a condizione che l'iscrizione dello stesso fosse preceduta da un preavviso, contenente un ulteriore invito a pagare le somme dovute.

Con l'art. 35, comma 26 quinquies, del d.l. n. 223 del 2006, convertito nella legge n. 248 del 2006, il legislatore inserì nel catalogo degli atti impugnabili dal contribuente innanzi alle Commissioni tributarie anche il fermo amministrativo e l'iscrizione di ipoteca, a tal fine modificando l'art. 19 d.P.R. n. 546 del 1992.

Infine l'art. 52, comma 1, lett. m) d.l. n. 69 del 2013, convertito dalla legge n. 98 del 2013, ha modificato il comma 2 dell'art. 86, di talché la norma, dopo aver previsto che, decorso inutilmente il termine di cui all'articolo 50, comma 1, il concessionario può disporre il fermo dei beni mobili del debitore o dei coobbligati iscritti in pubblici registri, stabilisce, al capoverso successivo, che "la procedura di iscrizione del fermo di beni mobili registrati è avviata dall'agente della riscossione con la notifica ... di una comunicazione preventiva contenente l'avviso che, in mancanza del pagamento delle somme dovute entro il termine di trenta giorni, sarà eseguito il fermo, senza necessità di ulteriore comunicazione, mediante iscrizione del provvedimento che lo dispone nei registri mobiliari, salvo che il debitore o i coobbligati, nel predetto termine, dimostrino all'agente della riscossione che il bene mobile è strumentale all'attività di impresa o della professione".

3 II turbolento iter normativo qui sinteticamente riportato torna utile nell'analisi della giurisprudenza di queste sezioni unite, non scevra, essa stessa, da significative incoerenze.

Sta di fatto che, allorché la questione della natura giuridica del fermo è stata affrontata in vista della definizione del riparto di giurisdizione tra giudice ordinario e giudice tributario, le sezioni unite, dopo averla risolta in base alla natura dei crediti posti a fondamento del provvedimento di fermo, con la conseguenza che la giurisdizione spetterà al giudice tributario o al giudice ordinario a seconda della natura tributaria o meno di quei crediti - e tanto in ragione della necessità di collegare imprescindibilmente, in ottemperanza al disposto dell'art. 102, secondo comma, della Costituzione, la giurisdizione del giudice tributario alla natura tributaria del rapporto, sull'abbrivio delle sentenze del giudice delle leggi nn. 64 e 130 del 2008 - hanno ritenuto di dover ripensare, alla luce della modifica dell'art. 19 del d.lgs. 31 dicembre 1992, n. 546, ad opera dell'art. 35, comma 26 quinquies, del d.l. n. 248 del 2006, convertito nella legge n. 296 del 2006, l'esegesi (cfr. Cass. S.U. ord. nn. 2053 e 14701 del 2006), formatasi nel precedente assetto normativo, secondo cui il fermo sarebbe atto "preordinato all'espropriazione forzata".  In particolare, dal rilievo che l'art. 2 di tale fonte espressamente esclude dalla giurisdizione tributaria "le controversie riguardanti gli atti della esecuzione forzata tributaria successivi alla notifica della cartella di pagamento e, ove previsto, dell'avviso di cui al d.P.R. 29 settembre 1973, n. 602, art. 50", hanno tratto ulteriori elementi a suffragio della tesi, già da taluni sostenuta, secondo cui l'adozione della misura in questione si riferisce, in realtà, ad una procedura alternativa all'esecuzione forzata vera e propria, la quale nel d.P.R. n. 602 del 1973, trova la propria tipizzante disciplina nel Capo 2° del Titolo 2°, ad essa intitolato, laddove la regolamentazione del fermo è collocata, come detto innanzi, all'interno del Capo III (cfr. Cass. civ. sez. un. 5 giugno 2008, n. 14831).

A diverse conclusioni le sezioni unite sono tuttavia pervenute allorché sono state interpellate sulla diversa questione della individuazione dell'organo - giudice di pace o tribunale - competente a conoscere le controversie sul fermo nell'ambito della giurisdizione ordinaria: in tale frangente esse hanno invero riconosciuto la competenza esclusiva del tribunale ai sensi dell'art. 9 cod. proc. civ., sulla base della ritenuta natura propriamente esecutiva del provvedimento (come dell'afferente preavviso) di iscrizione di ipoteca e/o di fermo (cfr. Cass. civ. sez. un. 12 ottobre 2011, n. 20931).

Peraltro siffatto orientamento - che si è così posto in linea di discontinuità non solo con quanto affermato in tema di riparto di giurisdizione, ma anche con la pregressa configurazione del fermo amministrativo (e del relativo preavviso) in termini di atto solo prodromico all'espropriazione forzata, e quindi di natura pre-esecutiva - è stato poi seguito dalla successiva giurisprudenza di legittimità (cfr., ex plurimis, Cass. civ. sez. un. 20 giugno 2012, n. 10147; Cass. civ. 27 novembre 2012, n. 21068; Cass. civ. 4 novembre 2013, n. 24729).

5 Non meno affannosa e accidentata è stata l'evoluzione della ricostruzione della natura giuridica dell'iscrizione dell'ipoteca, di cui all'art. 77 d.P.R. n. 602 del 1973.

E invero, in epoca antecedente alla modifica dell'art. 19 cligs. n. 546 del 1992, se ne era affermata, sulla base del carattere, ad essa riconosciuto, di provvedimento preordinato all'espropriazione forzata, la giustiziabilità innanzi al giudice ordinario nelle forme dell'opposizione all'esecuzione o agli atti esecutivi (cfr. Cass. civ. 9 giugno 2010, n. 13930; Cass. civ. sez. un. 19 marzo 2009, n. 6594; Cass. civ. sez. un. 24 marzo 2009, n. 7034).

Inserita l'ipoteca, al pari del fermo, tra gli atti impugnabili innanzi alle Commissioni tributarie, si è affermata l'appartenenza delle relative controversie alla giurisdizione del giudice tributario, qualora i crediti garantiti dall'ipoteca abbiano natura tributaria (cfr. Cass. civ. sez. un. 5 marzo 2009, n. 5286; Cass. civ. 24 marzo 2009, n. 7034), restando peraltro estremamente controversa l'applicabilità, e i limiti dell'applicabilità, della disciplina degli atti di esecuzione esattoriale alla relativa iscrizione.

In tale contesto le sezioni unite, chiamate a stabilire se il concessionario alla riscossione, prima di procedervi, sia o meno tenuto, decorso un anno dalla notifica della cartella di pagamento, a inviare al debitore un avviso che contenga l'intimazione ad adempiere entro cinque giorni l'obbligo risultante dal ruolo, ex art. 50, comma 2, d.P.R. n. 602 del 1973, hanno escluso che l'iscrizione ipotecaria costituisca atto dell'espropriazione forzata, configurandola in termini di procedura ad essa alternativa, da tanto inferendo la non necessarietà della notifica dell'intimazione predetta, pur nella riconosciuta doverosità che, in ogni caso venga ai contribuente comunicato che si procederà all'iscrizione, con contestuale assegnazione di un termine per presentare osservazioni o effettuare il pagamento (cfr. Cass. civ. sez. un. 18 settembre 2014, n. 19667).

Ed è singolare che siffatto approdo si è ampiamente giovato dell'arresto delle sezioni unite n. 148 del 2008, in ordine alla insostenibilità, dopo la modifica dell'art. 19 del d.lgs. 31 dicembre 1992, n. 546, della configurazione del fermo come atto esecutivo o prodromico alla esecuzione, praticamente ignorando tout court i successivi revirements di questa Corte Regolatrice.

E’ appena il caso di evidenziare che il cambio di prospettiva sotteso all'arresto n. 19667 del 2014 è tanto più significativo, ai fini che qui interessano, in quanto, da un lato, la disciplina dell'ipoteca, a differenza di quella del fermo, è collocata nel Capo II, all'interno cioè delle nome

sull'espropriazione forzata, e, dall'altro, l'adozione della misura, se l'importo complessivo del credito per cui si procede non supera il cinque per cento del valore dell'immobile da sottoporre ad espropriazione, è atto dovuto.

6 La varietà delle opzioni dogmatiche e delle connesse scelte processuali di volta in volta enunciate dalla giurisprudenza di legittimità e delle stesse sezioni unite impongono una definitiva presa di posizione sulla natura giuridica del fermo, come già dell'ipoteca, al fine di eliminare ogni incertezza sui tempi e sui modi in cui ne va effettuata l'impugnativa nonché sul giudice competente a conoscerne.

Ciò posto, la soluzione della questione prospettata dall'ordinanza di rimessione può avvalersi di una serie di indici di carattere letterale, sistematico e teleologico.

Merita anzitutto rilevare, sotto il primo profilo, che la configurazione dell'istituto in termini di atto esecutivo o proclromico all'esecuzione risulta difficilmente compatibile con il dettato dell'art. 491 cod. proc. civ., a tenor del quale l'espropriazione forzata si inizia con il pignoramento, e dell'art. 50 d.P.R. n. 602 del 1973, che abilita il concessionario a procedere ad

espropriazione forzata quando è inutilmente decorso il termine di sessanta giorni dalla notificazione della cartella di pagamento.

Peraltro la ricaduta in rito di tale esegesi è l'esperibilità dell'impugnativa della misura nelle forme e nei termini di cui agli artt. 615 e/o 617 cod. proc. civ., con il limite, già innanzi evidenziato, che essa giammai potrà svolgersi secondo il meccanismo bifasico delle opposizioni all'esecuzione o agli atti esecutivi, spia inequivocabile, questa, di una difficoltà strutturale del provvedimento a essere calato nell'ambito del processo esecutivo.

A ciò aggiungasi che la tesi della alternatività del fermo, come dell'iscrizione ipotecaria, rispetto all'espropriazione, consente di attribuire senza imbarazzo la giurisdizione sull'impugnativa di tali atti, allorché siano afferenti a crediti di natura tributaria, al giudice tributario, laddove il contrario orientamento esigerebbe una verifica della compatibilità di siffatta disciplina con il precetto costituzionale che vieta l'istituzione di giudici speciali (cfr. Cass. civ. sez. un. n. 19667 del 2014 cit., sub 9.3).

Infine il fermo, che temporalmente, al pari dell'ipoteca, si colloca tra notificazione della cartella di pagamento e pignoramento, è atto discrezionale del concessionario (oggi dell'agente della riscossione), nel senso che la sua adozione non costituisce passaggio indefettibile per l'avvio della procedura esecutiva; la legge neppure prevede la possibilità di convertirlo in pignoramento; non sono stabiliti termini alla sua durata.

7 Tirando le fila del discorso, sembra allora evidente che, quanto meno dal momento in cui il legislatore del 2001 ha svincolato il fermo dall'esito infruttuoso del pignoramento, sopprimendo la condizione del mancato reperimento del bene, alla quale esso era prima subordinato, il presidio non può non essere ricostruito in termini di misura alternativa alla esecuzione, come del resto conferma anche la collocazione topografica della relativa disciplina all'interno del Capo III del Titolo II. In sostanza, decorso il termine di sessanta giorni dalla notificazione della cartella di pagamento, l'agente della riscossione potrà, a sua scelta, o procedere ad esecuzione forzata sulla base del titolo esecutivo costituito dal ruolo ovvero disporre il fermo di beni mobili registrati.

Deve allora concludersi che trattasi di misura puramente afflittiva, volta a indurre il debitore all'adempimento, pur di ottenerne la rimozione. Come tale essa deve ritenersi impugnabile secondo le regole del rito ordinario di cognizione e nel rispetto delle norme generali in tema di riparto di competenza per materia e per valore, configurandosi, la corrispondente iniziativa giudiziaria, come un'azione di accertamento negativo della pretesa dell'esattore di eseguire il fermo, in cui al giudice adito sarà devoluta la cognizione sia della misura che del merito della pretesa creditoria.

8 Se tutto questo è vero, il conflitto di competenza sollevato dal Tribunale di Palmi non sfugge alla declaratoria di inammissibilità.

E invero, per giurisprudenza ormai consolidata di questa Corte (cfr. Cass. civ. ord. 19 gennaio 2015, n. 728; Cass. civ. ord. 14 febbraio 2014, n. 3534; Cass. civ. ord. 14 aprile 2014, n. 8676; e anche, in motivazione, Cass. civ. sez. unite ord. 19 ottobre 2011, n. 21582) l'esperimento del regolamento di competenza d'ufficio ai sensi dell'art. 45 cod. proc. civ. postula che, emessa dal giudice adito per un determinato processo la pronuncia dichiarativa della competenza per materia o per territorio inderogabile e riassunta la causa davanti al giudice ritenuto competente, quest'ultimo si ritenga a sua volta incompetente sotto gli stessi profili, nel senso che sostenga che la competenza per ragioni di materia o di territorio inderogabile spetta al primo ovvero ad un terzo giudice. Ciò significa che deve essere dichiarato inammissibile il conflitto di competenza qualora il secondo giudice, indicato come competente per materia dal primo e davanti al quale la causa è stata riassunta, nell'escludere di essere munito di competenza per materia, ritenga che questa appartenga ad altro organo giudiziario per ragioni di valore, spettando solo alle parti, nelle forme e nei tempi di cui all'art. 38 cod. proc. civ., eccepire l'incompetenza sotto tale profilo, al pari dell'incompetenza territoriale derogabile.

9 Nella fattispecie, come esplicitato innanzi, il Tribunale ha elevato conflitto sul presupposto che il fermo costituisca una misura cautelare atipica, a contenuto inibitorio e di carattere provvisorio, la cui tutela andrebbe esperita davanti al giudice ordinario competente per valore, con il mezzo di cui all'art. 615, primo comma, cod. proc. civ.

La circostanza che, secondo queste sezioni unite, il fermo di beni mobili registrati costituisce una misura puramente coercitiva, nulla toglie al fatto che, sia pure per ragioni diverse da quelle prospettate nell'ordinanza di rimessione, la cognizione della controversia dovrebbe comunque essere devoluta al Giudice di Pace di Palmi esclusivamente per ragioni di valore.

Ne deriva che, affermato il principio di diritto in ordine alla natura giuridica del fermo di beni mobili registrati come atto non già di espropriazione forzata, ma di una procedura a questa alternativa, la cui impugnativa, sostanziandosi in un'azione di accertamento negativo della pretesa creditoria, segue le norme generali in tema di riparto della competenza, per materia e per valore, l'istanza di regolamento di competenza di ufficio va dichiarata inammissibile.

Nulla va disposto in ordine alle spese, trattandosi di procedura officiosa.

P.Q.M.

La Corte a sezioni unite dichiara l'inammissibilità del ricorso.

Roma, 23 giugno 2015

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Corte di Cassazione n. 11142/2015 – estratto ruolo munito della dichiarazione di conformità all'originale costituisce prova del credito, ai sensi dell'art. 2718 c. c. – 29/05/2015 -

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La Corte di Cassazione, con la sentenza in oggetto, ha ribadito il seguente principio di diritto : 'L'estratto di ruolo è la fedele riproduzione della parte del ruolo relativa alla o alle pretese creditorie azionate verso il debitore con la cartella esattoriale, contenente tutti gli elementi essenziali per identificare la persona del debitore, la causa e l'ammontare della pretesa creditoria. Ne consegue che esso costituisce idonea prova (ai sensi dell'art. 2718 cod. civ) della entità e della natura del credito portato dalla cartella esattoriale ivi indicata, anche ai fini della verifica della natura tributaria o meno del credito azionato, e quindi della verifica della giurisdizione de/giudice adito".

 

CORTE DI CASSAZIONE CIVILE

SEZ. III SENTENZA N. 11142/2015

Presidente: SALME' GIUSEPPE

Relatore: RUBINO LINA

Data pubblicazione: 29/05/2015

 

SENTENZA

sul ricorso 27099-2013 proposto da:

EQUITALIA SUD SPA, in persona della sua procuratrice speciale M. M., domiciliata ex lege in ROMA, presso la CANCELLERIA DELLA CORTE DI CASSAZIONE, rappresentata e difesa dall'avvocato G.C. giusta procura a 2015 margine del ricorso;

- ricorrente -

contro

R.K.E.;

- intimata –

avverso la sentenza n. 248/2013 della CORTE D'APPELLO DI LECCE SEZ.DIST. DI TARANTO, depositata il 27/05/2013 R.G.N. 486/2011;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 12/02/2015 dal Consigliere Dott. LINA RUBINO;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. ROSARIO GIOVANNI RUSSO che ha concluso per la rimessione alle Sezioni Unite ex art. 374 cpc.

I FATTI

Nel 2010 R. K. E. proponeva opposizione davanti al Tribunale di Taranto, sezione distaccata di  Manduria, avverso il fermo amministrativo notificatole da Equitalia Pragma s.p.a., lamentandone l'illegittimità perché non preceduto dalla notifica dell'intimazione di pagamento, ed anche l'illegittimità dell'atto presupposto, ovvero della cartella di pagamento, perché notificata in spregio al disposto normativo dell'art. 26 del d. P.R. n. 602 del 1973 ed eccepiva la prescrizione del debito.

Equitalia Pragma s.p.a. costituendosi eccepiva preliminarmente il difetto di giurisdizione del giudice ordinario, trattandosi esclusivamente di pretese di natura tributaria.

Il Tribunale di Taranto con sentenza n. 166 del 2011 accoglieva l'opposizione, dichiarando l'inesistenza della cartella di pagamento opposta, con conseguente inefficacia dell'iscrizione di fermo amministrativo.

In appello, Equitalia ribadiva preliminarmente il difetto di giurisdizione del g.o. adito per aver giurisdizione il giudice tributario, a seguito dell'ampliamento della giurisdizione operato con la legge n. 448 del 2001, art. 12 e con l'art. 35, punto 26-quinquies della legge n. 248 del 2006, che ha inserito nell'art. 19 del d.lgs. n. 546 del 1992 (che elenca tassativamente gli atti impugnabili davanti al giudice tributario), anche il fermo di beni mobili registrati, qualora il provvedimento di fermo sia conseguente all'omesso pagamento di imposte e tasse (nel caso di specie, IRPEF). Deduceva inoltre la nullità della sentenza impugnata, perché emessa in un giudizio affetto da vizi di improcedibilità in quanto introdotto con ricorso anziché con citazione e ribadiva la validità della notifica della cartella presupposta (notificata a mezzo posta, con avviso ricevuto e sottoscritto dalla stessa K., che per impugnarlo avrebbe dovuto proporre querela di falso avverso l'atto che riportava la sua firma) e l'idoneità dell'estratto del ruolo ad attestare l'esatto contenuto della cartella Precisava che le cartelle di pagamento vengono stampate in unico originale, che viene notificato - e consegnato — al contribuente, e riproducono il contenuto del ruolo, emesso dall'ente impositore e trasmesso all'agente di riscossione.

La Corte d'Appello di Lecce — sezione distaccata di Taranto - rigettava l'appello confermando la sentenza di primo grado; essa riteneva infondata l'eccezione di difetto di giurisdizione, ritenendo che la produzione in giudizio degli estratti di ruolo non fosse idonea a fornire la prova della natura dei crediti azionati.

Equitalia Sud s.p.a., cessionaria del ramo di azienda di Equitalia Pragma s.p.a., propone ricorso articolato in cinque motivi per la cassazione della sentenza n. 248 del 2013 della Corte d'Appello di Lecce - sezione distaccata di Taranto, nei confronti di R.K.E..

La R., benché regolarmente intimata, non ha svolto attività difensive.

LE RAGIONI DELLA DECISIONE

Con il primo motivo di ricorso la ricorrente lamenta la violazione e falsa applicazione dell'art. 2718 c.c., degli artt. 24, 25 e 49 d.P.R. n. 602 del 1973, dell'art. 5 comma 5 del d.l. 31.12.1996 n. 669 e degli artt. 1 e 6 del d.m. 321 del 1999 , in relazione all'art. 360 primo comma n. 3 c.p.c. .

Sostiene che la sentenza impugnata ha errato laddove ha negato valenza probatoria all'estratto di ruolo prodotto da Equitalia (unitamente alla relata di notifica della cartella presupposta al fermo amministrativo opposto) per provare che la cartella a …/92/000 fosse relativa a pretese tributarie, e per provare la

regolarità della notifica.

Con il secondo motivo la ricorrente deduce la violazione e falsa applicazione degli artt. 2 e 19 del d.lgs. n. 546\92 in relazione all'art. 360, n. 1 c.p.c..

La ricorrente sostiene che ha errato in diritto la sentenza impugnata, laddove ha rigettato l'eccezione di difetto di giurisdizione tempestivamente sollevata, violando il disposto dell'art. 2 del d.lgs. n. 546 del 1992 (che, nel delimitare la giurisdizione tributaria, statuisce che appartengono ad essa tutte le controversie aventi ad oggetto tributi di ogni genere e specie comunque denominati) in combinato disposto con l'art. 19 dello stesso d.lgs. (che nell'elencare gli atti impugnabili dinanzi alla commissione tributaria vi comprende ora anche il fermo amministrativo di beni mobili registrati).

Con il terzo motivo di ricorso, la ricorrente lamenta la violazione e falsa applicazione dell'art. 57 del d.P.R. n. 602 del 1973, in relazione all'art. 360 n. 3 c.p.c.

La ricorrente sostiene che i giudici di merito avrebbero dovuto rilevare, in sede di verifica preliminare di ammissibilità, che l'opposizione non rientrava nei limiti fissati dall'art. 57 del d.P.R. n. 602 del 1973 ( in base al quale "non sono ammesse a) le opposizioni regolate dall'art. 615 c.p.c., fatta eccezione per quelle concernenti la pignorabilità dei beni; b) le opposizioni regolate dall'art. 617 c.p.c. relative alla regolarità formale e alla notificazione del titolo esecutivo ",).

Deduce che, esaminando invece nel merito l'opposizione, il giudice ordinario ha violato i limiti di riparto della giurisdizione, rimessa alle Commissioni tributarie in ordine a tutte le controversie aventi oggetto tributi di ogni genere e specie, in violazione anche dell'affermazione contenuta in S.U. n. 23667 del 2009, che ha sancito 'L'inammissibili/à delle opposizioni all'esecuzione ed agli atti esecutivi ex art. 57 del d.P.R. n. 602 del 1973, relativamente alle entrate tributarie, per le quali la tutela giudiziaria è affidata, ai sensi dell'art. 2 ci.lgs. n. 366 del 1992, alle commissioni tributarie".

Con il quarto motivo la ricorrente deduce la violazione e falsa applicazione degli artt. 21 d.lgs. n. 546\92, 2700 c.c., 26 del d.P.R. n. 602 del 19732697 c.c. e 115 c.p.c. in relazione all'art. 360 n. 5 c.p.c.

Essa deduce che la sentenza impugnata sarebbe altresì errata non avendo valutato un fatto decisivo per la decisione, che ha costituito oggetto di discussione nel corso del giudizio, avendo omesso di prendere in esame tutta la documentazione versata in atti dalla ricorrente ed in particolare le relate di notifica delle cartelle.

Con il quinto motivo di ricorso si denuncia la violazione e falsa applicazione degli artt. 615, 616, 183 VI comma c.p.c. in relazione all'art. 360 n. 4 c.p.c. La ricorrente denuncia la nullità della sentenza per improcedibilità dell'opposizione, attesa la violazione dell'art. 615 secondo comma c.p.c. , già eccepita in appello.

Sostiene infatti che il giudice dell'opposizione avrebbe dovuto limitarsi a statuire con ordinanza sulla sussistenza dei presupposti per la sospensione dell'esecuzione e fissare il termine previsto dall'art. 616 c.p.c. per l'inizio del giudizio di merito, dando così la possibilità alla ricorrente di richiedere e di fruire dei termini di cui all'art. 183, VI° comma c.p.c., per produrre gli originali, formulare mezzi istruttori, modificare la propria domanda, mentre questi ha deciso direttamente nel merito la controversia utilizzando le forme e i termini del giudizio di cognizione sommaria.

I primi tre motivi di ricorso sono fondati.

Alla corte d'appello era stata sottoposta la questione pregiudiziale di giurisdizione del giudice adito, per essere la controversia in materia di opposizione a fermo amministrativo appartenente alla giurisdizione del giudice tributario, in quanto il fermo era stato apposto a tutela di una pretesa tributaria dell'amministrazione.

Il giudice di appello ha ristretto la motivazione della sentenza sul punto esclusivamente alla affermazione, alquanto apodittica, che nega il valore probatorio dell'estratto di ruolo.

Partendo da questo assunto, il giudice di appello si è limitato ad affermare che, non essendo stato provato che l'Agente per la riscossione agisse in relazione a mancate entrate tributarie ( non avendo l'estratto del ruolo alcun valore probatorio del contenuto delle cartelle), l'eccezione di difetto di giurisdizione fosse infondata, in quanto in caso di incertezza sulla natura della pretesa sussiste la giurisdizione del giudice ordinario.

La questione sottoposta all'attenzione della Corte con il primo motivo concerne la valenza probatoria degli estratti del ruolo al fine di stabilire se l'agente per la riscossione agisca per il recupero coattivo di pretese tributarie o meno. La soluzione che si riterrà di dare alla questione della valenza probatoria degli estratti di ruolo condiziona la soluzione da dare alla successiva questione se in ordine alla proposta opposizione sussistesse o meno la giurisdizione del giudice ordinario adito, posta dal secondo e terzo motivo.

L'affermazione contenuta nella sentenza appellata, secondo la quale gli estratti del ruolo non sarebbero utilizzabili al fine di provare la natura del credito vantato dal concessionario, in quanto gli estratti di cartella sarebbero stati dichiarati conformi agli originali dallo stesso concessionario, e non vi sarebbe certezza sul loro contenuto, non è corretta.

La sentenza qui impugnata sostiene di applicare il principio di diritto contenuto in Cass. n. 16929 del 2012, secondo il quale l'estratto di ruolo non ha forza probatoria proprio per la sua natura di estratto, ovvero per la selezione, operata a sua discrezione dall'amministrazione, nell'indicare in esso solo parte dei dati indicati nella cartella.

L'affermazione della sentenza di appello contiene innanzitutto un errore di metodo, in quanto la sentenza citata non contiene l'enunciazione di un principio di diritto sul punto : la sentenza si conclude con una pronuncia di inammissibilità del ricorso per difetto di autosufficienza, proprio perché il ricorrente non avrebbe ben specificato né indicato di averlo fatto nei gradi di merito per quale ordine di motivi quell'estratto del ruolo sarebbe idoneo a sostituire la cartella. Quindi, è improprio richiamare come contenente un principio di diritto espresso dalla Corte, in ragione del quale si chiede di decidere una controversia, una affermazione contenuta in una sentenza che abbia dichiarato inammissibile il ricorso per aver il ricorrente mal posto la medesima questione.

Vi è poi da dire che l'affermazione della corte d'appello si pone in contrasto con le norme che disciplinano la funzione e il contenuto dell'estratto di ruolo : il ruolo costituisce il titolo esecutivo, ex art. art. 49 del d.p.r. n. 602 del 1973 ai sensi del quale "Per la riscossione delle somme non pagate il concessionario procede ad espropriazione forzata sulla base del ruolo, che costituisce titolo esecutivo".

La cartella esattoriale non è altro che la stampa del ruolo in unico originale notificata alla parte, e, al contrario di quanto affermato dalla corte territoriale, l'estratto di ruolo è una riproduzione fedele ed integrale degli elementi essenziali contenuti nella cartella esattoriale : esso deve contenere tutti i dati essenziali per consentire al contribuente di identificare a quale pretesa dell'amministrazione esso si riferisca ( e per consentire al contribuente di apprestare le sue difese e al giudice ove adito di verificare la fondatezza della pretesa ereditaria o gli altri punti sollevati dall'opponente) perché contiene tutti i dati necessari ad identificare in modo inequivoco la contribuente, ovvero nominativo, codice fiscale, data di nascita e domicilio fiscale; tutti i dati indispensabili necessari per individuare la natura e l'entità delle pretese iscritte a ruolo, ovvero il numero della cartella, l'importo dovuto, l'importo già riscosso e l'importo residuo, l'aggio, la descrizione del tributo, il codice e l'anno di riferimento del tributo, l'anno di iscrizione a ruolo, la data di esecutività del molo, gli estremi della notifica della cartella di pagamento, l'ente creditore (indicazioni obbligatoriamente previste dall'art. 25 del d.P.R. n. 602 del 1973, oltre che dagli artt. 1 e 6 del d.m. n. 321 del 1999). Gli estratti di ruolo sono di conseguenza validi ai fini probatori e in particolare, per quanto qui interessa, per individuare a tutela di quale tipo di credito agisca l'amministrazione.

Questa Corte ha già avuto modo di affermare che la copia della parte del ruolo relativa al contribuente, munita della dichiarazione di conformità all'originale resa dal collettore delle imposte, costituisce prova del credito, ai sensi dell'art. 2718 cod. civ.(secondo cui le copie parziali o le riproduzioni per estratto, rilasciate nella forma prescritta da pubblici ufficiali che ne sono depositari e sono debitamente autorizzati, fanno piena prova solo per quella parte dell'originale che riproducono letteralmente), atteso che il collettore esercita le stesse funzioni dell'esattore, di cui è coadiutore (art. 130 d.P.R. 15 maggio 1963, n. 858), e che l'esattore, pur non rientrando tra i "pubblici depositari" - cui la legge attribuisce la funzione di tenere gli atti a disposizione del pubblico e che sono obbligati, ex art. 743 cod. proc. civ., a rilasciare copia degli atti anche a chi non ne è parte – è tuttavia un "depositano" del ruolo, datogli in consegna dall'intendente di finanza (art. 24 d.P.R. 29 settembre 1973 n. 602), ed inoltre è autorizzato a rilasciarne copia, ai sensi dell'art. 14 della legge 4 gennaio 1968 n. 15 (secondo cui l'autenticazione delle copie, anche parziali, può essere fatta dal pubblico ufficiale presso il quale è depositato l'originale) (Cass. n. 25962 del 2011).

L'estratto del ruolo non è quindi una sintesi del ruolo, operata a sua discrezione dallo stesso soggetto che l'ha formato, ma è la riproduzione di quella parte del ruolo che si riferisce alla o alle pretese impositive che si fanno valere nei confronti di quel singolo contribuente con la cartella notificatagli (nel senso che l'estratto di ruolo non sia altro che una riproduzione parziale del ruolo v. già Cass. n. 724 del 2010).

Il primo motivo va pertanto accolto e la sentenza impugnata va cassata su punto non essendosi attenuta al seguente principio di diritto : 'L'estratto di ruolo è la fedele riproduzione della parte del ruolo relativa alla o alle pretese creditorie azionate verso il debitore con la cartella esattoriale, contenente tutti gli elementi essenziali per identificare la persona del debitore, la causa e l'ammontare della pretesa creditoria. Ne consegue che esso costituisce idonea prova della entità e della natura del credito portato dalla cartella esattoriale ivi indicata, anche ai fini della verifica della natura tributaria o meno del credito azionato, e quindi della verifica della giurisdizione de/giudice adito".

Sgombrato il campo della prima questione, questa Corte potrà provvedere all'esame diretto della proposta questione di giurisdizione, in quanto, configurando essa la denuncia di un "error in procedendo", legittima la Corte di cassazione a verificarne la sussistenza mediante diretto esame degli atti.

Il giudice di appello l'ha rigettata limitandosi a dire che, non essendo stato provato che l'Agente per la riscossione agisse in relazione a mancate entrate tributarie ( non avendo l'estratto del ruolo alcun valore probatorio del contenuto delle cartelle), l'eccezione di difetto di giurisdizione era infondata, perché in caso di incertezza sulla natura della pretesa sussiste la giurisdizione del giudice ordinario.

Va fatta applicazione della nota consolidata giurisprudenza di questa Corte in ordine al riparto di giurisdizione sulle opposizioni ad esecuzioni esattoriali ( richiamata anche dalla corte d'appello nella sentenza impugnata) che fissa il discrimine esclusivamente nella natura del credito azionato.

Le Sezioni Unite hanno più volte affrontato e risolto la specifica questione relativa al riparto di giurisdizione in materia di opposizione ad esecuzione esattoriale che si rivolga in particolare avverso un provvedimento di fermo amministrativo, come nel caso in esame, affermando che in caso di opposizione al provvedimento di fermo amministrativo di beni mobili registrati, che si fondi su una pluralità di pretese, alcune delle quali di natura tributaria ed altre di natura diversa, ove l'impugnazione sia stata proposta congiuntamente, senza distinguere la natura dei crediti, innanzi al giudice ordinario, questi deve trattenere la causa innanzi a sé in relazione ai crediti d'imposta non tributari, e rimettere la causa innanzi al giudice tributario per la parte in cui il provvedimento si riferisce a crediti di competenza di quest'ultimo (da ultimo Cass. S.U. n. 15425 del 2014, in precedenza Cass. n. 14831 del 2008).

Essendo la questione già stata decisa dalle Sezioni Unite di questa Corte, non si rende necessario investirle nuovamente, come richiesto dal Procuratore Generale, ai sensi dell'ultima parte del primo comma dell'art. 374 cod.proc.civ.

Dall'esame della documentazione versata già in primo grado, menzionata nel ricorso per cassazione con trascrizione e indicazione della sede processuale di produzione, si evince che il fermo amministrativo applicato nei confronti della R. e opposto era stato apposto esclusivamente in relazione all'omesso pagamento di debiti tributari (IRPEF).

Il giudice ordinario avrebbe dovuto declinare la giurisdizione in favore del giudice tributario, essendo stato disposto il fermo esclusivamente per il mancato pagamento di una imposta.

Ne consegue che vanno accolti anche il secondo e terzo motivo di ricorso.

Il quarto e quinto motivo rimangono assorbiti, trattandosi di questioni che dovranno essere esaminate dal giudice avente giurisdizione.

In accoglimento del primo, secondo e terzo motivo la sentenza impugnata va cassata con dichiarazione della giurisdizione del giudice tributario, e rimessione della causa alla competente commissione tributaria provinciale, che provvederà anche alla regolamentazione delle spese del giudizio di cassazione.

Il ricorso è stato proposto in tempo posteriore al 30 gennaio 2013, ma la ricorrente non è uscita soccombente dal giudizio di cassazione. La Corte dà atto pertanto della insussistenza dei presupposti per il versamento da parte della ricorrente, ai sensi dell'art. 13 comma 1 quater del d.P.R. n. 115 del 2002 di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma del comma 1 bis dello stesso art. 13.

P.Q.M.

La Corte accoglie i primi tre motivi di ricorso, assorbiti gli altri, cassa la sentenza impugnata, dichiara la giurisdizione del giudice tributario e rimette la relativa opposizione alla competente commissione tributaria provinciale, anche per le spese del giudizio di cassazione.

Dà atto della insussistenza dei presupposti per il versamento da parte della ricorrente di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale.

Così deciso nella camera di consiglio della Corte di Cassazione il 12 febbraio 2015 

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Corte di Cassazione n. 12005/2015 -notifiche ex art. 140 c.p.c. -art. 58 e 60, comma 1 lett. e) del Dpr 600/73 e art. 26 Dpr 602/73 - la notifica va effettuata anche presso il luogo di lavoro del contribuente -10/06/2015

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Corte di Cassazione n. 12005/2015 – notifiche cartelle esattoriali - il postino o l’ufficiale giudiziario, prima di effettuare il deposito presso la Casa Comunale, deve tentare la notifica oltre che presso l’abitazione, l’azienda,  anche presso l’ufficio del contribuente. In particolare la Suprema Corte ha precisato che per ufficio si intende il luogo dove si svolge regolarmente l’attività lavorativa, anche se si tratta di lavoro subordinato.   

 

 

CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONE 5°  CIVILE

SENTENZA N. 12005 Anno 2015

Presidente: DI IASI CAMILLA

Relatore: CIGNA MARIO

Data pubblicazione: 10/06/2015

 

 

 

SENTENZA

sul ricorso 27845-2008 proposto da:

PETTINELLI ANNA, elettivamente domiciliata in ROMA

VIA SICILIA 66, presso lo studio dell'avvocato

FRANCESCO GIULIANI, che la rappresenta e difende

giusta delega a margine;

- ricorrente -

contro

AGENZIA DELLE ENTRATE in persona del Direttore pro tempore, elettivamente domiciliato in ROMA VIA DEI

PORTOGHESI 12, presso l'AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che lo rappresenta e difende;

controricorrente

Civile Sent. Sez. 5 Num. 12005 Anno 2015

Presidente: DI IASI CAMILLA

Relatore: CIGNA MARIO

Data pubblicazione: 10/06/2015

Corte di Cassazione - copia non ufficiale

nonchè contro

EQUITALIA GERIT SPA;

- intimato -

avverso la sentenza n. 129/2007 della COMM.TRIB.REG. di ROMA, depositata il 02/10/2007;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 15/01/2015 dal Consigliere Dott. MARIO

CIGNA;

udito per il ricorrente l'Avvocato R. delega Avvocato G. che si riporta;

udito per il controricorrente l'Avvocato C. che si riporta;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. MAURIZIO VELARDI che ha concluso per

l'accoglimento per quanto di ragione del ricorso.

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Pettinelli Anna ha proposto ricorso dinanzi alla CTP di Roma avverso cartelle di pagamento con le quali le era stato richiesto il pagamento di somme per maggiori IRPEF, CSSN e tassa per l'Europa, oltre conseguenti sanzioni ed interessi, relative agli anni 1996 e 1997; a sostegno del ricorso e della sua tempestività ha esposto di essere venuta a conoscenza del detto debito erariale solo con la notifica (avvenuta il 29-3-2005) degli atti di pignoramento relativi alle dette cartelle.

L'adita CTP, ritenuto ammissibile il ricorso, lo ha rigettato, evidenziando la regolarità della notifica dei prodromici avvisi di accertamento, avvenuta con la procedura prevista per rirreperibilità, e quindi la definitività degli stessi.

Con sentenza depositata il 22-6-07 la CTR Lazio ha rigettato l'appello della contribuente; in particolare la CTR ha, in primo luogo, specificato che, in base a quanto disposto dagli artt. 60 dpr 600/73 e 26 dpr 602/73, la notifica degli atti dell'Amministrazione si effettua, in caso di irreperibilità del contribuente, con il solo deposito dell'atto presso la Casa del Comune dove deve eseguirsi la notificazione (senza quindi l'obbligo anche dell'affissione dell'avviso di deposito alla porta dell'abitazione, ufficio o azienda, e dell'invio di una raccomandata: c.d. procedura ex art. 140 cpc semplificata); nel caso di specie risultavano documentati gli avvenuti "infruttuosi tentativi di notificazione presso il domicilio anagrafico e fiscale della contribuente" ; in relazione, poi, alla doglianza dell'appellante, secondo cui la procedura ex art. 140 cpc (implicante l'assenza nei Comune di domicilio fiscale di un'abitazione, ufficio o azienda del destinatario) non poteva essere applicata nel caso di specie in quanto la contribuente svolgeva regolarmente la sua attività lavorativa in Roma presso la società Radio Dimensione Suono ed aveva quindi in Roma l'Ufficio ove lavorava, la CTR ha evidenziato che come "ufficio" non poteva intendersi "quello in cui si presta lavoro in qualche modo subordinato perché esso non ha valenza esterna ma attiene al rapporto interno tra il prestatore d'opera e chi usufruisce della prestazione".

Avverso detta sentenza ha proposto ricorso per Cassazione la contribuente, affidato a quattro motivi; ha resistito l'Agenzia con controricorso.

MOTiVI DELLA DECISIONE

 

Con il primo motivo la contribuente, denunziando -ex art. 360, comma 1, n. 3 cpc- viol azione e falsa applicazione del combinato disposto degli artt. 58 e 60, comma 1, lett. e) del dpr 600/73 nonché dell'art. 26 dpr 602/73, ha sostenuto che l'avviso del deposito nella Casa Comunale poteva costituire idonea modalità sostitutiva dell'affissione alla porta dell'abitazione, dell'ufficio o dell'azienda soltanto se, malgrado le ricerche del messo notificatore, non fosse stato possibile reperire effettivamente tali luoghi (abitazione ufficio, azienda) nel Comune ove il contribuente aveva il domicilio fiscale; nel caso specifico, precisa e Corte di Cassazione - copia non ufficiale per "ufficio" del destinatario doveva intendersi il luogo in cui quest'ultimo svolgeva la propria attività lavorativa (senza che avesse rilievo la natura -autonoma o subordinata- di detta attività), la ricorrente ha evidenziato che l'ufficio della contribuente (e cioè gli uffici in Roma della Radio Dimensione Suono SpA, ove pacificamente la stessa esercitava la propria attività di conduttrice radiofonica) era facilmente individuabile sulla base degli stessi dati in possesso dell'Amministrazione (in particolare tramite l'Anagrafe tributaria).

Con il secondo e terzo motivo la contribuente, denunziando — ex art. 360 n. 5 cpc- omessa (2 0 motivo) o insufficiente motivazione (3 0 motivo), ha sostenuto che la CTR si era limitata a ritenere apoditticamente documentate le affermazioni dell'Ufficio circa gli infruttuosi tentativi di notificazione presso il domicilio anagrafico e fiscale della contribuente, ed aveva in tal modo omesso di verificare se le ricerche effettuate dall'Agente notificatore fossero state (o meno) compiute con la dovuta diligenza anche negli altri luoghi indicati dall'art. 60, comma 1, lett. e) dpr 600/73, e in particolare presso gli uffici di radio Dimensione Suono SpA .

Con il quarto motivo la contribuente, denunziando -ex art. 360, comma 1, n. 4 cpc- omessa pronunzia sulla prima e terza censura sollevata in appello, ha sostenuto che la CTR non si era per nulla pronunciata sulle dette doglianze, concernenti l'omessa pronuncia (o comunque la motivazione apparente) in merito al rispetto della procedura di notifica degli atti tributari (prima doglianza) e l'illegittimità della notifica dei prodromici avvisi di avvisi di accertamento presupposti dalla cartella di pagamento impugnata (terza doglianza).

Il primo motivo è ammissibile e, nel merito, fondato, con assorbimento degli altri.

Contrariamente a quanto sostenuto dall'Agenzia, il ricorso, in relazione a tale motivo, è innanzitutto autosufficiente, contenendo tutti gli elementi necessari alla Corte per comprendere e valutare le sollevate censure; in particolare, al riguardo, va infatti, evidenziato che nel ricorso per cassazione (v. pag. 4) è stata pressochè integralmente trascritta la relata di notifica, con specifica indicazione anche dell'allegato al ricorso di primo grado ove la stessa era contenuta; il ricorso, inoltre, è ammissibile ex art. 366 bis cpc, ratione temporis vigente, concludendosi con specifico ed idoneo quesito di diritto (v. pagg. 25-27), che ;

inquadrata la fattispecie concreta' in esame, pone alla Corte la questione della nozione di "ufficio" presa in considerazione in particolare dall'ad, 60, comma 1, lett. e) dpr 600/73.

Venendo quindi al merito, va, in primo luogo, precisato che, ai sensi dell'art. 60, cornma 1, dpr 600/73, la notificazione degli avvisi e degli altri atti che per legge devono essere notificati al contribuente è eseguita secondo le norme stabilite dagli artt. 137 e ssg cpc, con alcune modifiche specificamente indicate (lett. a-f) e, in particolare, tra queste, per quanto rileva nel caso in esame, che "quando nel comune nel quale de eseguirsi la notifica non vi è abitazione, ufficio o azienda del contribuente, l'avviso del deposito pr cr dall'ad. 140 cpc, in busta chiusa e sigillata si affigge nell'albo del Comune ..." (lett. e).

In virtù di tale chiaro dispostd normativo non vi è quindi dubbio che siffatta specifica procedura notificatoria (pacificamente utilizzata nel caso in esame) è applicabile nella sola ipotesi in cui nel comune nel quale deve eseguirsi la notifica non vi sia abitazione, ufficio o azienda del contribuente; in particolare, per quanto rileva, nell'ipotesi in cui non vi sia un "ufficio" del contribuente; al contrario, quando nel comune di domicilio fiscale vi sia un "ufficio" del contribuente, la procedura notificatoria da adottare è quella ordinaria di cui agli artt. 137 ssg cpc, e la notifica va fatta presso il detto ufficio.

Al riguardo la CTR, pur prendendo atto in fatto che la contribuente svolgeva abitualmente la propria attività lavorativa presso i locali della società Radio Dimensione Suono, ha erroneamente sostenuto che come "ufficio" non poteva intendersi "quello in cui si presta lavoro in qualche modo subordinato perché esso non ha valenza esterna ma attiene al rapporto interno tra il prestatore d'opera e chi usufruisce della prestazione".

Ritiene, invece, questa Corte che per ufficio del destinatario, ai sensi delle disposizioni in esame, debba intendersi non solo quello da costui creato, organizzato o diretto per la trattazione degli affari propri, ma anche quello dove egli abitualmente presti servizio o svolga una sua attività, senza che rilevi il fatto che si tratti di attività privata o pubblica o che detta attività sia svolta nell'ambito di un rapporto di lavoro autonomo o subordinato (in senso conforme Cass. 2506/2007); tanto sia in base alla lettera delle dette disposizioni, che non distinguono l'ufficio in base alla natura del rapporto di lavoro, sia in conformità della ratio delle stesse, non potendosi dubitare che, a prescindere dalla natura del rapporto di lavoro, la sussistenza di un ufficio postula comunque una relazione di fatto fra il soggetto ed il luogo tale da rendere assai probabile la tempestiva ricezione della notifica da parte del notificando.

Sostiene in proposito l'Agenzia in controricorso che, poiché il concetto di domicilio assorbe e comprende anche la nozione di ufficio e poiché la CTR ha affermato l'infruttuosità dei tentativi di notificazione presso il domicilio anagrafico e fiscale della contribuente, la su esposta censura sarebbe inammissibile in quanto tendente inammissibilmente a provocare in sede di legittimità un nuovo accertamento in fatto.

Siffatta argomentazione è infondata, non potendosi giammai ritenere che la CTR abbia già accertato in fatto che sia stata tentata la notifica Firesso l'ufficio della contribuente; la CTR, invero, nell'impugnata sentenza ha, al contrario, implicitamente escluso che tale notifica vi sia stata, dal momento che ha rigettato la doglianza della contribuente (che lamentava la mancata notifica presso gli uffici di Radio Dimensione Suono) proprio specificando che come "ufficio" non poteva intendersi quello in cui veniva svolta un'attività lavorativa in qualche modo subordinata.

In conclusione, pertanto, va accolto il primo motivo di ricorso, con conseguente assorbimento degli altri; va quindi cassata l'impugnata sentenza, con rinvio per nuovo esame alla CTR Lazio, diversa composizione, che provvederà anche alla regolamentazione delle spese del presente giudizio di legittimità.

P. Q. M.

La Corte accoglie il primo motivo di ricorso; assorbiti gli altri; cassa l'impugnata sentenza, con rinvio per nuovo esame alla CTR Lazio, diversa composizione, che provvederà anche alla regolamentazione delle spese del presente giudizio di legittimità.

Così deciso in Roma il 15-1-2015

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