Corte di Cassazione Ordinanza n. 6837/2022 – Cartelle esattoriali - Impugnabilità dell’estratto ruolo esattoriale – 02.03.2022 .

La Corte di Cassazione, con l’Ordinanza in esame, nonostante la recente normativa introdotta, che prevede la non impugnabilità dell’estratto ruolo esattoriale, in attesa della decisione della Corte Costituzionale, ha ritenuto l’estratto ruolo esattoriale impugnabile, in particolare, ha ribadito: “L'estratto di ruolo è atto interno all'Amministrazione da impugnare unitamente all'atto impositivo, notificato di regola con la cartella di pagamento, perché solo da quel momento sorge l'interesse ad instaurare la lite ex art. 100 c.p.c., salvo il caso in cui il ruolo e la cartella non siano stati notificati: ipotesi in cui, non potendo essere compresso o ritardato l'esercizio del diritto alla…

Corte di Cassazione Ordinanza n. 24632/2020 – ritardo o cancellazione volo aereo – richiesta pagamento compensazione pecuniaria e risarcimento del danno -competenza del giudice adito – 05.11.2020 –

Importante Ordinanza della Corte di Cassazione, relativa alla competenza e alla giurisdizione del giudice adito, in materia di compensazione pecuniaria e risarcimento danni subiti a causa del ritardo e/o della cancellazione dei voli aerei. In particolare, la Suprema Corte, richiamando una importante sentenza della Corte di Giustizia Europea, ha precisato che le due domande sono soggette ciascuna alla competenza di un giudice diverso. La domanda di pagamento dell'indennizzo previsto dal Regolamento 261/04 è soggetta alle regole di giurisdizione e di competenza "ordinarie", stabilite dal Regolamento 1215/12. Mentre la domanda di risarcimento del danno da inadempimento contrattuale è soggetta,…

Corte di Cassazione Ordinanza n. 40627/2021 – verbale di contestazione -tutor -in caso di contestazione la prova dell’omologazione spetta all’amministrazione -17.12.2021 -

Con l’Ordinanza in esame la Corte di Cassazione ha accolto il ricorso di un automobilista, ribadendo il principio enunciato dalla Corte costituzionale: “con il principio di diritto più volte enunciato da questa Corte, la quale ha chiarito che in presenza di contestazione da parte del soggetto sanzionato spetta all'Amministrazione la prova positiva dell'iniziale omologazione e della periodica taratura dello strumento”. CORTE DI CASSAZIONE II SEZIONE CIVILE ORDINANZA N. 40627 Anno 2021 Presidente: ORILIA LORENZO Relatore: GRASSO GIUSEPPE Data pubblicazione: 17/12/2021 la seguente ORDINANZA sul ricorso 31922-2018 proposto da: B. M., rappresentato e difeso dall'avvocato D. S., giusta delega in…

Corte di Cassazione Sezioni Unite Civili Sentenza n. 10012/2021 – validità notifica in caso di irreperibilità temporanea – non basta la prova della spedizione - è necessaria la prova dell’avviso di…

La Corte di Cassazione a Sezioni Unite, con la sentenza in esame ha, finalmente, risolto il contrasto interpretativo esistente sulla questione all’interno della giurisprudenza di legittimità, che vedeva contrapposte due diversi indirizzi sulla procedura notificatoria degli atti impositivi, in particolare sull’applicazione dell art. 8, legge 890/1982. Il massimo Collegio di legittimità ha “ cestinato” l’orientamento che afferma che ai fini della prova del perfezionamento della notifica postale diretta in caso di assenza temporanea del destinatario, è sufficiente che l’Ente impositore notificante produca in giudizio l’avviso di ricevimento della raccomandata contenente l’atto notificando, con…

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Corte di Cassazione Ordinanza n. 40627/2021 – verbale di contestazione -tutor -in caso di contestazione la prova dell’omologazione spetta all’amministrazione -17.12.2021 -

Written by Luciano Del Giudice on . Posted in Sanzioni Amministrative

Con l’Ordinanza in esame la  Corte di Cassazione ha accolto il ricorso di un automobilista, ribadendo il principio enunciato dalla Corte costituzionale: “con il principio di diritto più volte enunciato da questa Corte, la quale ha chiarito che in presenza di contestazione da parte del soggetto sanzionato spetta all'Amministrazione la prova positiva dell'iniziale omologazione e della periodica taratura dello strumento”.

CORTE DI CASSAZIONE

II SEZIONE CIVILE

ORDINANZA N.  40627 Anno 2021

Presidente: ORILIA LORENZO Relatore: GRASSO GIUSEPPE Data pubblicazione: 17/12/2021

la seguente ORDINANZA

sul ricorso 31922-2018 proposto da: B. M., rappresentato e difeso dall'avvocato D. S., giusta delega in atti; - ricorrente

- contro PREFETTURA BOLOGNA U.T.G.; - intimata

- avverso la sentenza n. 1028/2018 del TRIBUNALE di BOLOGNA, depositata il 30/03/2018; udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del 14/07/2021 dal Consigliere GIUSEPPE GRASSO;

La Corte osserva

A M. B. venne elevato verbale di contestazione dalla Polizia stradale per superamento della velocità massima tenuta dal veicolo dal medesimo condotto, rilevata dal cd. Tutor elettronico, sul tratto dell'autostrada A13 Bologna-Padova in direzione sud, in territorio del Comune di Bologna.

Il Giudice di pace rigettò l'opposizione del sanzionato, il quale aveva chiesto dichiararsi la nullità del verbale, fissando nel minimo la sanzione e il Tribunale di Bologna, con la sentenza di cui in epigrafe, ne disattese l'impugnazione.

Avverso quest'ultima decisione M. B. propone ricorso sulla base di tre censure, ulteriormente illustrate da memoria e la Prefettura di Bologna-Ufficio territoriale del Governo è rimasta intimata.

Il primo motivo, con il quale il ricorrente denunzia violazione e falsa applicazione dell'art. 45, co. 6, cod. str., per avere il Tribunale escluso la obbligatorietà della revisione e taratura periodica del sistema di rilevamento automatico a mezzo Tutor, che non risultava annotata nel verbale, in contrasto con il contenuto precettivo della norma evocata, siccome interpretata dalla Corte Costituzionale con la sentenza n. 113/2015, risulta fondato.

Il Giudice dell'appello esclude la illegittimità dell'accertamento, pur preso atto della citata sentenza della Corte Costituzionale, sostenendo che l'onere della prova diretto a dimostrare l'assenza di regolari controlli gravi sul sanzionato. L'affermazione contrasta, peraltro immotivatamente, con il principio di diritto più volte enunciato da questa Corte, la quale ha chiarito che in presenza di contestazione da parte del soggetto sanzionato spetta all'Amministrazione la prova positiva dell'iniziale omologazione e della periodica taratura dello strumento (Sez. 2, n. 14597, 26/5/2021, Rv. 661511); ulteriormente specificando che le apparecchiature di misurazione della velocità devono essere periodicamente tarate e verificate nel loro funzionamento e l'effettuazione di tali controlli - che vanno eseguiti a prescindere dal fatto che l'apparecchiatura operi in presenza di operatori o in automatico, senza la presenza degli operatori ovvero, ancora, tramite sistemi di autodiagnosi - deve essere dimostrata o attestata con apposite certificazioni di omologazione e conformità, non potendo essere provata con altri mezzi di attestazione o dimostrazione del loro corretto funzionamento (Sez. 2, n. 10463, 3/6/2020, Rv. 657796).

Il secondo e il terzo motivo, con i quali il ricorrente ha denunciato la violazione degli artt. 115, 116 e 416 cod. proc. civ. e dell'art. 7, d. Igs. n. 150/2011, nonché degli artt. 383 reg. att. cod. str., 8 e segg. I. n. 890/1982, 77 reg. att. cod. str., 201 co. 1 bis, lett. f), cod. str., 4, I. n. 168/202, deducendo, rispettivamente, che la sentenza aveva utilizzato documenti prodotti tardivamente dall'Amministrazione e che i Giudici di merito avevano omesso di motivare in relazione ai punti di cui al ricorso in opposizione riportati nel ricorso per cassazione, restano assorbiti dall'accoglimento del primo.

Tenuto conto di quanto esposto la sentenza impugnata deve essere cassata con rinvio, rimettendosi al Giudice del rinvio anche il regolamento delle spese del presente giudizio di legittimità. Con la memoria il ricorrente ha chiesto che l'intimata venga condannata ai sensi dell'art. 96, co. 3, cod. proc. civ. L'istanza è inammissibile, mancando il presupposto di legge costituito dalla pronuncia sulle spese, stante la cassazione con rinvio, anche sul punto.

P.Q.M.

accoglie il primo motivo del ricorso e dichiara assorbiti gli altri, cassa la sentenza impugnata, in relazione all'accolto motivo e rinvia, anche per il regolamento delle spese, al Tribunale di Bologna, in persona di altro giudice.

Così deciso nella camera di consiglio di giorno 14 luglio 2021.

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CORTE DI CASSAZIONE – SENTENZA N. 16622/2019 - L'AUTOVELOX INSTALLATO PREVIA AUTORIZZAZIONE DEL PREFETTO E' DA CONSIDERARSI ILLEGITTIMO SE NON A NORMA CON IL CDS – 20.06.2019

Written by Simone Glovi on . Posted in Sanzioni Amministrative

La Corte di Cassazione, con la sentenza de qua, ha specificato le linee guida da osservare per il corretto utilizzo dell'apparecchiatura adoperata per il rilevamento della velocità. In particolare, la Suprema Corte, precisando quanto previsto dal d. lgs. n. 285/1992, ha ribadito che l'utilizzazione degli apparecchi di rilevazione elettronica della velocità (cc.dd. "autovelox") nei centri urbani è consentita solo con le postazioni mobili alla presenza degli agenti accertatori di polizia, mentre le postazioni fisse e automatiche possono considerarsi legittimamente installabili solo sulle strade urbane a scorrimento, previa autorizzazione del Prefetto. Difatti – prosegue la Corte – il sistema delineato dal d. lgs. n. 285/1992 (meglio noto come "codice della strada") è improntato sulla regola della contestazione immediata delle infrazioni, ammettendo la contestazione differita esclusivamente quando la strada abbia determinate caratteristiche tecniche che rendono pericoloso ordinare l'arresto del mezzo per effettuare la contestazione immediata (con riferimento alla valutazione di molteplici fattori, tra i quali il tasso di incidentalità, le condizioni strutturali del piano viabile, del traffico e quelle afferenti alla salvaguardia della sicurezza nell'effettuazione dell'accertamento). In particolare, il c.d.s. - con la previsione di cui all'art. 201, comma 1-bis - ammette la possibilità di procedere alla contestazione non immediata dell'infrazione al codice della strada mediante la postazione di un autovelox esclusivamente sulle autostrade, strade extraurbane principali, strade extraurbane secondarie e strade urbane di scorrimento, da intendersi, quest'ultime, come le strade a carreggiate indipendenti o separate da spartitraffico, ciascuna con almeno due corsie di marcia, ed una eventuale corsia riservata ai mezzi pubblici, banchina pavimentata a destra e marciapiedi, con le eventuali intersezioni a raso semaforizzate; per la sosta sono previste apposite aree o fasce laterali esterne alla carreggiata, entrambe con immissioni ed uscite concentrate. Nella pronuncia in esame, si rammenta altresì che mentre nelle autostrade e strade extraurbane principali gli organi di polizia stradale possono utilizzare o installare dispositivi o mezzi tecnici di controllo del traffico - secondo le direttive fornite dal Ministero dell'Interno e sentito il Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, nel caso, invece, delle strade extraurbane secondarie e delle strade urbane a scorrimento è necessario un apposito provvedimento del Prefetto che autorizzi la relativa installazione o utilizzazione (avendo, infatti, tale autorità amministrativa il compito di selezionare le strade sulle quali procedere con il controllo a distanza). Detto provvedimento prefettizio, reso allo scopo di consentire la possibilità di usare apparecchiature automatiche senza presidio per il rilevamento delle infrazioni relative al superamento dei limiti di velocità, deve essere adottato in presenza dei requisiti dettati dalla legge, non potendo il Prefetto fare riferimento, mediante un'interpretazione estensiva, a criteri diversi da quelli previsti dal codice della strada. Sulla base di tali considerazioni, la Cassazione ha dichiarato illegittimo l'autovelox fisso installato, previa autorizzazione del Prefetto, in Viale Etruria a Firenze, in quanto non a norma con il Codice della Strada, affermando il principio secondo cui "il provvedimento prefettizio di individuazione delle strade lungo le quali è possibile installare apparecchiature automatiche per il rilevamento della velocità, senza obbligo di fermo immediato del conducente, previsto dall'art. 4 del decreto-legge 20 giugno 2002, n. 121, può includere soltanto le strade del tipo imposto dalla legge mediante rinvio alla classificazione di cui all'art. 2, commi 2 e 3, c.d.s. 1992, e non altre, dovendo perciò, considerarsi illegittimo - e, pertanto, disapplicabile nel giudizio di opposizione a sanzione amministrativa - il provvedimento prefettizio che abbia autorizzato l'installazione delle suddette apparecchiature in una strada urbana che non abbia tutte le caratteristiche "minime" della "strada urbana di scorrimento", in base alla definizione recata dal comma 2, lett. D), del citato art. 2 c.d.s." (cfr. Cass. n. 7872/2011 e Cass. n. 5532/2017).

 

CORTE DI CASSAZIONE

2 SEZIONE CIVILE

SENTENZA N. 16622 DEL 20.06.2019

 

Presidente: CAMPANILE PIETRO

Relatore: CARRATO ALDO

Data di pubblicazione: 20.06.2019

SENTENZA

sul ricorso (iscritto al N.R.G. 19507/'15) proposto da:

M.P., rappresentato e difeso, in forza di procura speciale in calce al ricorso, dall'Avv. M.B. e domiciliato presso la Cancelleria della Corte di cassazione, in Roma, piazza Cavour; - ricorrente – contro

COMUNE DI FIRENZE (C.F.: 01307110484), in persona del Sindaco protempore, rappresentato e difeso, in virtù di procura speciale in calce al controricorso, dall'Avv. A.S. ed elettivamente domiciliato presso lo studio dell'Avv. G.L.; - controricorrente -

Avverso la sentenza del Tribunale di Firenze n. 4013/2014, emessa ai sensi dell'art. 281-sexies c.p.c. e depositata il 17 dicembre 2014 (non notificata);

Udita la relazione della causa svolta nell'udienza pubblica del 17 aprile 2019 dal Consigliere relatore Dott. Aldo Carrato;

udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. Ignazio Patrone, che ha concluso per il rigetto del ricorso;

uditi l'Avv. M.B. per il ricorrente e l'Avv. M.R.C. (per delega) nell'interesse del Comune controricorrente.

RILEVATO IN FATTO

Con sentenza adottata ai sensi dell'art. 281-sexies c.p.c. e pubblicata in data 17 dicembre 2014, il Tribunale di Firenze, in totale riforma della sentenza del Giudice di pace di Firenze n. 3769/2012, rigettava l'opposizione proposta da M.P. avverso il verbale di accertamento n. 511143 del 15 febbraio 2012 elevato dalla Polizia municipale di Firenze in ordine alla violazione dell'art. 142, comma 8, c.d.s., per aver circolato con il proprio veicolo in viale Etruria alla velocità di 76 km/h (ridotta a 71 km/h, per il computo della prescritta tolleranza), in violazione del limite di 50 km/h vigente su quel tratto di strada. A fondamento dell'adottata decisione il Tribunale fiorentino, nell'accogliere il gravame del Comune di Firenze, riteneva, in particolare, che la qualificazione del viale Etruria come strada di scorrimento era corretta, avendone le caratteristiche strutturali, con la conseguenza che il posizionamento di un autovelox fisso e la contestazione differita dell'accertamento della violazione in questione si sarebbero dovuto considerare legittimi.

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. Avverso la suddetta sentenza di appello ha proposto ricorso per cassazione M.P., riferito a tre motivi. L'intimato Comune di Firenze si è costituito con controricorso.

In un primo momento, per la trattazione e la definizione del ricorso era stato scelto di procedere nelle forme di cui all'art. 380-bis.1 c.p.c. ma, all'esito della svolta adunanza in camera di consiglio, il collegio ravvisava l'opportunità di rimettere la trattazione e la discussione del ricorso alla pubblica udienza, in prossimità della quale i difensori di entrambe le parti hanno depositato memoria ex art. 378 c.p.c. .

2. Con il primo motivo il ricorrente ha dedotto - in relazione all'art. 360, comma 1, n. 3, c.p.c. - la violazione e/o falsa applicazione degli artt. 434 e 436-bis c.p.c. con riferimento all'art. 7 del d. Igs. n. 150/2011, avuto riguardo alla mancata dichiarazione di inammissibilità dell'appello proposto dal Comune di Firenze, sull'assunto che lo stesso non poteva considerarsi rispondente ai requisiti prescritti dalle suddette norme del codice di rito civile.

3. Con la seconda censura il ricorrente ha denunciato - ancora ai sensi dell'art. 360, comma 1, n. 3, c.p.c. - la violazione e/o falsa applicazione dell'art. 115 c.p.c. e dell'art. 2697 c.c. in ordine all'asserita violazione del principio di disponibilità delle prove con riferimento all'accertamento di tutte le caratteristiche della strada - sulla quale era stata rilevata la violazione dell'art. 142, comma 8, c.d.s. a mezzo apparecchiatura elettronica - denominata "Viale Etruria" ubicata nel Comune di Firenze in tutta la sua estensione.

4. Con la terza doglianza il ricorrente ha prospettato - sempre con riferimento all'art. 360, comma 1, n. 3, c.p.c. - la violazione e/o falsa applicazione dell'art. 12 delle cc.dd. preleggi, degli artt. 2 e 3 c.d.s. in relazione all'art. 4 del d.l. n. 121/2002 (conv. nella legge n. 168/2012) e agli artt. 200 e 201 c.d.s., avuto riguardo alle definizioni delle caratteristiche, riferite alla strada richiamata nel secondo motivo, di "strada urbana di scorrimento" ovvero ai requisiti minimi che tale tipo di strade devono avere per essere considerate tali, ai sensi del citato art. 2, comma 3, lett. d), c.d.s., e per consentire, a norma del menzionato art. 4 del d.l. n. 121/2002 (conv. nella legge n. 168/2002), l'installazione di apparecchi automatici per il controllo della velocità a distanza, senza obbligo di contestazione immediata della violazione dei relativi limiti prescritti ai sensi dei predetti artt. 200 e 201 c.d.s. .

5. Rileva il collegio che il primo motivo - con il quale risulta erroneamente dedotta anche la supposta violazione dell'art. 436-bis c.p.c., del tutto inconferente in relazione al vizio processuale come prospettato - è palesemente infondato, avendo lo stesso giudice di secondo grado ritenuto che, dal contenuto del ricorso in appello, si desumevano, in modo chiaro, quali dovessero essere, secondo il Comune appellante, la ricostruzione in fatto e le argomentazioni in diritto che il giudice di pace avrebbe dovuto compiere per pervenire al rigetto dell'opposizione proposta "ah origine" e, quindi, quali le critiche giuridiche dedotte avverso la sentenza del giudice di prime cure.

Del resto deve considerarsi ormai pacifico (v., ad es., Cass. n. 2143/2015 e, da ultimo, Cass. SU n. 27199/2017) che l'art. 434, primo comma, c.p.c., nel testo introdotto dall'art. 54, comma 1, lettera c) bis del d.l. 22 giugno 2012, n. 83, convertito, con modificazioni, dalla legge 7 agosto 2012, n. 134, in coerenza con il paradigma generale contestualmente introdotto nell'art. 342 c.p.c., non richiede che le deduzioni della parte appellante assumano una determinata forma o ricalchino la decisione appellata con diverso contenuto, ma impone al ricorrente in appello di individuare in modo chiaro ed esauriente il "quantum appellatum", circoscrivendo il giudizio di gravame con riferimento agli specifici capi della sentenza impugnata nonché ai passaggi argomentativi che la sorreggono e formulando, sotto il profilo qualitativo, le ragioni di dissenso rispetto al percorso adottato dal primo giudice, sì da esplicitare la idoneità di tali ragioni a determinare le modifiche della decisione censurata.

6. Il secondo motivo e il terzo motivo, siccome tra loro all'evidenza connessi, possono essere esaminati congiuntamente.

Essi sono fondati per le ragioni che seguono.

Le relative censure attengono all'individuazione - anche per effetto dei necessari riscontri probatori utili allo scopo - delle caratteristiche indispensabili che devono ricorrere per la qualificazione di una strada come "strada urbana di scorrimento" - nel caso di specie ritenute insussistenti con l'impugnata sentenza avuto riguardo a quella corrispondente al "Viale Etruria" nel Comune di Firenze - ai fini della legittima installazione degli strumenti rilevatori elettronici di velocità fissi senza il correlato obbligo di contestazione immediata delle accertate violazioni.

La questione controversa riguarda, dunque, l'individuazione dei requisiti che un percorso stradale deve presentare, ai fini indicati dall'art. 4 del decreto legge n. 121 del 2002, conv., con modif., dalla legge n. 168 del 2002, stante il rinvio alla classificazione contenuta nel codice della strada.

Con riguardo a tale questione è intervenuta recentemente la sentenza di questa Sezione, dalla quale non si ha motivo di discostarsi, n. 4451 del 2019, il cui percorso logico-argomentativo è stato reiterato nella successiva sentenza n. 4090/2019.

Deve, in generale, osservarsi che l'utilizzazione degli apparecchi di rilevazione elettronica della velocità (cc.dd. "autovelox") nei centri urbani è consentita solo con le postazioni mobili alla presenza degli agenti accertatori di polizia, mentre le postazioni fisse e automatiche possono considerarsi legittimamente installabili solo sulle strade urbane a scorrimento, previa autorizzazione del Prefetto.

Difatti, il sistema delineato dal d. Igs. n. 285/1992 (meglio noto come "codice della strada") è improntato sulla regola della contestazione immediata delle infrazioni, ammettendo la contestazione differita esclusivamente quando la strada abbia determinate caratteristiche tecniche che rendono pericoloso ordinare l'arresto del mezzo per effettuare la contestazione immediata (con riferimento alla valutazione di molteplici fattori, tra i quali il tasso di incidentalità, le condizioni strutturali del piano viabile, del traffico e quelle afferenti alla salvaguardia della sicurezza nell'effettuazione dell'accertamento). In particolare, il c.d.s. - con la previsione di cui all'art. 201, comma 1-bis - ammette la possibilità di procedere alla contestazione non immediata dell'infrazione al codice della strada mediante la postazione di un autovelox esclusivamente sulle autostrade, strade extraurbane principali, strade extraurbane secondarie e strade urbane di scorrimento, delineando nel contempo le caratteristiche minime che ciascuna delle stesse tipologie di strade devono presentare per potersi qualificare come tali (art. 2, commi 2 e 3, lett. a) b) c) e d).

Per quanto rileva in questa sede con riferimento specifico alla violazione contestata al ricorrente, l'art. 2, comma 3, lettera d), c.d.s. individua i requisiti minimi per qualificare una strada quale "strada urbana a scorrimento". In particolare, il dettato normativo sancisce che per strada urbana di scorrimento si deve intendere una strada a carreggiate indipendenti o separate da spartitraffico, ciascuna con almeno due corsie di marcia, ed una eventuale corsia riservata ai mezzi pubblici, banchina pavimentata a destra e marciapiedi, con le eventuali intersezioni a raso semaforizzate; per la sosta sono previste apposite aree o fasce laterali esterne alla carreggiata, entrambe con immissioni ed uscite concentrate.

La relativa disciplina normativa integrativa di riferimento (specificamente ricompresa nell'art. 4 del d.l. 20 giugno 2002, n. 121, conv. dalla legge n. 168 del 2002) stabilisce, inoltre, che mentre nelle autostrade e strade extraurbane principali gli organi di polizia stradale possono utilizzare o installare dispositivi o mezzi tecnici di controllo del traffico - secondo le direttive fornite dal Ministero dell'Interno e sentito il Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, nel caso, invece, delle strade extraurbane secondarie e delle strade urbane a scorrimento è necessario un apposito provvedimento del Prefetto che autorizzi la relativa installazione o utilizzazione (avendo, infatti, tale autorità amministrativa il compito di selezionare le strade sulle quali procedere con il controllo a distanza). Detto provvedimento prefettizio, reso allo scopo di consentire la possibilità di usare apparecchiature automatiche senza presidio per il rilevamento delle infrazioni relative al superamento dei limiti di velocità, deve essere adottato in presenza dei requisiti dettati dalla legge, non potendo il Prefetto fare riferimento, mediante un'interpretazione estensiva, a criteri diversi da quelli previsti dal codice della strada.

A tal proposito si osserva come la precedente giurisprudenza di questa Corte (v., ad es., Cass. n. 7872/2011) ha chiarito che il legislatore del 2002, nel rinviare alla previsione classificatoria contenuta nel codice della strada, ha vincolato la Pubblica Amministrazione ad utilizzare i criteri dettati dall'art. 2, comma 3, c.d.s., sicché la questione controversa si "riduce" all'interpretazione della norma classificatoria per stabilire quali siano i requisiti strutturali indefettibili che il percorso stradale deve presentare per poter essere sottoposto al controllo con sistema automatizzato, nel ricorso degli altri presupposti che l'art. 4 d.l. n. 121 del 2002 affida alla valutazione della stessa Pubblica Amministrazione.

Nella definizione di strada urbana di scorrimento, il dato testuale chiaramente circoscrive gli elementi "eventuali" alla corsia riservata ai mezzi pubblici e alle intersezioni a raso semaforizzate, mentre impone la presenza della banchina pavimentata a destra, del marciapiede e delle aree di sosta, i quali costituiscono perciò elementi strutturali necessari della strada urbana di scorrimento, ovvero ne rappresentano i requisiti minimi, anche ai fini dell'adozione del provvedimento amministrativo previsto dall'art. 4 d.l. n. 121 del 2002.

Trattandosi di interpretare una norma classificatoria - tale essendo l'art. 2, comma 3, lett. d), c.d.s. - una lettura che disattendesse il dato letterale si risolverebbe in una interpretati° abrogans.

Orbene, con i motivi in esame, il ricorrente ha:

- per un verso, lamentato l'illegittimo inserimento della strada in questione nell'elenco prefettizio in assenza del requisito della presenza di impianti semaforici ad ogni intersezione e di aree di sosta così come descritte nella norma citata, sul presupposto che il viale Etruria, strada ad unica carreggiata con due corsie, seppure a senso unico, non presenta - per il suo tracciato considerato nella sua interezza - intersezioni a raso tutte presidiate da semafori e presenta aree di sosta non dotate delle caratteristiche indicate dalla norma in discorso;

- per altro verso, contestato il ritenuto accertamento dell'esistenza di una banchina in senso proprio. Entrambe le doglianze colgono nel segno.

Quanto alla prima, il Tribunale fiorentino ha ritenuto, nell'impugnata sentenza, che l'intersezione a raso si configura non ogni qualvolta due strade si incrociano, ma solo quando vi sia una "un'area comune a più strade, organizzata in modo da consentire lo smistamento delle correnti di traffico dall'una all'altra di esse", definendo, poi, area comune quella che fa parte sia di una strada che di quella che la interseca, in modo da poter essere percorsa lungo le corsie di marcia di ambedue le vie.

Senonché, di recente è stato sostenuto (v. Cass. n. 8934/2019) che per intersezione deve intendersi qualsiasi incrocio, confluenza o attraversamento tra due o più strade, contraddistinti dall'esistenza di un'area comune alle medesime, indipendentemente dalla provenienza e dalla direzione delle varie diramazioni di traffico insistenti sulle predette strade (aggiungendosi, poi, che, ai fini della legittimità dell'installazione di apparati di rilevamento automatico delle infrazioni al c.d.s. sulle strade urbane qualificate come di scorrimento nel relativo decreto prefettizio, non rilevano le - sole - eventuali intersezioni non semaforizzate interessanti il solo controviale, a condizione, in ogni caso, che l'apparato automatico interessi soltanto la sede centrale del viale di scorrimento).

Da ciò si è fatto conseguire che - pur essendo irrilevante la circostanza che i veicoli provenienti dalla strada laterale possano attraversare la strada principale in tutto o in parte - è comunque sufficiente che le due direttrici di traffico, ossia quella presente lungo la strada principale e quella proveniente dalla via secondaria intersecante, impegnino un'area comune. Pertanto, si è affermato che non soltanto l'attraversamento (come, invece, rilevato dal Tribunale di Firenze nell'impugna pronuncia), ma anche l'intersezione a "T" o ad "Y" e la semplice confluenza costituiscono "intersezioni" secondo la definizione del Codice della strada.

In ogni caso è necessario che l'esistenza delle caratteristiche minime per la configurazione di una strada urbana come "a scorrimento veloce" deve interessare tutta strada considerata nella sua interezza e non solo il singolo tratto di essa in prossimità del posizionamento dell'apparecchio fisso di rilevazione elettronica della velocità. Pertanto, deve puntualizzarsi che, ai fini della verifica della legittimità del rilevamento a mezzo di dispositivi elettronici fissi (non implicanti l'obbligo di contestazione immediata), occorre procedere alla valutazione delle caratteristiche strutturali complessive della strada lungo la quale il rilevamento sia stato autorizzato dal Prefetto, non già quelle di un uno o più tratti della stessa strada, e ciò alla stregua di quella che la ratio fondante la previsione di cui all'art. 4 del d.l. n. 121/2002.

L'impugnata sentenza è, altresì, incorsa nell'erronea valutazione circa la ritenuta esistenza di una banchina in senso proprio, che costituisce - come già sottolineato - un requisito necessario ed imprescindibile per la configurazione e la qualificazione di una strada urbana come strada "di scorrimento".

Il Tribunale fiorentino, dopo aver richiamato la definizione prevista nell'art. 3, n. 4), del c.d.s., ha considerato irrilevante che, in alcuni tratti, la striscia a margine destro del Viale Etruria si trovi a breve o brevissima distanza dal marciapiedi o da altri elementi esterni alla carreggiata, giustificando tale asserzione sul presupposto che la legge non prevede un'obbligatoria misura della stessa o una sua particolare destinazione, ravvisando, inoltre, la derogabilità della prescrizione presente nel D.M. n. 6792/2011, alla stregua della quale la banchina dovrebbe avere una larghezza di almeno un metro.

Così decidendo, però, il giudice di appello ha elaborato un concetto di banchina non corrispondente a quello propriamente riconducibile alla suddetta previsione normativa del c.d.s., fermo rimanendo il compiuto accertamento di fatto che la striscia della sede stradale ad essa riconducibile era ridotta, in alcuni punti, a dimensioni molto ristrette rispetto al marciapiedi e che, perciò, la stessa non rispettava comunque una larghezza costante ed idonea alla sua funzione per tutto il percorso di Viale Etruria.

Rileva il collegio che, in effetti, per banchina deve considerarsi uno spazio all'interno della sede stradale, esterno rispetto alla carreggiata, destinato al passaggio dei pedoni o alla sosta di emergenza; pertanto, essendo la banchina pavimentata elemento comune alle autostrade, alle strade extraurbane e alle strade urbane di scorrimento, essa, per sua natura, si identifica con uno spazio avente questa precipua attitudine e, dunque, oltre a dover restare libero da ingombri, deve avere una larghezza tale da consentire l'assolvimento effettivo delle predette funzioni, tenuto conto che anche la strada urbana di scorrimento è caratterizzata da un intenso flusso stradale veicolare ininterrotto per lunghi tratti e per la quale si profila, quindi, la medesima necessità di garantire l'esistenza di fasce laterali in cui poter effettuare una sosta di emergenza o un transito pedonale.

La banchina fa, dunque, parte della struttura della strada e la sua relativa utilizzabilità, anche per sole manovre saltuarie di breve durata, comporta esigenze di sicurezza e prevenzione assimilabili a quelle che valgono per la carreggiata, in quanto anch'essa, in assenza di specifica segnalazione contraria e benché non pavimentata, deve suscitare negli utenti - per la sua apparenza esteriore - un affidamento di consistenza e sicura transitabilità (cfr., anche se con riferimento ad ipotesi di ravvisata responsabilità extracontrattuale della P.A. per danni provocati agli utenti per difetto di diligente manutenzione, Cass. n. 5445/2006, Cass. n. 22755/2013 e, da ultimo, Cass. n. 18325/2018).

Da ciò deriva che una banchina di ridottissima larghezza - come quella insistente su "Viale Etruria" nel Comune di Firenze - non può considerarsi idonea a svolgere le riportate funzioni né, in generale, rispondente alle caratteristiche imposte dal codice della strada, ragion per cui la sua mancata conformazione a tali caratteristiche comporta l'insussistenza di un elemento essenziale per la qualificazione di una strada urbana come "strada di scorrimento".

Da ciò consegue, quindi, l'affermazione del principio - al quale dovrà uniformarsi il giudice di rinvio - secondo cui "il provvedimento prefettizio di individuazione delle strade lungo le quali è possibile installare apparecchiature automatiche per il rilevamento della velocità, senza obbligo di fermo immediato del conducente, previsto dall'art. 4 del decreto-legge 20 giugno 2002, n. 121, può includere soltanto le strade del tipo imposto dalla legge mediante rinvio alla classificazione di cui all'art. 2, commi 2 e 3, c.d.s. 1992, e non altre, dovendo perciò, considerarsi illegittimo - e, pertanto, disapplicabile nel giudizio di opposizione a sanzione amministrativa - il provvedimento prefettizio che abbia autorizzato l'installazione delle suddette apparecchiature in una strada urbana che non abbia tutte le caratteristiche "minime" della "strada urbana di scorrimento", in base alla definizione recata dal comma 2, lett. D), del citato art. 2 c.d.s." (cfr. Cass. n. 7872/2011 e Cass. n. 5532/2017). 7. In definitiva, alla stregua delle argomentazioni complessivamente svolte, respinto il primo motivo, devono essere invece accolti il secondo ed il terzo, con la conseguente relativa cassazione dell'impugnata sentenza e il rinvio della causa al Tribunale monocratico di Firenze, in persona di altro magistrato, che, oltre a conformarsi all'enunciato principio di diritto, provvederà a regolare anche le spese del presente giudizio di legittimità.

PER QUESTI MOTIVI

La Corte rigetta il primo motivo del ricorso ed accoglie il secondo ed il terzo motivo; cassa la sentenza impugnata in relazione ai motivi accolti e rinvia, anche per le spese del giudizio di cassazione, al Tribunale monocratico di Firenze, in persona di altro magistrato.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della Seconda sezione civile / della Corte Suprema di Cassazione il 17 aprile 2019.

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CORTE DI CASSAZIONE – ORDINANZA N. 12309/2019 – L'AUTOVELOX INSTALLATO NEL SENSO DI MARCIA OPPOSTO A QUELLO PREVISTO DAL DECRETO PREFETTIZIO RENDE LA MULTA NULLA – 09.05.2019

Written by Simone Glovi on . Posted in Sanzioni Amministrative

La Corte di Cassazione, con l'ordinanza in esame, ha affermato che qualora il decreto prefettizio abbia previsto la legittima installazione dell'autovelox lungo un solo senso di marcia ed, invece, l'accertamento sia stato effettuato mediante la rilevazione di un autovelox posizionato sul contrapposto senso di marcia, ne consegue che, difettando a monte l'adozione di uno specifico provvedimento autorizzativo, il relativo verbale di contestazione differita della violazione di cui all'art. 142 c.d.s. debba ritenersi affetto da “illegittimità derivata”. La Corte, richiamando un proprio precedente, ha sottolineato che in tema di violazioni del codice della strada, se è pur vero che il più volte richiamato art. 4 del d.l. 20 giugno 2002, n. 121 (convertito, con modificazioni, nella legge 10 agosto 2002, n. 168) conferisce al prefetto la competenza ad individuare le strade o i tratti di strada in cui possono essere installati dispositivi di controllo della velocità, precisandosi che detta norma non richiede che il provvedimento prefettizio specifichi necessariamente il senso di marcia interessato dalla rilevazione, argomentando a contrario si desume che se nel decreto prefettizio è contenuto specificamente il riferimento ad un determinato senso di marcia (come accaduto nel caso sottoposto all'esame del giudice di appello), il rilevamento elettronico della velocità e la correlata attività di accertamento (con contestazione differita) degli agenti stradali intanto potranno ritenersi legittimi se riferiti all'autovelox come posizionato in conformità al decreto autorizzativo e non, invece, con riguardo ad altro autovelox posizionato sulla stessa strada e in prossimità dello stesso punto chilometrico ma sulla carreggiata o corsia opposta, che non abbiano costituito oggetto di previsione da parte dello stesso o di altro provvedimento autorizzativo.

 

CORTE DI CASSAZIONE

6 SEZIONE CIVILE

ORDINANZA N. 12309 DEL 09.05.2019

 

Presidente: LOMBARDO LUIGI GIOVANNI

Relatore: FALASCHI MILENA

Data di pubblicazione: 09.05.2019

ORDINANZA

sul ricorso 14447-2017 proposto da:

COMUNE DI MACCHIA ISERNIA, in persona del Sindaco legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliato in ROMA, PIAZZA CAVOUR presso la CANCELLERIA DELLA CORTE DI CASSAZIONE, rappresentato e difeso dall'avvocato L.M.A; - ricorrente -

contro

S.M.; - intimata -

avverso la sentenza n. 120/2017 del TRIBUNALE di ISERNIA, depositata il 10/0 2 /2017;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non partecipata del 07/11/2018 dal Consigliere Relatore Dott. MILENA FALASCHI

FATTI DI CAUSA E RAGIONI DELLA DECISIONE

Il Giudice di pace di Isernia, con sentenza depositata in data 24.01.2014, accertata l'illegittima apposizione dell'autovelox sul lato destro della carreggiata, anziché sul lato sinistro, come autorizzato dal decreto prefettizio, accoglieva l'opposizione proposta da M.S. avverso un processo verbale di contravvenzione elevato a suo carico in ordine alla violazione dell'art. 142 del c.d.s. e, per l'effetto, annullava il provvedimento impugnato.

Il Tribunale di Isernia, con sentenza n. 120/2017, rigettava l'appello proposto dal Comune di Macchia d'Isernia, confermando la sentenza di primo grado.

Avverso la sentenza del Tribunale di Isernia, il Comune di Macchia d'Isernia propone ricorso per cassazione, fondato su due motivi.

E' rimasta intimata la S.

Ritenuto che il ricorso potesse essere rigettato, con la conseguente definibilità nelle forme di cui all'art. 380 bis c.p.c., in relazione all'art. 375, comma 1, n. 5), c.p.c., su proposta del relatore, regolarmente comunicata al difensore del ricorrente, il presidente ha fissato l'adunanza della camera di consiglio.

Atteso che:

- con il primo motivo parte ricorrente denuncia, ex art. 360, comma 1, n. 3 c.p.c., la violazione e la falsa applicazione dell'art. 2697 c.c., in relazione alla mancata ammissione della prova per testi da esso articolata fin dalla memoria di costituzione nel giudizio di primo grado, nonché, ex art. 360, comma 1, n. 5, c.p.c. il vizio di omessa o insufficiente motivazione circa un punto decisivo della controversia ricondotto all'omessa ammissione della prova orale dedotta.

Il motivo è inammissibile prima che infondato.

La doglianza è, invero, priva del necessario requisito di specificità prescritto dall'art. 366, comma 1, n. 6), c.p.c. in ordine alla mancata trascrizione delle circostanze poste a fondamento della prova per testi (assunta come dedotta fin dalla memoria di costituzione in primo grado) della cui immotivata mancata ammissione il ricorrente si è lamentato.

La giurisprudenza di questa Corte è, infatti, consolidata nell'affermazione del principio secondo cui il ricorrente che, in sede di legittimità, denunci il difetto di motivazione su un'istanza di ammissione di un mezzo istruttorio, ha l'onere di indicare specificamente le circostanze oggetto della prova o il contenuto del documento trascurato od erroneamente interpretato dal giudice di merito, provvedendo alla loro trascrizione, al fine di consentire al giudice di legittimità il controllo della decisività dei fatti da provare, e, quindi, delle prove stesse, che, per il principio della necessaria specificità del ricorso per cassazione, la S.C. deve essere in grado di compiere sulla base delle deduzioni contenute nell'atto, alle cui lacune non è consentito sopperire con indagini integrative (cfr. ex multis, Cass. n. 17915/2010, ord., e, da ultimo, Cass. n. 19985/2017, ord.);

- con il secondo motivo il Comune ricorrente lamenta, per un verso, ex art. 360, comma 1, n. 3, c.p.c., la violazione e la falsa applicazione dell'art. 2697 c.c., nonché dell'art. 4 del d.l. n. 121/2002, convertito nella legge n. 168/2002 e dell'art. 2 del D.M. 15 agosto 2007, anche in relazione al d. lgs. n. 231/2001 (e succ. modif. e integr.), per un altro verso, ex art. 360, comma 1, n. 5, c.p.c., il vizio di omessa o insufficiente motivazione circa un punto decisivo della controversia, avuto riguardo alla contestazione circa la ritenuta illegittimità del posizionamento dell'autovelox sul lato destro della carreggiata della S.S. "Venafrana", anziché sul lato sinistro, come autorizzato dall'ente proprietario della strada, da cui era scaturita la conseguente illegittimità derivata del verbale di accertamento elevato a carico della suddetta società Enterprise s.r.l. in ordine alla rilevata violazione prevista dall'art. 142 c.d.s..

Il motivo è inammissibile con riferimento al prospettato vizio di omessa o insufficiente motivazione denunciato ai sensi dell'art. 360, comma 1, n. 5, c.p.c., siccome riferito all'antecedente formulazione di detta norma, nel mentre "ratione temporis", nel caso di specie, trova applicazione la versione novellata nel 2012 (ai sensi dell'art. 54, comma 1, lett. b), del d.l. n. 83/2012, con -v., con modif., nella legge n. 134/2012), alla cui stregua è ammissibile il solo omesso esame di un fatto decisivo della controversia che abbia costituito oggetto di discussione tra le parti (cfr. Cass. S.U. n. 8053/2014 e Cass. n. 23940/2017).

È appena il caso, peraltro, di rilevare che il Tribunale di Isernia ha comunque esaminato il contestato fatto decisivo relativo alla valutazione sulla legittimità o meno dell'accertamento del superamento del limite di velocità eseguito tramite autovelox, avuto riguardo al posizionamento dello stesso e alla riconducibilità o meno della relativa predisposizione ed attività di funzionamento dell'apparecchio elettronico al necessario provvedimento amministrativo autorizzatorio.

Non coglie nel segno, inoltre, la denunciata violazione di legge riferita alle richiamate disposizioni normative, sulla scorta del cui combinato disposto — secondo la prospettazione della difesa del Comune ricorrente — si sarebbe dovuto ritenere legittimo l'accertamento eseguito mediante l'utilizzazione dell'autovelox posizionato sul lato opposto rispetto a quello per il quale ne era stata autorizzata l'installazione con il decreto prefettizio.

Come di recente evidenziato da questa Corte (si veda in termini Cass. n. 23726/2018), qualora — come verificatosi nella fattispecie — il decreto prefettizio abbia previsto la legittima installazione dell'autovelox lungo un solo senso di marcia (che nel caso in esame avrebbe dovuto essere posizionato nella direzione Venafro-Isernia) ed, invece, l'accertamento sia stato effettuato mediante la rilevazione di un autovelox posizionato sul contrapposto senso di marcia, ne consegue che, difettando a monte l'adozione di uno specifico provvedimento autorizzativo, il relativo verbale di contestazione differita della violazione di cui all'art. 142 c.d.s. debba ritenersi affetto da "illegittimità derivata", come statuito dal Tribunale di Isernia con la sentenza qui impugnata, senza che possano assumere rilevanza, al riguardo, eventuali note chiarificatrici successivamente approntate dalla competente P.A., a fronte di una precisa indicazione sulle modalità e sul punto di installazione dell'autovelox rinvenibile direttamente nel decreto autorizzativo.

Del resto questo principio si ricava da quanto affermato da questa Corte (cfr. Cass. n. 10206/2013), in base al quale, in tema di violazioni del codice della strada, se è pur vero che il più volte richiamato art. 4 del d.l. 20 giugno 2002, n. 121 (convertito, con modificazioni, nella legge 10 agosto 2002, n. 168) conferisce al prefetto la competenza ad individuare le strade o i tratti di strada in cui possono essere installati dispositivi di controllo della velocità, precisandosi che detta norma non richiede che il provvedimento prefettizio specifichi necessariamente il senso di marcia interessato dalla rilevazione, argomentando a contrario si desume che se nel decreto prefettizio è contenuto specificamente il riferimento ad un determinato senso di marcia (come accaduto nel caso sottoposto all'esame del giudice di appello), il rilevamento elettronico della velocità e la correlata attività di accertamento (con contestazione differita) degli agenti stradali intanto potranno ritenersi legittimi se riferiti all'autovelox come posizionato in conformità al decreto autorizzativo e non, invece, con riguardo ad altro autovelox posizionato sulla stessa strada e in prossimità dello stesso punto chilometrico ma sulla carreggiata o corsia opposta, che non abbiano costituito oggetto di previsione da parte dello stesso o di altro provvedimento autorizzativo.

In conclusione il ricorso va respinto.

Nulla per le spese in difetto di attività difensiva da parte dell'intimata.

Poiché il ricorso è stato proposto successivamente al 30 gennaio 2013 ed è rigettato, sussistono le condizioni per dare atto - ai sensi dell'art. 1, comma 17, della legge 24 dicembre 2012, n. 228 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato - Legge di stabilità 2013), che ha aggiunto il comma 1-quater dell'art. 13 del testo unico di cui al d.P.R. 30 maggio 2002, n. 115 - della sussistenza dell'obbligo di versamento, da parte dell'Amministrazione ricorrente, dell'ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per la stessa impugnazione.

P . Q . M .

La Corte, rigetta il ricorso.

Ai sensi dell'art. 13, comma 1-quater, del d.P.R. n. 115 del 2002, inserito dall'art. 1, comma 17, della legge n. 228 del 2012, dichiara la sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del Comune ricorrente, dell'ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma del comma 1-bis dello stesso art. 13.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della VI-2^ Sezione Civile, il 7.

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CORTE DI CASSAZIONE N. 1921/2019 – CODICE DELLA STRADA – ACCERTAMENTO MEDIANTE ETILOMETRO – OMOLOGAZIONE E TARATURA – ONERE DELLA PROVA IN CAPO ALLA P.A. - 24.01.2019

Written by Luciano Del Giudice on . Posted in Sanzioni Amministrative

In ordine alle violazioni al codice della strada, la effettiva legittimità dell'esecuzione dell'accertamento mediante etilometro non può prescindere dall'osservanza di appositi obblighi formali, dalla cui violazione può discendere l'invalidità dell'accertamento stesso, quali, in particolare, l'attestazione dell'avvenuta preventiva sottoposizione dell'apparecchio alla prescritta ed aggiornata omologazione otre che alla indispensabile corretta calibratura, tali da garantire l'effettivo buon funzionamento dell'apparecchio e, quindi, la piena attendibilità del risultato conseguito attraverso la sua regolare utilizzazione. Da ciò deriva che il verbale di accertamento deve contenere l'attestazione dei dati relativi allo svolgimento dei suddetti adempimenti in modo tale da garantire la controllabilità della legittimità della complessiva operazione di accertamento. Ed è indubbio che l'onere della prova circa il completo assolvimento dell'espletamento dell'evidenziata attività preventiva strumentale ai fini della legittimità dell'accertamento non può che competere all'opposta Pubblica Amministrazione...”. È quanto affermato dalla Corte di Cassazione che, con ordinanzan. 1921/2019, ha accolto il ricorso di un conducente, secondo il quale l'alcoltest a cui era stato sottoposto era da ritenersi inattendibile, stante l'illegittimità del controllo effettuato per assenza delle indicazioni relative alle verifiche del CSRPAD, nonché per il mancato riscontro dell'avvenuta taratura annuale il cui esito positivo avrebbe dovuto essere riportato nel libretto dell'apparecchio di rilevazione (cd. etilometro). Inoltre, la Suprema Corte non ha ritenuto condivisibile la ricostruzione operata dal giudice di appello, secondo cui è onere del ricorrente provare l'inattendibilità delle misurazioni effettuate per accertare il tasso alcolemico e il valido compimento delle preventive operazioni dell'omologazione e della taratura dell'apparecchio. Secondo gli Ermellini, infatti, “all'Amministrazione, che viene a rivestire – dal punto di vista sostanziale – la posizione di attrice (ricoprendo, invece, sotto quello formale, il ruolo di convenuta-opposta), incombe l'obbligo di fornire la prova adeguata della fondatezza della sua pretesa. All'opponente, al contrario, qualora abbia dedotto fatti specifici incidenti o sulla legittimità formale del procedimento amministrativo sanzionatorio espletato o sull'esclusione della sua responsabilità relativamente alla commissione dell'illecito, spetta provare le circostanze negative contrapposte a quelle allegate dall'Amministrazione”.

Dott. Simone Glovi

 

CORTE DI CASSAZIONE

6 SEZIONE CIVILE

ORDINANZA N. 1921 DEL 24.01.2019

 

Presidente: D'ASCOLA PASQUALE

Relatore: CORRENTI VINCENZO

Data di pubblicazione: 24.01.2019

 

ORDINANZA

sul ricorso 28691-2017 proposto da:

B.S., elettivamente domiciliato in ROMA, presso lo studio dell'avvocato A.R., che lo rappresenta e difende; - ricorrente -

contro

PREFETTO della PROVINCIA di ROMA; - intimato -

avverso la sentenza n. 8342/2017 del TRIBUNALE di ROMA, depositata il 27/4/2017;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non partecipata del 14/11/2018 dal Consigliere Relatore Dott. VINCENZO CORRENTI.

 

FATTI DI CAUSA E RAGIONI DELLA DECISIONE

Il sig. S.B. ha proposto ricorso per cassazione avverso la sentenza n. 8342/2017 (pubblicata il 27 aprile 2017 e non notificata) del Tribunale di Roma, con la quale era stato rigettato l'appello formulato dallo stesso B. contro la sentenza n. 11663/2015 del Giudice di pace di Roma, dinanzi al quale era stata proposta opposizione avverso apposito verbale di accertamento della Polstrada con il quale gli era stata contestata la violazione di cui all'art. 186, comma 2, lett. a), c.d.s. (in quanto risultato positivo all'alcoltest).

A sostegno dell'adottata pronuncia il Tribunale capitolino rilevava l'infondatezza del motivo di appello circa l'inattendibilità dell'alcoltest a cui era stato sottoposto il B., il quale aveva contestato l'illegittimità del controllo effettuato per assenza delle indicazioni relative alle verifiche del CSRPAD, nonché per il mancato riscontro dell'avvenuta taratura annuale il cui esito positivo avrebbe dovuto essere riportato nel libretto dell'apparecchio di rilevazione (c.d. etilometro). In particolare, il giudice di appello riteneva che la prova contraria in ordine alla legittimità dell'accertamento in discorso doveva fornirla il contravventore e che — sulla base della sentenza della Cassazione penale n. 17463/2011 - l'art. 379 del regolamento di esecuzione del c.d.s. 1992 si limita ad indicare le verifiche alle quali gli etilometri devono essere sottoposti per poter essere adoperati ed omologati, senza prevedere alcuna ulteriore prescrizione la cui violazione avrebbe potuto determinare l'inutilizzabilità delle prove acquisite.

Con il primo motivo il ricorrente ha prospettato la violazione c/o falsa applicazione dell'art. 2967 c.c. sulla ripartizione dell'onere della prova, nonché degli artt. 3, 22 e 23 della legge n. 689/1981, in relazione all'art. 360, comma 1, n. 3, c.p.c. . In particolare, la difesa del B. ha denunciato detta violazione sul presupposto che il giudice di secondo grado aveva illegittimamente accollato allo stesso l'onere della prova relativo all'inattendibilità delle misurazioni effettuate per accertare il tasso alcolemico che era stato riscontrato e alla (pur contestata) necessaria verifica del valido compimento delle preventive operazioni dell'omologazione e della taratura dell'apparecchio (con matricola ARXN-0023) con il quale era stato eseguito l'accertamento.

Con il secondo motivo il ricorrente ha dedotto — con riferimento all'art. 360, comma 1, n. 4, c.p.c. — la nullità della sentenza e del procedimento per asserita violazione dell'art. 112 c.p.c. in dipendenza dell'omessa pronuncia su un'eccezione dallo stesso sollevata in sede di appello, avuto riguardo alla mancata valutazione della questione riguardante l'omessa costituzione dell'opposta Amministrazione e della mancata trasmissione degli atti concernenti il procedimento amministrativo sanzionatorio.

L'intimato Prefetto di Roma non ha svolto attività difensiva in questa sede di legittimità.

Su proposta del relatore, il quale riteneva che i motivi del ricorso — così come articolati - potessero essere ritenuti inammissibili, con la conseguente definibilità nelle forme dell'art. 380-bis c.p.c., in relazione all'art. 375, comma 1, n. 1), c.p.c., il presidente ha fissato l'adunanza della camera di consiglio.

Rileva il collegio che, ad un esame più approfondito della questione prospettata, ricorrono le condizioni per pervenire all'accoglimento del primo motivo del ricorso, con assorbimento del secondo.

Occorre procedere — prima di esaminare la censura che si ritiene meritevole di accoglimento — ad una premessa sistematica sulla natura giuridica del giudizio di opposizione a sanzioni amministrative e sul relativo riparto dell'onere probatorio.

L'oggetto di siffatto giudizio consiste non già (e, comunque, non solo) nell'accertamento della legittimità dell'atto amministrativo impugnato, ma (anche) della stessa pretesa sanzionatoria esercitata attraverso l'emissione del medesimo provvedimento.

In sostanza, il giudizio di opposizione a sanzione amministrativa si configura come un giudizio rivolto all'accertamento del fondamento della pretesa sanzionatoria ed il suo oggetto è delimitato, quanto alla posizione dell'opponente, dalla causa petendi fatta valere con l'opposizione e, quanto alla posizione della P.A., dal divieto di dedurre, a sostegno della propria pretesa, motivi diversi da quelli enunciati nell'ordinanza-ingiunzione (o, comunque, nel provvedimento sanzionatoti° considerato equipollente), di modo che il giudizio in questione investe la legittimità formale e sostanziale di detto provvedimento, con l'esclusione del potere del giudice di rilevare d'ufficio, fuori dei limiti dell'oggetto dello stesso giudizio così delimitato, eccezioni relative a vizi del provvedimento o del procedimento che ne ha preceduto l'emanazione, salvo che essi incidano sull'esistenza dell'atto impugnato.

Sulla scorta di questa impostazione, si rileva che all'Amministrazione, che viene a rivestire - dal punto di vista sostanziale - la posizione di attrice (ricoprendo, invece, sotto quello formale, il ruolo di convenuta-opposta), incombe l'obbligo di fornire la prova adeguata della fondatezza della sua pretesa. All'opponente, al contrario, qualora abbia dedotto fatti specifici incidenti o sulla legittimità formale del procedimento amministrativo sanzionatorio espletato o sull'esclusione della sua responsabilità relativamente alla commissione dell'illecito, spetta provare le circostanze negative contrapposte a quelle allegate dall'Amministrazione (v., ad es., Cass. n. 3837/2001, n. 3837; Cass. n. 2363/2005; Cass. n. 5277/2007; Cass. n. 12231/2007; Cass. n. 27596/3008; Cass. S.U. n. 20930/2009; Cass. n. 5122/2011 e, da ultimo, Cass. n. 4898/2015).

In proposito è opportuno ribadire che mentre l'onere dell'allegazione è a carico dell'opponente (il quale deve indicare quali sono gli elementi della fattispecie carenti in fatto e/o in diritto), per quanto concerne l'onere della prova si applica la regola ordinaria sancita dall'art. 2697 c.c. Tuttavia, a questo riguardo, assume rilevanza la riferita precisazione in base alla quale di fronte al giudice, una volta formulata l'opposizione, non si discute propriamente dell'atto ma della fattispecie produttiva dell'effetto, perché - nei limiti in cui la parte opponente abbia sollevato le relative contestazioni - spetta alla P.A. dimostrare i fatti costitutivi ed all'opponente comprovare i fatti impeditivi, modificativi e/o estintivi dell'effetto giuridico del provvedimento sanzionatorio oggetto del giudizio. Perciò alla modificazione delle regole normali dell'allegazione non corrisponde una modificazione delle regole ordinarie in tema di onere probatorio: se l'opponente ha sollevato contestazioni sull'esistenza dei fatti costitutivi del suo obbligo, tali contestazioni non onerano l'opponente anche alla prova dell'inesistenza dei fatti costitutivi del suo obbligo; al contrario, la prova dell'esistenza dei fatti costitutivi dell'obbligo si pone a carico della P.A. (del resto gli attuali commi 11 dell'art. 6 e 10 dell'art. 7 del d. lgs. n. 150 del 2011 - così come prima il comma 11 dell'art. 23 della 1. n. 689/1981 - recitano: "Il giudice accoglie l'opposizione quando non vi sono prove sufficienti della responsabilità dell'opponente").

Orbene, sulla scorta di tale sistematica premessa, consegue che alla P.A., nel predetto giudizio, incombe — ove costituiscano oggetto di contestazione ad opera del ritenuto trasgressore - sia l'assolvimento della prova relativa alla legittimità dell'accertamento presupposto dal provvedimento irrogativo della sanzione amministrativa sotto il profilo dell'osservanza degli adempimenti formali previsti dalla legge, sia quello della piena prova della legittimità del susseguente procedimento sanzionatorio fino al rituale compimento dell'atto finale che consente la valida conoscenza del provvedimento applicativo della sanzione alla parte che ne è destinataria.

Passando, ora, all'esame della prima doglianza, si osserva che con essa il ricorrente ha impugnato la sentenza del Tribunale di Roma prospettando l'assunta violazione dell'art. 2697 c.c. perché - a fronte della specifica contestazione già operata con l'originario atto di opposizione e reiterata con l'atto di appello in ordine alla necessità del riscontro probatorio, ad opera dell'appellato Prefetto, della piena attendibilità dell'accertamento circa la verifica del corretto funzionamento dell'etilometro al momento della rilevazione anche con riferimento all'attestazione della sua regolare omologazione - il giudice di secondo grado ha respinto tale censura.

Quest'ultimo, infatti, ha ritenuto che la prova relativa alla sussistenza di vizi od errori della strumentazione o del metodo dell'esecuzione dell'accertamento incombeva al contravventore, evidenziando, altresì, l'irrilevanza dell'allegazione, da parte di quest'ultimo, di difetti o della mancata omologazione dell'apparecchio. Il giudice di appello, a completamento del suo ragionamento (fondato, peraltro, su un indirizzo della giurisprudenza penale di legittimità), ha sostenuto che, ancorché l'art. 379 del d.P.R. n. 495/1992 (c.d. regolamento di esecuzione del codice della strada) riporti le verifiche alle quali gli etilometri devono essere sottoposti per poter essere adoperati, non risulta, tuttavia, previsto alcuno specifico adempimento la cui violazione determini l'inutilizzabilità dei risulti conseguenti al controllo effettuato.

La ricostruzione operata dal Tribunale capitolino non è — ad avviso del collegio — condivisibile e, pertanto, coglie nel segno la censura in esame dedotta dal ricorrente.

Infatti, nell'inquadrare complessivamente le preventive caratteristiche di cui deve essere dotato l'apparecchio dell'etilometro utilizzato dagli organi di polizia stradale in funzione della configurazione della piena attendibilità della correlata attività di accertamento, bisogna porre riferimento, in via principale, alla disciplina risultante dall'art. 379 del citato d. P.R. n. 495/1992, dedicato, per l'appunto, alla "guida sotto l'influenza dell'alcool".

In particolare, dai commi 5, 6, 7 e 8 di tale disposizione normativa, si desume che: a) gli etilometri devono (in tal senso recita testualmente la norma, donde la necessità dell'osservanza di un vero e proprio obbligo di conformazione) rispondere ai requisiti stabiliti con disciplinare tecnico approvato con decreto del Ministro dei Trasporti e della Navigazione di concerto con il Ministro della Sanità (comma 5); b) essi sono soggetti alla preventiva omologazione da parte della Direzione generale della M.T.C. che vi provvede sulla base delle verifiche e prove effettuate dal Centro Superiore Ricerche e Prove Autoveicolo (c.d. CSRPAD) in modo tale da verificarne la rispondenza ai requisiti prescritti (comma 6); c) i medesimi apparecchi, prima della loro concreta utilizzazione, devono essere sottoposti a verifiche e prove presso il citato CSRPAD, da cui deriva la necessità della loro sottoposizione ad una visita preventiva (comma 7) secondo le procedure stabilite dallo stesso Ministero dei Trasporti, che si risolve, in effetti, nella c.d. taratura obbligatoria annuale, il cui esito positivo deve essere annotato sul libretto dell'etilometro, con la precisazione che, in caso di esito negativo delle verifiche e prove, l'etilometro è ritirato dall'uso (comma 8).

Questo complesso normativo deve essere, poi, raccordato con le prescrizioni relative al disciplinare tecnico richiamato dal comma 5 dell'esaminato art. 379 d.P.R. n. 495/1992, che venne precedentemente approvato con decreto del Ministero dei Trasporti n. 196 del 22 maggio 1990. Esso sancisce — all'art. 4 - che ogni etilometro deve essere accompagnato dal libretto metrologico che contiene i dati identificativi dell'apparecchio misuratore (costruttore, matricola, conformità, omologazione) e la registrazione delle operazioni di controllo subite dall'apparecchio presso il Centro prove del Ministero dei trasporti. Inoltre, risulta previsto - all'art. 2, comma 2 - che gli etilometri devono rispondere ai requisiti stabiliti dall'allegato tecnico allo stesso decreto; all'art. 3, comma 2, che i singoli apparecchi prima della loro immissione in uso e periodicamente, devono essere sottoposti a verifiche e prove (secondo norme e procedure stabilite dal Ministero dei trasporti - Direzione generale della motorizzazione civile e dei trasporti in concessione d'intesa con il Ministero della sanità); - all'art. 5 che i dispositivi di regolazione degli etilometri con riferimento, in particolare, a quelli di taratura dello zero e di calibrazione non possono essere accessibili agli utilizzatori e vanno protetti mediante sigilli o sistemi equivalenti: al riguardo si aggiunga che il comma 10 dell'art. 2 dell'allegato al D.M. dispone che l'apparecchio deve essere dotato di dispositivo che permette di verificare se lo strumento resti calibrato. E', poi, importante mettere in risalto come l'art. 3, comma 8, dello stesso allegato (intitolato "Verifica di buon funzionamento") stabilisca che: La verifica del buon funzionamento dello strumento comprende, in particolare: - la verifica di un numero soddisfacente di elementi interni dello strumento; - la verifica del giusto svolgimento del ciclo di misura; - la verifica della giusta calibratura. Gli strumenti devono procedere automaticamente alla verifica del buon funzionamento prima di ogni misura visualizzandone il risultato e dopo ogni misura che abbia portato ad un risultato superiore al valore massimo consentito. Il risultato della misurazione deve essere fornito soltanto dopo la verifica del buon funzionamento. Quando una anomalia, un difetto o un segnale di errore sono rilevati, particolarmente in sede di controllo di buon funzionamento, lo strumento non deve fornire un risultato che possa essere considerato valido.

Pertanto, alla luce del descritto e dettagliato coacervo normativo, è evincibile che la effettiva legittimità dell'esecuzione dell'accertamento mediante etilometro non può prescindere — come prospettato dal ricorrente ed invece escluso dal giudice di appello - dall'osservanza di appositi obblighi formali, dalla cui violazione può discendere l'invalidità dell'accertamento stesso, quali, in particolare, l'attestazione — all'atto del controllo — dell'avvenuta preventiva sottoposizione dell'apparecchio alla prescritta ed aggiornata omologazione oltre che alla indispensabile corretta calibratura (da riportare sul libretto di accompagnamento), tali da garantire l'effettivo "buon funzionamento" dell'apparecchio e, quindi, la piena attendibilità del risultato conseguito attraverso la sua regolare utilizzazione. Da ciò deriva che il verbale di accertamento deve contenere — anche per garantire l'effettività della trasparenza dell'attività compiuta dai pubblici ufficiali — l'attestazione dei dati relativi allo svolgimento dei suddetti adempimenti in modo tale da garantire la controllabilità della legittimità della complessiva operazione di accertamento. Ed è indubbio che l'onere della prova circa il completo assolvimento dell'espletamento della evidenziata attività preventiva strumentale ai fini della legittimità — e, quindi, della piena attendibilità — dell'accertamento non può che competere all'opposta Pubblica Amministrazione, siccome attinente al fatto costitutivo della pretesa sanzionatoria costituente oggetto del giudizio di opposizione instaurato o ai sensi dell'art. 6 o ai sensi dell'art. 7 del d. lgs. n. 150/2011. Del resto, il percorso logico e l'esito delle illustrate argomentazioni — fondate, come visto, nelle previsioni del diritto positivo — trovano supporto anche nel principio — valorizzabile in senso generale (ancorché riferito alla legittimità o meno dell'attività di accertamento mediante lo strumento di rilevamento elettronico della velocità) — fissato dalla Corte costituzionale nella recente sentenza n. 113 del 2015, con cui è stato dichiarato costituzionalmente illegittimo, per violazione dell'art. 3 Cost., l'art. 45, comma 6, del d.lgs. 30 aprile 1992, n. 285 (cod. strada), nella parte in cui non prevede che tutte le apparecchiature impiegate nell'accertamento delle violazioni dei limiti di velocità siano sottoposte a verifiche periodiche di funzionalità e di taratura. Secondo il Giudice delle leggi, la disposizione censurata, così come risultante dall'interpretazione del "diritto vivente" sviluppatosi in merito (nel senso, cioè, di esonerare i soggetti utilizzatori dall'obbligo di verifiche periodiche di funzionamento e di taratura delle apparecchiature impiegate nella rilevazione della velocità), deve ritenersi contraria, infatti, con il principio di razionalità, sia nel senso di razionalità pratica, ovvero di ragionevolezza, sia nel senso di razionalità formale, cioè del principio logico di non contraddizione. In particolare, il richiamo della Corte costituzionale al canone di "razionalità pratica" è stato effettuato per affermare che "qualsiasi strumento di misura, specie se elettronico, è soggetto a variazioni delle sue caratteristiche e quindi a variazioni dei valori misurati dovute ad invecchiamento delle proprie componenti e ad eventi quali urti, vibrazioni, shock meccanici e termici, variazioni della tensione di alimentazione", eventualità queste che rendono intrinsecamente irragionevole l'esonero delle apparecchiature da verifiche periodiche. E', infatti, proprio l'affidabilità dell'omologazione e la taratura di eletti apparecchi a giustificare, in considerazione delle esigenze di tutela della sicurezza stradale, che le risultanze degli stessi costituiscono fonte di prova della violazione, senza che l'inerente onere probatorio (pressoché diabolico) di dimostrare il cattivo funzionamento dell'apparecchiatura possa gravare sull'automobilista dando luogo ad una presunzione (quasi assoluta) in danno dello stesso. Il corretto bilanciamento - secondo il Giudice delle leggi - delle esigenze coinvolte richiede, quindi, perché possa farsi "ragionevole affidamento" sugli apparecchi in questione (e, nel caso esaminato dai giudici della Consulta, sugli autovelox), precise garanzie in ordine alla custodia ed alla permanente funzionalità delle apparecchiature e, quindi, la sottoposizione delle stesse a "verifiche periodiche di funzionalità e di taratura. L'impianto argomentativo fatto proprio dalla Corte costituzionale è opportunamente ispirato ad evidente buon senso e alla concretizzazione della tutela del generale principio di affidamento dell'utente nell'attività della P.A., tradotto in principi giuridici attraverso il canone di razionalità, enunciato e coniugato in modo chiaro allo scopo di realizzare un ragionevole bilanciamento dell'interesse a garantire un elevato livello di tutela della sicurezza, ma anche i diritti del cittadino, che non può certo rimanere esposto ad un'incontrollabile attività della P.A. per il tramite dei suoi organi accertatori, profilandosi incomprensibile ed ingiustificabile la mancata previsione di controlli periodici degli apparecchi, da cui deriva in modo consequenziale — l'obbligo per gli agenti preposti all'accertamento di attestare appositamente che le relative attività preventive siano state regolarmente compiute, secondo le prescrizioni imposte dalla legge. Da tanto deriva l'affermazione del principio di diritto (al quale dovrà conformarsi il giudice di rinvio) secondo cui, alla stregua di un'interpretazione costituzionalmente orientata ispirata ai principi c.d.s. 1992 sono tenuti all'assolvimento dei predetti obblighi di preventiva verifica della regolare sottoposizione dell'apparecchio da adoperare per l'esecuzione dell'alcooltest ai prescritti adempimenti della regolare omologazione e calibratura (ovvero taratura) cui si correla l'obbligo della necessaria attestazione della loro verifica nel verbale di contestazione.

Di conseguenza, nella causa in questione, sussiste la dedotta violazione dell'art. 2697 c.c. poiché la competente P.A. poteva e doveva fornire la prova degli adempimenti sopraindicati, avendone il B. prospettato la mancanza nell'opposto verbale di accertamento della predetta violazione amministrativa.

In definitiva, in accoglimento del primo motivo di ricorso (con assorbimento del secondo), l'impugnata sentenza deve essere cassata con il conseguente rinvio al Tribunale di Roma, in persona di altro magistrato, che, oltre ad uniformarsi al principio enunciato, provvederà a regolare anche le spese del giudizio di cassazione.

P.Q.M.

La Corte accoglie il primo motivo di ricorso e dichiara assorbito il secondo; cassa la sentenza impugnata e rinvia, anche per le spese del presente giudizio, al Tribunale di Roma, in persona di altro magistrato.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della VI-2 Sezione civile della Corte di cassazione, in data 14 novembre 2018.

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CORTE DI CASSAZIONE N. 22889/2018 - AUTOVELOX - MULTA NULLA SE ENTE NON PROVA LA TARATURA PERIODICA - 26.09.2018

Written by Luciano Del Giudice on . Posted in Sanzioni Amministrative

La Corte di Cassazione, con l'ordinanza de qua, ha ribadito i casi di nullità della multa. Specificamente, oltre all'ipotesi in cui l'amministrazione non abbia provato l'esistenza circa la corretta collocazione della segnaletica di preavviso dell'apparecchiatura di rilevazione automatica della velocità (autovelox), assume particolare rilievo l'omessa indicazione a verbale della taratura periodica della medesima apparecchiatura. Ipotesi, quest'ultima, sulla quale si è già espressa la Corte Costituzionale, la quale, dichiarando l'illegittimità costituzionale dell'art. 45, comma 6, del C.d.S., per contrasto con l'art. 3 della Costituzione, ha rilevato “come l'assenza di verifiche periodiche di funzionamento e di taratura è suscettibile di pregiudicare l'affidabilità metrologica a prescindere dalle modalità di impiego delle apparecchiature destinate a rilevare la velocità”. Ciò, prendendo le mosse dalla ratio dell'art. 142, comma 6, del d.lgs. n. 285 del 1992, il quale prevede che «per la determinazione dell'osservanza dei limiti di velocità sono considerate fonti di prova le risultanze di apparecchiature debitamente omologate, [...] nonché le registrazioni del cronotachigrafo e i documenti relativi ai percorsi autostradali, come precisato dal regolamento». Nel caso di specie, i giudici di legittimità hanno respinto il ricorso di un ente comunale avverso una sentenza del Tribunale di Chieti, che, confermando la decisione di un Giudice di Pace, aveva dato ragione ad un automobilista, nei cui confronti era stata irrogata una multa per eccesso di velocità. Dunque, secondo la Suprema Corte “non emerge dagli atti la prova che l'apparecchiatura con la quale è stata rilevata l'infrazione contestata all'opponente fosse stata effettivamente sottoposta a revisione periodica, ed in ogni caso di tale circostanza non vi è menzione nel verbale di contestazione impugnato, palesandosi in tal modo l'infondatezza delle doglianze del ricorrente”.

 

Dott. Simone Glovi

 

CORTE DI CASSAZIONE

2 SEZIONE CIVILE

ORDINANZA N. 22889 DEL 26/09/2018

Presidente: ORICCHIO ANTONIO

Relatore: CRISCUOLO MAURO

Data di pubblicazione: 26/09/2018

ORDINANZA

sul ricorso 26811-2015 proposto da:

COMUNE CASACANDITELLA, elettivamente domiciliato in ROMA, presso lo studio dell'avvocato A. P., rappresentato e difeso dall'avvocato G. M. giusta procura in calce alla memoria di costituzione di nuovo difensore in sostituzione del precedente; - ricorrente -

 

contro

 

B. V.; - intimato -

avverso la sentenza n. 468/2015 del TRIBUNALE di CHIETI, depositata il 30/07/2015;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del 26/04/2018 dal Consigliere Dott. MAURO CRISCUOLO;

 

RAGIONI IN FATTO ED IN DIRITTO

 

1. B. V. proponeva opposizione dinanzi al Giudice di Pace di Guardiagrele avverso il verbale di contestazione n. 1348 del 28 gennaio 2012 elevato dal Comando di Polizia Municipale di Casacanditella, in quanto alla guida della propria autovettura era transitato in data 7/12/2011, alle ore 12,32, alla velocità di kmh 68 su di in tratto della strada provinciale per la quale era prescritto il limite di velocità di 50 kmh.

Lamentava che la segnaletica di preavviso non era stata correttamente collocata, come fatto rilevare anche all'operatore della polizia municipale presente sul posto, il quale aveva immediatamente provveduto a ricollocarla in maniera visibile. Inoltre lamentava la mancata attestazione delle operazioni di taratura dell'apparecchiatura elettronica utilizzata per il rilievo della velocità di marcia, l'incompetenza della Polizia Municipale ad effettuare controlli sulla strada provinciale e la mancanza della contestazione immediata.

Nella resistenza dell'ente locale, il giudice adito accoglieva il ricorso sostenendo che nel tratto di strada in esame vigesse il limite di 70 kmh.

A seguito di appello del Comune, il Tribunale di Chieti, con la sentenza n. 468 del 30/7/2015, dopo avere dato atto che effettivamente nel tratto di strada interessato dal controllo vigeva il limite di velocità di 70 kmh, come emergeva dalla nota inviata dalla Provincia di Chieti, ente proprietario della strada, reputava che tuttavia era fondato il motivo di opposizione con il quale si contestava l'assenza e/o inidoneità della segnaletica stradale di preavviso del controllo elettronico della velocità, in quanto il verbale di contestazione nulla diceva sul punto, mentre le fotografie versate in atti non consentivano di ricostruire con esattezza la collocazione della segnaletica, soprattutto con riferimento ai margini di intervallo spaziale previsti dalla legge.

Risultava anche fondata la censura in ordine alla mancata attestazione delle operazioni di revisione e taratura delle apparecchiature elettroniche, e ciò alla luce di quanto affermato dalla Corte Costituzionale con la sentenza n. 113/2015, atteso che il verbale dava atto della omologazione e non anche delle revisioni periodiche.

Avverso tale sentenza ha proposto ricorso per cassazione il Comune di Casacanditella sulla base di cinque motivi.

B. V. non ha svolto difese in questa fase.

2. Il primo motivo di ricorso denunzia la violazione e falsa applicazione dell'art. 112 c.p.c.

Si assume che il Comune nell'appellare la sentenza di primo grado aveva chiesto al Tribunale di accertare che in realtà, difformemente da quanto opinato dal giudice di prime cure, nel tratto di strada teatro della vicenda, vigeva il limite orario di velocità di 70 km, e non anche di 50.

A fronte di tale doglianza il contravventore non proponeva alcun motivo di appello incidentale con la conseguenza che la sentenza di appello, nel rigettare il gravame ritenendo che non fosse stata indicata nel verbale la presenza dei cartelli di preavviso del controllo elettronico e che le apparecchiature utilizzate per la rilevazione non fossero state sottoposte a revisione periodica è evidentemente incorsa nella violazione del principio della corrispondenza tra chiesto e pronunciato. Il motivo è infondato.

Dalla lettura della sentenza gravata emerge che dinanzi al giudice di pace il B. aveva impugnato il verbale di contestazione adducendo come motivi di opposizione, oltre quello accolto in prime cure, circa l'effettivo limite di velocità vigente, anche quello concernente la non corretta collocazione della segnaletica di preavviso e quello relativo alla mancata attestazione delle operazioni di taratura dell'apparecchiatura di rilevazione automatica della velocità.

Tali motivi devono però reputarsi che fossero stati ritenuti assorbiti dal giudice di primo grado il quale ha ritenuto sufficiente, ai fini dell'accoglimento dell'opposizione, la fondatezza del rilievo circa il maggior limite di velocità vigente. Sempre dalla lettura della sentenza gravata, e senza che tali affermazioni siano state in alcun modo contestate con il mezzo di gravame da parte del Comune, si ricava che mentre l'appellante dinanzi al Tribunale aveva contestato la correttezza della soluzione del giudice di primo grado, l'appellato aveva chiesto la conferma della decisione gravata, chiedendo in subordine l'accoglimento del ricorso per gli ulteriori motivi a suo tempo dedotti e riproposti in appello.

Appare evidente che nella fattispecie il Tribunale abbia proceduto ad una corretta applicazione della previsione di cui all'art. 346 c.p.c., essendo viceversa del tutto erroneo il presupposto da cui parte la difesa del ricorrente secondo cui i diversi motivi di opposizione, poi posti a sostegno della decisione del giudice di appello, dovessero essere veicolati in sede di gravame nelle forme dell'appello incidentale.

Ed, infatti, le diverse ragioni di illegittimità del verbale impugnato, poi valorizzate dal Tribunale, una volta rivelatasi infondata la doglianza concernente la corretta individuazione del limite di velocità, risultavano evidentemente oggetto di assorbimento in prime cure, non avendo parte ricorrente dedotto che fossero state invece espressamente disattese dal Giudice di pace.

Da ciò consegue che, come peraltro ribadito anche dalla più recente giurisprudenza di questa Corte (cfr. da ultimo Cass. S.U. n. 11799/2017, a mente della quale solo quando un'eccezione di merito sia stata respinta in primo grado, in modo espresso o attraverso un'enunciazione indiretta che ne sottenda, chiaramente ed inequivocamente, la valutazione di infondatezza, la devoluzione al giudice d'appello della sua cognizione, da parte del convenuto rimasto vittorioso quanto all'esito finale della lite, esige la proposizione del gravame incidentale), i motivi assorbiti ben potevano essere riproposti in grado di appello avvalendosi della previsione di cui all'art. 346 c.p.c., del cui esercizio peraltro dà contezza la sentenza gravata, il che esclude che il loro accoglimento, una volta reputato fondato il motivo di appello principale concernente la individuazione del limite di velocità, comporti la lamentata violazione dell'art. 112 c.p.c.

3. Il secondo motivo di ricorso lamenta la violazione e falsa applicazione dell'art. 3 del D.L. n. 177/2007 conv. nella legge n. 160/2007 nonché dell'art. 1 del DM Trasporti del 15 agosto 2007.

Si sostiene che nel tratto di strada oggetto di causa esiste ed esisteva adeguata ed idonea segnaletica perfettamente visibile agli utenti della strada, in conformità delle menzionate prescrizioni normative.

Inoltre, non essendo necessario che nel verbale sia indicata in maniera obbligatoria la presenza di apposito cartello di segnalazione preventiva del controllo elettronico della velocità, è erronea la conclusione alla quale è pervenuto il Tribunale.

Il motivo, che non appare avere effettivamente colto il reale contenuto della decisione impugnata, è infondato.

Non ignora il Collegio che i precedenti di questa Corte siano nel senso che (cfr. Cass. n. 680/2011) in tema di sanzioni amministrative per violazione del codice della strada, la circostanza che nel verbale di contestazione di una violazione dei limiti di velocità accertata mediante "autovelox" non sia indicato se la presenza dell'apparecchio fosse stata preventivamente segnalata mediante apposito cartello non rende nullo il verbale stesso, sempre che di detta segnaletica sia stata accertata o ammessa l'esistenza, ma si è altresì precisato che l'onere di provare siffatta circostanza, ove non altrimenti risultante dal verbale di accertamento dell'infrazione, incombe sull'amministrazione.

Nel caso di specie, il Tribunale ha rilevato in primo luogo che il verbale nulla riferiva circa la presenza dei prescritti segnali di preavviso, ma è pervenuto all'accoglimento dell'opposizione, non già ritenendo che tale omissione determinasse l'illegittimità dell'operato dell'amministrazione, ma piuttosto osservando che dalle fotografie prodotte in atti, non era dato accertare con esattezza quale fosse l'effettiva collocazione dei cartelli, al fine del rispetto degli intervalli spaziali tra i cartelli stessi e lo strumento di rilevazione della velocità.

Trattasi evidentemente di accertamento in fatto compiuto dal giudice di merito, e che come tale non è sindacabile in sede di legittimità, specialmente laddove le censure formulate si risolvano nell'apodittica affermazione di parte ricorrente secondo cui in realtà esisteva adeguata ed idonea segnaletica, senza confrontarsi con quanto invece è stato accertato in fatto dal Tribunale.

4. Il terzo motivo di ricorso denuncia la violazione e falsa applicazione dell'art. 45 del D. Lg.vo n. 285/1992 nella parte in cui la sentenza gravata ha ritenuto che il Comune non avesse fornito la prova della taratura dell'autovelox utilizzato per rilevare l'infrazione.

Si assume che la lettura del verbale consente di accertare senza equivoci il modello di apparecchiatura utilizzata con l'indicazione delle omologazioni, come peraltro confermato dal documento n. 5 prodotto in primo grado dal Comune, che attesta l'avvenuta verifica e taratura del macchinario.

Anche tale motivo va disatteso.

Ed, invero, in disparte l'evidente carenza di specificità del motivo ex art. 366 co. 1 n. 6 c.p.c., nella parte in cui, pur richiamando il documento n. 5 versato in atti, omette di riprodurne il contenuto, onde apprezzare l'effettiva idoneità dello stesso a documentare l'avvenuta revisione periodica dell'apparecchio, la stessa succinta descrizione del suo contenuto sembra far riferimento alla originaria verifica e taratura, riferendosi invece, ma senza indicare le fonti di prova di tale affermazione, di una periodica verifica e taratura operata da parte del Comune, senza però chiarire quando ciò sia avvenuto e come sia documentato.

Al riguardo va in ogni caso rilevato che occorre esaminare la vicenda, come peraltro fatto anche dal giudice di appello, alla luce dell'intervenuta declaratoria di illegittimità costituzionale dell'art. 45, comma 6, del c.d.s., per contrasto con l'art. 3 della Cost. della norma così come interpretata nel "diritto vivente", con sent. n. 113/2015. La Corte costituzionale ha rilevato come l'assenza di verifiche periodiche di funzionamento e di taratura è suscettibile di pregiudicare l'affidabilità metrologica a prescindere dalle modalità di impiego delle apparecchiature destinate a rilevare la velocità. In particolare, la Consulta ha osservato che "quanto al canone di razionalità pratica, appare evidente che qualsiasi strumento di misura, specie se elettronico, è soggetto a variazioni delle sue caratteristiche e quindi a variazioni dei valori misurati dovute ad invecchiamento delle proprie componenti e ad eventi quali urti, vibrazioni, shock meccanici e termici, variazioni della tensione di alimentazione. Si tratta di una tendenza disfunzionale naturale direttamente proporzionata all'elemento temporale. L'esonero da verifiche periodiche, o successive ad eventi di manutenzione, appare per i suddetti motivi intrinsecamente irragionevole. I fenomeni di obsolescenza e deterioramento possono pregiudicare non solo l'affidabilità delle apparecchiature, ma anche la fede pubblica che si ripone in un settore di significativa rilevanza sociale, quale quello della sicurezza stradale. Un controllo di conformità alle prescrizioni tecniche ha senso solo se esteso all'intero arco temporale di utilizzazione degli strumenti di misura, poiché la finalità dello stesso è strettamente diretta a garantire che il funzionamento e la precisione nelle misurazioni siano contestuali al momento in cui la velocità viene rilevata, momento che potrebbe essere distanziato in modo significativo dalla data di omologazione e di taratura". Sotto il profilo della coerenza interna della norma, poi, la Corte Costituzionale ha evidenziato lo stretto legame che sussiste tra le disposizioni sull'uso delle apparecchiature di misurazione ed il valore probatorio delle loro risultanze nei procedimenti sanzionatori inerenti alle trasgressioni dei limiti di velocità. Ciò, prendendo le mosse dalla ratio dell'art. 142, comma 6, del d.lgs. n. 285 del 1992, il quale prevede che «per la determinazione dell'osservanza dei limiti di velocità sono considerate fonti di prova le risultanze di apparecchiature debitamente omologate, [..] nonché le registrazioni del cronotachigrafo e i documenti relativi ai percorsi autostradali, come precisato dal regolamento». Detta soluzione normativa si giustifica per via del carattere irripetibile dell'accertamento, realizzando un bilanciamento tra la tutela della sicurezza stradale e quella delle posizioni soggettive dei cittadini e, in definitiva, tra interessi pubblici e posizioni giuridiche dei privati cittadini. È vero infatti che la tutela di questi ultimi viene in qualche modo compressa per effetto della parziale inversione dell'onere della prova, dal momento che è il ricorrente contro l'applicazione della sanzione a dover eventualmente dimostrare - onere di difficile assolvimento a causa della irripetibilità dell'accertamento il cattivo funzionamento dell'apparecchiatura. Tuttavia, detta limitazione trova una ragionevole spiegazione proprio nel carattere di affidabilità che l'omologazione e la taratura dell'autovelox conferiscono alle prestazioni di quest'ultimo. In altri termini, il bilanciamento che si agita dietro l'art. 142 c.d.s. si concreta in una sorta di presunzione, fondata sull'affidabilità dell'omologazione e della taratura dell'autovelox, che consente di non ritenere pregiudicata oltre un limite ragionevole la certezza della rilevazione e dei sottesi rapporti giuridici. Proprio la verifica costante di tale affidabilità rappresenta il fattore di contemperamento tra la certezza dei rapporti giuridici e il diritto di difesa del sanzionato. Il ragionevole affidamento che deriva dalla custodia e dalla permanenza della funzionalità delle apparecchiature, garantita quest'ultima da verifiche periodiche conformi alle relative specifiche tecniche, degrada tuttavia in assoluta incertezza quando queste ultime non vengono mai effettuate. Alla luce di tale percorso giustificativo, la Consulta ha ritenuto, così, che, "il bilanciamento dei valori in gioco realizzato in modo non implausibile nel vigente art. 142, comma 6, del codice della strada trasmoda così nella irragionevolezza, nel momento in cui il diritto vivente formatosi sull'art. 45, comma 6, del medesimo codice consente alle amministrazioni preposte agli accertamenti di evitare ogni successiva taratura e verifica.

Dunque, l'art. 45, comma 6, del d.lgs. n. 285 del 1992 - come interpretato dalla consolidata giurisprudenza della Corte di cassazione - è stato dichiarato incostituzionale in riferimento all'art. 3 Cost., nella parte in cui non prevede che tutte le apparecchiature impiegate nell'accertamento delle violazioni dei limiti di velocità siano sottoposte a verifiche periodiche di funzionalità e di taratura. Ne deriva che, nel caso di specie, la taratura dell'apparecchiatura risultava necessaria e che solo a condizione che vi sia espressa indicazione nel verbale dell'avvenuto adempimento, il rilevamento può presumersi affidabile, con conseguente onere dell'opponente di contestare la cattiva fabbricazione, installazione e/o funzionamento del dispositivo (cfr. da ultimo Cass. n. 5227/2018; Cass. n. 9645/2016).

Nella specie quindi, non emerge dagli atti la prova che l'apparecchiatura con la quale è stata rilevata l'infrazione contestata all'opponente fosse stata effettivamente sottoposta a revisione periodica, ed in ogni caso di tale circostanza non vi è menzione nel verbale di contestazione impugnato, palesandosi in tal modo l'infondatezza delle doglianze del ricorrente.

5. Il quarto motivo lamenta la violazione e falsa applicazione dell'art. 2712 c.c., e dell'art. 116 c.p.c. in relazione alle prove fotografiche e documentali, in quanto si deduce che pur essendo state versate in atti numerose fotografie riproducenti lo stato dei luoghi e la segnaletica ivi collocata, il Tribunale ha inopinatamente ritenuto che non vi fosse prova dell'esatta collocazione dei cartelli.

Inoltre sarebbe stata trascurata la valenza probatoria del già ricordato documento n. 5, attestante la verifica e taratura dell'autovelox.

Il motivo è inammissibile, in quanto pur a fronte della formale denuncia di violazione di legge, mira nella sostanza a contestare il non sindacabile apprezzamento delle risultanze probatorie compiute dal giudice di merito, assumendosi, ed in contrasto con la valutazione chiaramente riservata al giudice di appello, che in realtà le foto comproverebbero quella che è la precisa collocazione dei cartelli, aspirandosi surrettiziamente ad ottenere una diversa ricostruzione del fatto, il che non è consentito in sede di legittimità.

Quanto invece al più volte richiamato documento n. 5, valga il richiamo a quanto esposto al punto che precede, sia in merito al difetto di specificità del motivo, sia soprattutto in ordine all'inidoneità di tale documento, alla luce di quanto affermato dallo stesso ricorrente, a soddisfare quanto imposto in ordine alla verifica delle revisione periodica, a seguito della sentenza della Corte Costituzionale n. 113/2015.

6. Il quinto motivo, infine, denuncia l'omesso ed insufficiente esame di un fatto decisivo per il giudizio oggetto di discussione tra le parti, in quanto non si sarebbe tenuto conto del fatto che il B. non aveva proposto querela di falso avverso il verbale di contestazione, che in quanto atto pubblico fa fede sino a querela di falso.

Anche tale motivo è palesemente infondato.

 

Ed, invero, come si ricava in maniera piana dalla lettura della sentenza gravata, entrambe le ragioni che hanno portato all'accoglimento dell'opposizione prescindono dal contenuto del verbale di contestazione, essendosi dato atto, quanto alla collocazione dei cartelli, che il verbale nulla riferiva sul punto, e quanto alla revisione periodica dell'autovelox, osservato che l'illegittimità dell'operato del Comune scaturiva proprio dal fatto che nel verbale non vi era alcuna indicazione in ordine al rispetto dele prescrizioni scaturenti a seguito della sentenza della Consulta.

Il ricorso deve pertanto essere rigettato.

7. Nulla per le spese atteso il mancato svolgimento di attività difensiva da parte dell'intimato.

8. Poiché il ricorso è stato proposto successivamente al 30 gennaio 2013 ed è rigettato, sussistono le condizioni per dare atto - ai sensi dell'art. 1, comma 17, della legge 24 dicembre 2012, n. 228 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato - Legge di stabilità 2013), che ha aggiunto il comma 1-quater dell'art. 13 del testo unico di cui al d.P.R. 30 maggio 2002, n. 115 - della sussistenza dell'obbligo di versamento, da parte del ricorrente, dell'ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per la stessa impugnazione.

PQM

Rigetta il ricorso;

Ai sensi dell'art. 13, co. 1 quater, del d.P.R. n. 115/2002, inserito dall'art. 1, co. 17, I. n. 228/12, dichiara la sussistenza dei presupposti per il versamento da parte del ricorrente del contributo unificato dovuto per il ricorso a norma dell'art. 1 bis dello stesso art. 13.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Seconda Sezione civile della Corte Suprema di Cassazione, in data 26 aprile 2018.

Il Presidente

Antonio Oricchio

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